Da Fabriano Mauro Alvisi. La città che si sfalda

La città che si sfalda: quando crolla il patto tra politica, educazione e comunità
di Mauro Alvisi © *
Le immagini delle ultime sommosse urbane raccontano una storia che ormai si ripete in troppe città italiane ed europee. Vetrine rotte, cassonetti incendiati, scontri con le forze dell'ordine, paura tra i residenti. E poi, il giorno dopo, le domande di sempre: chi sono questi ragazzi, perché lo fanno, dove sono finiti gli adulti.

La tentazione è quella di dare una risposta semplice. La colpa è della politica che non governa. Oppure la colpa è della famiglia che non educa. O ancora, la colpa è della scuola che ha rinunciato al suo ruolo. O della crisi dei valori religiosi e civili che un tempo tenevano insieme le comunità.

Nessuna di queste spiegazioni, presa da sola, è sufficiente. Quello che si osserva in questi episodi non è una rivendicazione politica organizzata, né un semplice atto di vandalismo giovanile. È un fenomeno più profondo e più difficile da leggere: il sintomo di un patto sociale che si è rotto su tre livelli, e i tre livelli si alimentano a vicenda.

Il primo livello è quello politico e istituzionale. Le decisioni su sicurezza, legalità, gestione dello spazio urbano, immigrazione, lavoro giovanile e servizi sociali hanno un effetto diretto e immediato sulla vita delle città. Quando la politica è assente, incoerente o si limita a interventi emergenziali dopo che il danno è già stato fatto, si crea un vuoto. Un vuoto che viene occupato dal degrado, dall'illegalità diffusa e dalla percezione, sempre più diffusa tra i cittadini, che le regole non valgano più. Una città dove l'illuminazione non funziona, dove i parchi sono abbandonati, dove il presidio delle istituzioni è debole, comunica ai suoi abitanti che nessuno si occupa di lei.

Il secondo livello è quello educativo. Famiglia, scuola e comunità, inclusa quella che una volta veniva chiamata pedagogia religiosa, erano i tre grandi trasmettitori di regole, di senso del limite e di appartenenza. Ognuno aveva un compito diverso e non sostituibile. La famiglia trasmette l'affetto e il primo senso del limite. La scuola trasmette il sapere, la disciplina del lavoro comune e la socializzazione al di fuori del nucleo domestico. La comunità, attraverso le sue reti associative, sportive, parrocchiali o culturali, trasmette il senso di appartenenza a un luogo e a una storia condivisa. Se uno di questi tre anelli manca, gli altri due fanno fatica a reggere da soli. Non è realistico pensare che la famiglia possa sostituire la scuola, né che la scuola possa sostituire la famiglia. Servono entrambi, in un patto educativo che oggi appare indebolito ovunque.

Il terzo livello è quello culturale del disagio. Una sommossa senza radici culturali chiare e senza motivazioni sostenibili, come quelle che si vedono in molte periferie, non è una protesta nel senso classico del termine. Non ha un programma, non ha leader, non ha una richiesta precisa da negoziare. È una rabbia senza forma, spesso senza progetto, che trova sfogo dove trova sfogo. È il risultato di giovani che crescono senza punti di riferimento stabili, senza lavoro o senza prospettiva di lavoro, senza spazi di aggregazione sani, e che esprimono attraverso la distruzione una richiesta di attenzione che non sanno formulare in altro modo.

Detto in modo franco, attribuire tutto alla politica è comodo ma riduttivo. Le famiglie di oggi operano in un contesto che la politica e la cultura hanno contribuito a creare, con orari di lavoro che rendono difficile la presenza dei genitori, con modelli culturali che esaltano l'individuo a scapito della comunità, con una scuola spesso lasciata sola di fronte a compiti che non le competono. Attribuire tutto alla famiglia è altrettanto ingiusto, perché molte famiglie fanno quello che possono in condizioni difficili.

Il punto vero è un altro. Quando crolla il patto tra questi tre livelli, istituzioni che non governano, scuola e famiglia che non riescono a educare, comunità che non contiene, la città si sfalda. Non è un crollo improvviso, ma un logoramento lento, fatto di piccole rinunce quotidiane, di spazi pubblici abbandonati, di ragazzi lasciati a se stessi, di adulti che smettono di pretendere rispetto perché hanno smesso di credere che il rispetto possa cambiare le cose.

Rimettere insieme questo patto non richiede grandi teorie. Richiede presenza. Presenza delle istituzioni sul territorio, in modo continuo e non solo in occasione dell'emergenza. Presenza di adulti che sappiano dire di no senza paura di essere impopolari. Presenza di luoghi dove i giovani possano stare insieme in modo costruttivo, imparare un mestiere, fare sport, fare cultura, sentirsi parte di qualcosa.

Finché queste tre presenze resteranno separate, ogni sommossa verrà letta come un episodio a sé, un fatto di cronaca da commentare per qualche giorno e poi dimenticare. Se invece la si legge come il segnale di un patto rotto, allora diventa chiaro che la ricostruzione della città deve partire proprio da lì: da un nuovo accordo tra chi governa, chi educa e chi vive la città ogni giorno.

*PhD in Scienze Diplomatiche e Geopolitica Internazionale. Accademico Pontificio. Pro Rettore dell'Ateneo Internazionale HEPG di Ginevra. Diplomatico e Political Advisor per la Pace e i Diritti Umani

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Titolo dell'appuntamento: “Umanoici o Transumani? Morte e resurrezione dell'uomo”

Protagonisti Mauro Alvisi e Raffaele Mortelliti, autori de L'Umanoico e Scongiurare l'Abisso, già insignito della Targa Toscana del Premio Magna Grecia 2026.

Al centro, un allarme che oggi divide il mondo: c'è chi annuncia che entro sei mesi, un anno, un'intelligenza artificiale fuori controllo potrà mettere sotto scacco l'intera rete e con essa l'umanità. Un allarmismo virale, a cui altri scienziati rispondono denunciando una psicosi sconsiderata.

In questo scontro di narrazioni, Alvisi e Mortelliti portano un terzo paradigma: l'"Umanoico"

Non siamo condannati a essere oggetti della tecnologia, controllati e resi schiavi da essa. Possiamo tornare a essere soggetti agenti, capaci di governarla. Umanoico significa questo: integrare il linguaggio della macchina senza farsi integrare da essa, usare l'AI restando umani.

Dall'altra parte, il Transumanesimo: la trasformazione progressiva dell'essere umano non solo in un linguaggio ibrido con la macchina, ma in un corpo ibrido, dove protesi, chip e interfacce diventano parte della nostra stessa struttura biologica.

È la frontiera drammatica che sta spostando l'asse del mondo. Saremo ancora uomini o già altro?

A queste domande, Alvisi e Mortelliti daranno risposte concrete, filosofiche e politiche, davanti agli studenti al mattino e ai cittadini la sera.

Un appuntamento da non mancare.

Per informazioni e contatti  3930303939
#inprimopiano

Categoria
italia/mondo

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