Da Roma Ciro Maddaloni. Anchorage un anno dopo
di Ciro Maddaloni*
Ad un anno esatto dal vertice di Anchorage del 15 agosto 2025 tra il presidente Trump e il presidente Putin, lo stallo diplomatico appare immutato, ma la dinamica del conflitto si è profondamente trasformata.
Gli americani, per bocca del segretario di Stato Marco Rubio, tra i principali architetti della trattativa insieme al ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, ribadiscono che ad Anchorage non è stato raggiunto alcun accordo e non esiste alcun documento approvato tra le parti per la cessazione delle ostilità.
Mosca aveva sperato di incassare l'accettazione delle proprie condizioni, ma i fatti hanno smentito le sue aspettative. A un anno di distanza, la pressione asimmetrica degli ucraini sta mettendo a dura prova l'infrastruttura strategica russa, mentre l'economia di Mosca mostra crepe sempre più evidenti.
Negli ultimi mesi, migliaia di droni ucraini a lungo raggio hanno colpito snodi nevralgici della macchina statale e militare russa: raffinerie di petrolio, depositi logistici, fabbriche e installazioni militari in profondità nel territorio nemico.
Tra i colpi più recenti figura l'attacco al complesso Novatek nel porto baltico di Ust-Luga, dove il danneggiamento dell'unità di frazionamento del condensato di gas e di quella per l'idrocracking ha fermato la produzione di carburanti avio, navali e gasolio. Ust-Luga è uno dei maggiori scali marittimi russi; colpirlo significa intaccare direttamente la linea finanziaria e logistica del Cremlino.
A fronte di questi sviluppi, la propaganda del Ministero della Difesa russo ha pubblicato l'immagine di un drone Shahed con la didascalia "Come neve sulla testa: in inverno vi congelerete". Una minaccia che rischia di trasformarsi in un boomerang: la penuria di carburante ormai diffusa in Russia suggerisce che saranno proprio i cittadini russi a dover affrontare un inverno privo di risorse basilari.
Segnali di insofferenza emergono persino all'interno del Paese. Di recente, davanti alla sede del Ministero della Difesa a Mosca, si sono visti picchetti solitari di attivisti comunisti con cartelli che invocavano il ripristino dei negoziati di pace e la cessazione immediata delle ostilità. Ironia della sorte, tra i promotori figura chi, nella primavera del 2014, si era recato a Donetsk per sostenere le prime fasi dell'aggressione.
Nel frattempo, la guerra mostra pesanti effetti collaterali sull'agroalimentare russo. A seguito dell'escalation di attacchi nel Mar Nero, compresi quelli al porto di Novorossiysk, dove la distruzione delle infrastrutture di carico ha bloccato il transito dei cereali, la Russia sta subendo la spinta di ritorno da parte degli ucraini dei raid contro Odessa. I porti meridionali hanno interrotto l'accettazione di prodotti agricoli, i prezzi dei cereali sono crollati al di sotto dei costi di produzione e molti agricoltori mettono ormai in dubbio la convenienza delle prossime semine, schiacciati dai rincari del carburante.
L'impatto si estende anche al turismo interno: la penuria di carburanti ha impedito ai pochi russi che possono permettersi di avere un'automobile di usarla per andare al mare. A Sochi e ad Adler la stagione estiva è crollata: ristoranti, caffè e negozi storici lungo i viali principali hanno chiuso i battenti, lasciando spazio a una lunga scia di cartelli "vendesi". Mentre le località di vacanze in Crimea, che viene costantemente colpita dai droni ucraini, sono state abbandonate anche dai residenti russi che abitano in Crimea.
Eppure, di fronte a questo quadro di progressivo sfilacciamento economico e sociale, Mosca continua a chiudere la porta a qualsiasi trattativa di pace. Lo stesso Lavrov ha confermato la linea dura del Cremlino, dichiarando che la Russia non ha alcuna intenzione di interrompere le ostilità né di congelare il conflitto lungo l'attuale linea di contatto. (GD)
*Esperto di e-Government internazionale