Da Resistencia Argentina in linea Enrique D'Ambra. L'Odissea

Da Resistencia Enrique D'Ambra. L'Odissea

Ci sono opere che il tempo non riesce a lasciare indietro.

Passano i secoli, cambiano le società, cambiano i modi di pensare e cambiano anche le parole con cui cerchiamo di comprendere il mondo. Eppure, alcune storie rimangono. Non soltanto perché appartengono al passato, ma perché continuano a parlare di ciò che rimane nel cuore dell’essere umano.

L’Odissea è una di queste.

Il poema tradizionalmente attribuito a Omero, composto probabilmente nell’VIII secolo a.C., racconta il lungo ritorno di Ulisse a Itaca dopo la guerra di Troia. Ma, al di là delle avventure, degli dèi, dei mostri, delle tempeste e dei mari sconosciuti, c’è un’altra storia nella quale possiamo ancora riconoscerci: quella di un uomo che cerca di tornare alla propria casa.

Ed è forse proprio qui che L’Odissea comincia a parlare di noi.

Perché anche la nostra vita è un viaggio.

Il senso di mettersi in cammino

Da sempre l’essere umano si domanda chi è, da dove viene, perché esiste e verso dove si dirige.

Sono domande che non appartengono soltanto ai filosofi. Ci accompagnano silenziosamente lungo tutta la nostra esistenza. Emergono nei momenti di gioia, ma anche nelle difficoltà, quando dobbiamo scegliere una strada, prendere una decisione o ricominciare.

Ogni vita implica un cammino.

E ogni cammino richiede delle decisioni.

Nell’Odissea, Telemaco intraprende la ricerca del padre, Ulisse. Non sa esattamente che cosa troverà. Sa, però, che dovrà attraversare difficoltà e affrontare pericoli.

Più tardi, quando padre e figlio finalmente si incontrano, comincia un’altra fase: il ritorno a Itaca.

La ricerca e il ritorno diventano così due movimenti essenziali dell’esistenza umana: uscire alla ricerca di ciò che dà senso alla nostra vita e trovare la strada che ci permetta di tornare a ciò che amiamo veramente.

Quando arrivano i canti delle sirene

Tra gli episodi più conosciuti del poema c’è l’incontro di Ulisse con le sirene.

Ulisse conosce il pericolo dei loro canti. Non cerca di negarne l’esistenza né pretende che il pericolo scompaia. Cerca un modo per attraversarlo.

Ordina ai suoi uomini di tapparsi le orecchie con la cera e chiede di essere legato all’albero della nave. Sa che, quando ascolterà il canto, sentirà il desiderio di avvicinarsi. Per questo prende una decisione prima di incontrare la tentazione: stabilisce in anticipo ciò che i suoi uomini dovranno fare e ordina loro di non liberarlo.

È un episodio della letteratura antica, ma il suo insegnamento conserva una sorprendente attualità.

Anche noi, nel corso della vita, incontriamo i nostri canti delle sirene.

Sono le tentazioni, le distrazioni, le voci che ci promettono strade facili e i rumori che ci allontanano dall’essenziale. A volte sono così forti da impedirci di ascoltare ciò che veramente conta.

E allora dobbiamo ricordare che non basta sapere dove vogliamo andare.

Dobbiamo anche sapere da cosa dobbiamo proteggerci per non perdere la rotta.

Una nave, un albero e un porto

Forse possiamo immaginare la nostra vita come una navigazione.

Per navigare abbiamo bisogno di una nave.

La nave è lo spazio che ci permette di andare avanti. Ma nessuno naviga veramente da solo. A bordo ci sono coloro che fanno parte della nostra vita: la nostra famiglia, i nostri amici e le persone che ci vogliono bene e che sono disposte a remare insieme a noi.

Sono coloro che rimangono quando il mare è tranquillo, ma anche quelli che sostengono il viaggio quando arrivano le tempeste.

Poi abbiamo bisogno di un albero.

L’albero è ciò a cui possiamo aggrapparci quando il vento cambia. Rappresenta i nostri valori, le nostre convinzioni e quelle credenze profonde che ci aiutano a rimanere saldi.

Non impedisce alla tempesta di arrivare.

Ma ci permette di resistere.

E infine abbiamo bisogno di un porto.

Perché navigare senza sapere dove stiamo andando può trasformare il movimento in una semplice deriva.

Il porto è la meta. È ciò che vogliamo raggiungere. È il luogo dove si trovano i nostri affetti, ciò che vogliamo custodire e ciò per cui vale la pena compiere uno sforzo.

Quando sappiamo qual è il nostro porto, possiamo scegliere meglio la rotta.

E quando la rotta è chiara, anche una tempesta può essere attraversata con maggiore speranza.

Il viaggio e la ricerca del senso

L’immagine del viaggio presente nell’Odissea ha trovato spazio anche nella riflessione cristiana.

Nel corso del tempo, diversi Pontefici hanno fatto riferimento a Omero, ai suoi personaggi o all’immagine del viaggio per riflettere sulla condizione umana e sulla ricerca di un senso.

Papa Paolo VI, durante l’udienza generale del 7 dicembre 1966, evocò la figura di Ulisse mettendola a confronto con la serena Penelope, sottolineando il valore della ricerca e dell’inquietudine verso la conoscenza.

Papa Giovanni Paolo II, nell’enciclica Fides et Ratio, ricordò che le grandi domande sull’esistenza umana compaiono anche nei poemi di Omero: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, perché esiste il male e che cosa ci attende dopo questa vita.

Sono domande che nascono da un bisogno profondamente umano: trovare un senso alla nostra esistenza. E le risposte che diamo a queste domande finiscono per orientare la direzione della nostra vita.

Papa Benedetto XVI ricordò inoltre che il termine greco euangélion, utilizzato successivamente dai cristiani per indicare il Vangelo, compare già in Omero, collegato all’annuncio di una buona notizia e di una vittoria.

Papa Francesco, durante il suo viaggio apostolico in Grecia nel dicembre 2021, fece nuovamente riferimento all’Odissea e alla figura di Telemaco. Nel suo discorso al Parlamento ellenico, parlò del viaggio, del mare tempestoso e della necessità di mettersi in cammino. Ci sono momenti in cui non possiamo rimanere immobili: dobbiamo continuare a navigare.

In una riflessione diversa, ma legata alla stessa immagine del cammino, Papa Leone XIV, durante il suo viaggio apostolico in Spagna nel giugno 2026, ha parlato della condizione umana come di un cammino e della necessità di renderlo più umano per tutti.

Epoche diverse, circostanze diverse e parole diverse.

Ma ritorna una stessa immagine:

l’essere umano è in cammino.

Eolia: un’isola che fa parte del nostro viaggio

Per coloro che hanno un legame con Lipari e con le Isole Eolie, L’Odissea assume inoltre una risonanza particolare.

Nel Canto X del poema, Ulisse giunge a Eolia dopo aver attraversato grandi pericoli. Qui viene accolto da Eolo, custode dei venti, che gli offre ospitalità e aiuto durante il suo viaggio.

Omero descrive Eolia come un’isola fluttuante. La tradizione successiva ha collegato questa Eolia alle odierne Isole Eolie e, in particolare, a Lipari.

Al di là dell’esatta identificazione geografica — che appartiene all’ambito della tradizione e dell’interpretazione storica — è suggestivo pensare che queste isole, ancora oggi circondate dal mare, possano sentirsi legate a una delle grandi storie di navigazione della letteratura universale.

Il mare che per secoli ha separato è stato anche lo stesso mare che ha permesso alle persone di incontrarsi, viaggiare, commerciare e costruire storie.

E forse è proprio per questo che la figura di Ulisse può apparirci così vicina.

Perché chi vive accanto al mare comprende che navigare non significa soltanto spostarsi.

Significa avere fiducia in una rotta.

Il vero viaggio

Forse le domande più importanti della nostra vita non smetteranno mai di esistere.

Da dove veniamo?

Dove andiamo?

Che cosa vogliamo costruire?

Chi vogliamo avere accanto?

Che cosa siamo disposti a custodire?

Ogni persona troverà le proprie risposte.

Ma c’è qualcosa che possiamo scegliere: come percorrere il cammino.

Possiamo farlo da soli oppure insieme agli altri.

Possiamo lasciarci trascinare da ogni vento oppure imparare a mantenere la rotta.

Possiamo ascoltare tutti i canti che incontriamo lungo il cammino oppure imparare a riconoscere quelli che ci allontanano dall’essenziale.

Per questo, quando ricordiamo L’Odissea, forse non dovremmo pensare soltanto all’avventura di Ulisse.

Possiamo pensare anche alla nostra navigazione.

Abbiamo bisogno di una nave, perché nessuno dovrebbe attraversare la vita completamente da solo.

Abbiamo bisogno di un albero, perché ci saranno momenti in cui avremo bisogno di qualcosa di solido a cui affidarci.

E abbiamo bisogno di un porto, perché una vita dotata di senso ha bisogno di sapere verso quale meta orientare i propri sforzi.

Il viaggio non sarà sempre facile.

Ci saranno mari tranquilli e ci saranno tempeste. Ci saranno giorni in cui l’orizzonte apparirà limpido e altri in cui sarà difficile distinguere la rotta.

Ma finché avremo una nave che ci accompagna, un albero che ci sostiene e un porto verso cui dirigere il nostro cammino, potremo continuare.

Perché, in definitiva, forse il vero insegnamento dell’Odissea non è soltanto che dobbiamo arrivare.

E' che dobbiamo imparare a navigare senza perdere la rotta, senza dimenticare coloro che viaggiano con noi e senza smettere di riconoscere qual è il porto al quale, nel profondo del nostro cuore, desideriamo tornare.

NOTIZIARIOISOLEOLIE.IT 

9 luglio 2026

ASCOLTA ARTICOLO

L'intervista del Notiziario a Lucia ed Enrique D'Ambra. Argentina-Lipari in cerca di radici

Categoria
italia/mondo

Articoli correlati

21 ottobre 2026

Da Fabriano Mauro Alvisi. La città che si sfalda

quando crolla il patto tra politica, educazione e comunità

20 ottobre 2026
19 ottobre 2026

Da Melbourne Angelo Manfrè. La festa italiana VIDEO

mi fa piacere mandarVi con tanto affetto un reportage da Melbourne...

17 ottobre 2026

Da Fabriano Mauro Alvisi. La Rinascita italiana? Dalle terre di mezzo

Sono piccoli borghi italiani, con servizi, natura incontaminata e grandi case in affitto...

16 ottobre 2026

Da Roma Ciro Maddaloni. La Nato e la teoria della vittoria

La strategia della NATO per difendere la libertà dei paesi membri. In occasione del...