Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. Malaparte parte 2° VIDEO

di Massimo Ristuccia

LE AVVENTURE DI MALAPARTE RIVISTA TEMPO N. 32 DEL 1957. 2* parte

Gli insegnavo a fare le aste. A quei tempi usava così. Ma non era un esercizio che gli piacesse troppo. Appena giravo  gli occhi posava la testa sul quaderno e fingeva di dormire ».
Erano i tempi in cui, appena poteva, infilava l'uscio di casa scappava su per il monte. Non senza essere passato prima dal- cucina ed essersi messo in tasca i fiammiferi. Immancabiilmente lo seguiva Febo, il cane barbone. Dice Nada: Li vedevo tornare dopo qualche ora, sfiniti e trafelati tutti e due. Curzio correva al primo piano, apriva la finestra e si metteva a scrutare il monte. Erano andati, lui e Febo, su per a montagna con i fiammiferi a cercare di incendiare i boschi. E Curtino guardava dalla finestra se si vedessero le fiamme, almeno un po' di fumo. Ma non credo che gli sia mai capitato».
Febo è stato il primo cane che Curzio abbia avuto, assieme a Leone. Leone era un pastore maremmano, dalla gran testa e dal pelo bianchissimo. Ma era sordo, così sordo, che per timore di sbagliare faceva soltanto quello che vedeva fare a Febo. Una volta però a Leone capitò di addormentarsi in mezzo alla strada davanti alla casa dei Baldi. Sordo com'era e nel profondo sonno non sentì un barroccio che si avvicinava. E il barroccio, carico di balle di stracci, gli passò con una ruota sul capo, e lo accise.
La disperazione di Curzio fu norme, racconta Faliero Baldi, un figlio di Milziade che ha qualche anno meno di Malaparte, ma appena si fu asciugate le lacrime, pensò subito a organizzare le esequie, Leone, con la testa schiacciata, si ebbe un funerale in piena regola, con un lungo accompagnamento e i canti e un'orazione funebre, pronunziata naturalmente da Curtino. Poi sul suo tumulo Curzio volle che si piantasse una croce. E le vecchie, a Prato, parlarono lungamente con scandalo di quella croce che il piccolo Suckert aveva voluto eretta sopra la tomba di un cane.
Fosse con i fratelli o fosse con gli amici, nella pineta Galceti o in val Sesia, dove, durante le vacanze, raggiungeva la famiglia, se si organizzava un gioco, Curzio voleva essere in testa alla brigata e comandare lui. Ma non si imponeva con la prepotenza, si poneva con la fantasia. Infatti era sempre lui che immaginava i giochi. E uno ne immaginò, più singolare degli altri. Tra lo stupore atterrito dei fratelli e dei compagni, e soprattutto dei due più piccolini, che erano Ezio e Maria, un giorno inventò una divinità. Preparò nel bosco, ai piedi di un castagno, una pietra levigata su un letto di muschio e poi chiamò, in gran segreto e con grande circospezione, amici e fratelli uno alla volta a vederla. Diceva a tutti:
« Questo è un dio, un dio antico e misterioso che si è rivelato solo a me. Si chiama Auramada. E noi lo dovremo adorare, perchè è una divinità maligna, e può fare le più terribili vendette ».
Auramada era capace, secondo Curzio, di fare in modo che le ciglia di coloro che si rifiutavano di rendergli onore si rivoltassero e penetrassero negli occhi, fino a bucarli. Un supplizio dei più atroci, perché dopo bisognava andare dal dottore farsele strappare con le pinze. Auramada non aveva bisogno di preghiere, aveva bisogno di sacrifici più concreti. Diceva Curzio: «Gli antichi gli portavano l'oro. Noi, non abbiamo oro, gli porteremo le nostre monete. E le metteremo qui sotto alla pietra . Le  lasceremo tutta la notte  e al  mattino vedrete che non ci saranno più ». La sparizione delle monete era, secondo Curzio una delle prove più inconfutabili  che Auramada esisteva ed  era potente.

Non solo  gli altri, ma Maria mi ha assicurato che lei ed Ezio per parecchio tempo hanno creduto in Auramada. Attraverso la divinità tutti i soldini che riuscivano a procurarsi in casa finivano nelle tasche di Curtino. E poi sul banco del pasticciere o su quello del cartolaio. 
La prima volta che Malaparte comparve in pubblico aveva quattordici anni. Era venuto a Prato Sem Benelli, pratese anche lui, o poco meno. E bisognava fargli onore. Per accordo comune fu scelto il piccolo Suckert, il più intelligente e il meglio preparato tra gli allievi del Cicognini. E Curzio parve nella sala maggiore del palazzo comunale, a testa alta, sicuro di sè, senza un attimo di timidezza nè di esitazione. Pronunziò un discorso di saluto e poi recitò alcune sue poesie. Sem Benelli lo baciò e lo abbracciò. E lo abbracciarono e lo baciarono e tutte le signore presenti. Curzio uscì a testa ancora più alta di come non fosse entrato.
Ma la sua musa Curzio la adoperava da tempo anche in altre occasioni meno ufficiali e per i più immediati. Dario Paoli, l'amico più stretto di quando la famiglia da via Magnolfi si era trasferita a Coiano alle porte della città, possedeva una bicicletta. Era una delle prime biciclette vere che si fossero viste a Prato. Le altre (ne aveva una anche il padre di Curzio) erano velocipedi.  E Curtino imparò ad andarci.
Dario Paoli, che fa il calzolaio abita ancora nella casa di allora. Dall'uscio mi fa vedere la villetta che era dei Suckert. Dice:
“Curtino non riuscivano a tenerlo in casa. Scavalcava ll muretto e ruzzolava qui noi. Io sono di qualche anno vecchio di lui. Si attaccava ne a me voleva sapere ogni cosa. Non la finiva mai di fare domande. E da me imparò anche ad andare in bicicletta. Là, su quello spiazzo ».
Quando da Coiano i Suckert si trasferirono ancora più lontano, a Santa Lucia, Curzio si e privato della bicicletta. Dario gli disse che quando voleva gliela avrebbe data in prestito. E l'amico ogni tanto gliela mandava a chiedere. Ma per essere sicuro di non avere un rifiuto gliela mandava a chiedere in poesia: alla poesia si sapeva che Dario Paoli non era capace di dire di no. Dice: 
“Mi faceva ogni volta un sonetto». Per molti anni Dario conservò quei foglietti, ma poi con gli anni andarono perduti. Ora pagherebbe chissà che cosa ad averli.

Mancano le donne nell'adolescenza di Malaparte. A Prato nessuno ricorda che il ragazzo, prima di partire per la guerra, abbia avuto una morosa, che si sia visto passeggiare la sera in compagnia di qualche fanciulla lungo le mura, o prendere con qualche ragazza la strada d campi, Soltanto Ofelia, un'altra figlia del Baldi, ricorda:

«C'era una mia amica cl si chiamava Bianca, Curtino guardava con certi occhi! E me  la nominava sempre. Ma non credo che le abbia mai ne pure sfiorato una mano. Era timido Curtino, a quei tempi”. Ma Otello Mari corregge: 
«Non è che fosse timido. Aveva altri interessi, a quei tempi ».

Otello Mari, che ha ora sessant'anni e conduce un'edicola sul canto di una strada di Prato verso la campagna, fu tra primi compagni di fede politica che ebbe Malaparte. Era  con lui quando nel 1911, a tredici anni, entrò a far parte della sezione giovanile del partito repubblicano. Dice Otello:

«Era il più alto e il più bello di tutti, E gli dettero da portare la bandiera. Una volta ci fu un corteo per le strade di Prato per commemorare la battaglia di Curtatone e Montanara. Andammo tutti, e lui con bandiera. Ma dopo il corteo  c'era una funzione in chiesa. Curzio si fermò sul sagrato non ci fu verso di smuoverlo. Disse che la bandiera dei repubblicani in chiesa non poteva entrare».

Con il Mari, e con altri amici, Malaparte fondò in quegli anni anche il primo gruppo di idee nazionaliste. Curzio naturalmente era il capo. E quando poi scoppiò la guerra e quando le divisioni tedesche travolsero  la frontiera con il Belgio subito si mutarono in interventisti. Non era una vita facile: le risse con i ragazzi socialisti si ripetevano quotidianamente, ed sassate e randellate, qualche volta cruente. Fino a quando una sera ci si misero i carabinieri, perchè i ragazzi bruciarono sulla piazza Duomo una bandiera tedesca.

Kurt Suckert, in quegli anni, per via del padre che non aveva mai voluto mutare nazionalità era cittadino tedesco. Diventò italiano dopo aver fatto il volontario in guerra. 
La sua attività giornalistica Curzio la cominciò a quindici anni. E la cominciò con un giornale umoristico, fondato da lui,  e diretto e redatto da lui, si chiamava "Il Bacchino". un giornale di satira soprattutto cittadina. E il giorno che sulla piazza del Duomo inaugurarono il monumento a Gaetano Magnolfi, benefattore pratese, opera dello scultore cittadino Chilleri, a Curzio la scultura piacque così poco che scrisse sul suo giornale un appello ai pratesi, perchè gettassero ro un cappio attorno al collo della statua e a forza di braccia la tirassero giù dal piedistallo.

Il Chilleri non era uomo da lasciarsele dire impunemente. Cercò il ragazzino insolente e non per persuaderlo con discorsi. Quando lo trovò gli saltò addosso per suonargliele, e lo rincorse per tutte le vie di Prato. 
Era la prima volta che a Malaparte capitava di rischiare le legnate per quello che aveva scritto. Doveva succedergli ancora.

FRANCO VEGLIANI

Categoria
cultura

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