Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. Malaparte 10 parte
di Massimo Ristuccia
Tempo n. 36 del 1957. LA VITA LE AVVENTURE DI MALAPARTE
di Franco Vegliani. 10 parte.
L’ufficiale si era segnato lo impronunziabile nome ed era partito. In buona fede era convinto di quanto il superiore gli aveva detto. Con il personale carcerario aveva fatto la voce grossa e per tutta la via del ritorno, in "jeep" aveva trattato il “criminale" Malaparte con la maggior malagrazia di cui era capace. Era rimasto allibito quando aveva visto il colonnello venire incontro al prigioniero sulla soglia dell’ufficio e stringerlo in un interminabile abbraccio.
La guerra al seguito degli alleati finì, per Malaparte, a Firenze dove si ammalò e stette a lungo degente. Poi tornò a Capri, quando la guerra finalmente fu terminata riprese a muoversi tra Roma e Milano.i tra Roma e Milano. I giornali ricominciarono a pubblicare i suoi articoli e uscì il volume di "Kaputt". Ma. nonostante il successo strepitoso del libro, Malaparte appariva inquieto e scontento. Gli amici, in quei primi anni del dopoguerra, lo ricordano scontroso, insolitamente irsuto, pronto più che mai alla battuta polemica e pungente, ma un fondo amaro di delusione e di fastidio.
Fu sul filo di questa amarezza e come seguendo un improvviso impulso, che alla fine del 1947, senza dir niente a nessuno, prese il treno e partì per Parigi. Stabilmente non vi era più stato dal 1932, dai tempi di "Tecnique du coup at". E una mattina sul tardi suonò il campanello a una porta che quindici anni prima gli era stata familiare: al ero 39 di Quai de l'horloge, a specchio della Senna. Daniel Halévy in persona venne ad aprirgli la porta.
Daniel Halévy ha ora più di ottant'anni. Non si muove quasi dalla poltrona e sta, ravvolto in una coperta, col viso affondato nell'enorme barba che lo fa somigliare a un fosco e crucciato Mosè. Ma già allora dovette apparire a Malaparte, che era venuto a risuscitare le ombre di un'età remota e fortunata, come un'immagine crudele, come una dolorosa evocazione. E per lo scrittore francese fu la stessa cosa. Ora lo dice:
“S’, sì, fu lui che io andai ad aprirgli la porta. E nella penombra del pianerottolo non lo riconobbi subito. Lo feci entrare nella luce della finestra e vidi che il suo viso era stato scavato e martoriato dagli anni vidi che la sua bocca non era più la bocca gentile e crudele del ragazzo che avevo conosciuto quando aveva trent'anni. Più che uno che cercasse amicizia od ospitalità, mi parve uno che cercasse asilo ».
Fosse amicizia, asilo od ospitalità, gli Halévy, marito e moglie, dettero subito a Malaparte tutto ciò che cercava. E per prima cosa, accanto al calore del loro antico affetto, misero a sua disposizione la casa che hanno in campagna a Jory e Josas, a mezz'ora da Parigi. Perchè Malaparte disse subito che era venuto in Francia per lavorare e per lavorare sodo.
Vi è tra gli amici parigini d Malaparte, quasi costante, la memoria di lui come di un uomo duro nel lavoro, inflessibile, testardo. Anche Clemen Camus, un medico che conobbe la prima volta Malaparte ne 1920 a Varsavia e lo trovò Parigi nel 1932, e che tra i suoi compagni di vita parigina, tanto nel primo come nel secondo periodo, fu certamente il più mondano e il meno legato alle vicende della letteratura, dice:
« Quando decideva di vole lavorare non vi era lusinga che fosse capace di smuoverlo. Non dico le donne, che, per quanto fossero, sono sempre state al margine nella sua vita, ma neppure la promessa di una conversazione brillante, il passa tempo che lo appassionava d più, perchè era ogni volta sicuro di eccellere. Il Malaparte che ho conosciuto a Capri quando sono stato suo ospite e tutt'altro uomo da quello cl si mostrava a Parigi. Qui non aveva languori, nè abbandoni. Potrei dire che non conosce quasi la tenerezza. Vi erano dei momenti, qui a Parigi, che is poteva scambiarlo per un asceta ».
Clement Camus naturalmente che ha conosciuto le donne che lo accompagnarono Malaparte o che vissero con lui a Parigi: quelle del primo periodo, Flaminia, Roberta Masier e le altre di minor conto, e quelle del periodo nuovo. Dice:
«Nel 1948 era con lui una signora rumena. Una bellissima donna. E' sposata, non posso dire il suo nome. Ma anche con lei era sempre distante distaccato, pieno di noia ».
Comunque fosse, a Parigi Malaparte lavorò davvero. improvvisamente decise di tentare il teatro. Madame Laziowitz, una signora di origine polacca impiegata in una Casa editrice che allora lo scrittore frequentava, mi dice:
« Fu una decisione polemica quella di scrivere per il teatro Malaparte non aveva trovato a Parigi il calore che si aspettava. Il gran pubblico non si interessava di lui. Gli amici in tempo c'erano sempre, ma per la maggior parte della gente era uno sconosciuto. Non ho mai visto nei caffè di Montparnasse o di Saint Germaine les Prés la gente voltarsi quando lui entrava, indicarselo, dire il suo nome. Scelse il teatro perché voleva farsi ascoltare “.
“Sarà stato vero anche questo, ma c’era ancora qualche cosa di più. Malaparte aveva conosciuto a Parigi gente di teatro e soprattutto aveva conosciuto Yvonne Printemps. La famosa attrice aveva molta stima dello scrittore italiano, fu lei la prima a indurlo a scrivere per il teatro. Il vecchio Halévy dice:
“Il fatto di frequentare qualche attore, anche di buona fama, fece credere a Malaparte di essere entrato con carte valide nell'ambiente teatrale parigino. E lo spinse a tentare un’avventura che è rischiosa, qui da noi, anche per uno scrittore francese già affermato ».
Le opere di teatro che Malaparte preparò furono due, e quasi contemporanee. "Du côté chez Proust", che fu rappresenta a La Michodière dalla compagnia di Yvonne Printemps e di Fresnay e "Das Kapital” rappresentata al Théâtre de Paris dalla compagnia di Pierre Dux. Tutte e due andarono in scena nell'autunno 1948; ma la prima era un atto unico, molto leggero, abbinato a un altro lavoro e passò quasi inosservata. Il disastro accadde quando venne rappresentato "Das Kapital": quattro atti di grandissimo impegno.
Gli amici parigini di Malaparte parlano malvolentieri di quella fatale "prima". Come se si sentissero colpevoli della brutta accoglienza che Parigi fece, dai palchi e dalla platea del teatro, al loro amico italiano.
E come se ne provassero po' di vergogna. Devono ammettere tuttavia che fu davvero un insuccesso. Daniel Halèvy racconta:
“C'era tutto il pubblico delle grandi occasioni quella sera a teatro. Ma non occorreva fiuto per rendersi conto che nessuno era venuto per applaudire. La sorte del lavoro decretata in anticipo. E la maggior parte degli spettatori venuta a teatro per assistere alla disfatta del presunto autore italiano, che si era permesso di scrivere per altro in francese e di farsi rappresentare a Parigi. Pareva una corrida: era inevitabile la morte del toro, e tutti aspettavano il sangue. Ero con Malaparte in un palco e avrei voluto non esserci. Avevo il cuore -stretto, e a lui non sapevo cosa dire».
La cronaca della serata è semplice e triste. I mormorii di disapprovazione alla fine del primo atto divennero aperti alla fine del secondo, e fischi e clamori dopo e il terzo quarto. Al termine dello spettacolo il teatro si vuotò in un attimo. A Daniel Halévy ho chiesto:
“E come reagì Malaparte all’insuccesso?».
“Fu sorpreso dapprima» mi ha detto il vecchio scrittore, si riprese subito. Divenne indifferente e alla fine era glaciale. Potrei dire, in fondo, che non ha reagito».
Reagì il giorno dopo quando, nella del critica del Figaro firmata da Ambriére, lesse un passo che riguardava non il lavoro ma lui come persona: e davvero era carico di atroce veleno. Diceva Ambriére.
“Il pubblico ha abbandonato la sala con affannosa e disordinata fretta. Pareva di essere sulle strade di Francia nella primavera del 1940, quando gli amici di Malaparte mitragliavano le colonne dei fuggiaschi ».
C'era allora a Parigi, corrispondente di un quotidiano italiano, il giornalista e scrittore Solari Bozzi. Malaparte lo chiamò al telefono e gli lesse il passo del Figaro, che del resto Solari Bozzi conosceva già.
Gli disse:
«Sfiderò Ambriére. Non si tratta di me, Curzio Malaparte. Si tratta dell'onore di un italiano e ho il diritto e il dovere di difenderlo. Farei altrettanto se invece che di me si trattasse del più umile tra i minatori immigrati. Vorrei che mi facessi da padrino ».
Senza un attimo di esitazione Solari Bozzi accettò. Per secondo padrino fu scelto un francese: Paul Mario Bernard. Ma per una serie di circostanze, forse non tutte casuali, i padrini di Malaparte non riuscirono ad incontrarsi con quelli di Ambriére entro il termine rituale di quarantotto ore. Alla fine, quando l'incontro avvenne, si apprese che il giornalista francese si rifiutava di battersi. Accusava Malaparte di aver scritto nel 1939 un libello contro la Francia e diceva che non avrebbe mai fatto l'onore di un duello a una persona che aveva villipeso la sua patria. Raccontando quest’ultimpo particolare, il vecchio Daniel Halévy si agita nella poltrona e scuote il bastone. Dice con voce concitata: « C'era da arrossire e c'è da arrossire ancora. Se non avessi avuto l’età che avevo e non fossi stato già allora mezzo infermo, mi sarei io al posto di Malaparte! ».
Accorre la signora Halévy ad accomodare con gesto materno la coperta che è scivolata lungo le gambe del marito. Avrà dieci anni meno di lui, forse neppure. Ha il viso roseo fulminato da un sorriso mite. In un italiano stentato e lento dice:
“Curzio era buono, buono e gentile ».
Dagli altri amici parigini ho saputo che Malaparte aveva per madame Halévy una tenerezza e una venerazione filiali.
Non bastò tuttavia la cattiva fortuna di "Das Kapital" perché Malaparte considerasse Parigi come nemica. Neppure gli passò per la mente di fuggire.
Anzi rimase e si fece vedere in giro più di prima. Partì nel 1949 quando ebbe terminato un lavoro che aveva promesso a un editore. E tornò a Capri. Lo attendeva un incontro che doveva aver gran peso negli ultimi anni della sua vita. Una donna, la cui tragica e assurda sorte Malaparte si è sempre rimproverato di non aver saputo prevedere e impedire.
FRANCO VEGLIANI