Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. Malaparte 9 parte

di Massimo Ristuccia

LE AVVENTURE LA VITA DI MALAPARTE RIVISTA TEMPO n. 36 del 1957.  FRANCO VEGLIANI. 9 PARTE.

Per liberare Malaparte, arrestato dalle autorità italiane nel 1944 a Capri, lo stesso colonnello americano che, pochi mesi prima, lo aveva messo in prigione, se lo fece consegnare come un pericoloso criminale di guerra. Malaparte risalì la penisola al seguito delle truppe alleate e poco dopo la fine del conflitto lasciò l’Italia per Parigi, dove lo attendevano i fantasmi della sua vita di quindici anni prima e una delusione nel campo del teatro

La sera del 31 luglio 1943 Luisa Pellegrini era sola negli uffici della redazione di “Prospettive”, a Roma, in via Gregoriana.  Malaparte da tre giorni era tornato in Italia. La notizia della caduta di Mussolini lo aveva raggiunto in Finlandia: la novità della situazione politica italiana era troppo interessante per lui perchè potesse rimanere lontano. E quella sera aveva lavorato in redazione con la segretaria fino quasi alle sette, per preparare il numero della rivista che avrebbe dovuto commentare ciò che era accaduto e ciò che ancora poteva accadere in Italia con il passaggio dei poteri da Mussolini al maresciallo Badoglio. Poi era salito nel suo appartamento privato, che era al quinto piano dello stesso stabile di via Gregoriana.

Mancavano pochi minuti alle otto quando fu bussato violentemente alla porta. La signorina Pellegrini andò ad aprire con un po' di batticuore. I tempi erano grami e non si sapeva mai che genere di visite ci si potesse aspettare. Il modo della bussata non prometteva nulla di buono. E i due signori che la segretaria di Malaparte si trovò di fronte sul pianerottolo avevano infatti volti scuri e accigliati e un atteggiamento di chiusa minaccia. Il primo dei due domandò brusco:
«Il signor Curzio Malaparte? ».
«Non c'è, è già uscito », disse la donna, e tentò di richiudere l'uscio. Ma allora uno dei due si pose di traverso al limitare e l'altro insistette: «Sappiamo con certezza che è qui. Faccia la cortesia di chiamarlo!». Poi si qualificò: «Sono il capitano Taddei, dei carabinieri ».

A Luisa Pellegrini, atterrita, non rimase altro che informare l’ufficiale che Malaparte era in casa, su al quinto piano. Il capitano Taddei disse:
“Sta bene. Vado io!” poi mormorò qualche cosa al compagno e si avviò per le scale. L’altro diede alcuni ordini secchi rivolto verso la penombra del portone. Si udì l’uscio di strada aprirsi e richiudersi, si sentì un gran rumore di passi e finalmente tre carabinieri in uniforme salirono fino al piano. Due con il moschetto imbracciato, si fremarono sul pianerottolo, il terzo invitò la donna a rientrare negli uffici ed entrò con lei. Le fece cenno di mettersi a sedere e si sedette di fronte a lei, con la pistola sulla scrivania. Luisa Pellegrini racconta:

“Rimanemmo così a guardarci in faccia' senza dire una parola. La casa pareva disabitata: c'era un silenzio enorme. E passarono due ore, forse più, Finalmente si sentirono i passi per le scale e l'uscio si spalancò. Entrò Malaparte, seguito dal capitano Taddei ».

Lo scrittore indossava un abito sportivo con una maglia a collo. Aveva con sè una minuscola valigia. Il suo volto era tirato e un po' pallido, ma sorridente, quasi ironico. Disse alla segretaria:

“Signorina Pellegrini, badi lei all'ufficio. Questi signori vogliono che vada con loro. Non ho idea quanti giorni resterò assente. Se dovessi tardare molto, cerchi di sapere dove sono andato a finire ».

E tuttavia ciò che sorprese la donna non fu la comparsa di Malaparte in evidente stato d'arresto, nè le sue parole. Fu il mutamento che era avvenuto nell'atteggiamento e nelle maniere del capitano Taddei. L'ufficiale del carabinieri pareva ora tutt'altra persona da quella che due ore prima si era presentata all'uscio della redazione. Ogni ombra di sospetto e di rigore si era dileguata dal suo volto. E il modo con cui entrando aveva ceduto il passo allo scrittore, non pareva certo quello professionale di chi ha una persona in custodia e le vuol stare alle spalle per cautelarsi contro ogni eventualità. Infatti fece subito cenno al carabiniere di uscire e disse:
“Malaparte abbia pazienza!”
Sono cose che capitano in questi giorni di confusione. E le assicuro che mi avevano parlato di lei come di tutt'altra persona, Ora mi assumo la responsabilità di mandare via tutti. E lei verrà soltanto con me».

Gli ordini che il capitano diede ai suoi uomini, al di là della porta, non si udirono. Malaparte, in piedi, taceva. E il capitano quando rientrò disse:
“Malaparte, lei non ha cenato. Mi consenta di averla ospite questa sera. E non le sembri ironia, Dica lei dove preferisce che si vada a mangiare. Dopo eseguirò gli ordini che ho ricevuto».

Malaparte disse:

«La ringrazio capitano, le assicuro che non mi sento di mangiare. Sarei un pessimo commensale e non farei onore alla sua cena. D'altra parte dobbiamo andare a Regina Coeli, questa è ancora una possibile. Più tardi sarebbe molto più sgradevole. Sono pratico dei luoghi ».

Su questa battuta lo scrittore prigioniero e il suo custode si avviarono. Ora Luisa Pellegrini commenta:

“In quelle due ore che passai sotto la custodia armata del carabiniere, Malaparte, l'ho saputo dopo, nel suo studio faceva conversazione con il capitano. Gli raccontava amabilmente tutta la studio della sua vita”.

Dal carcere Malaparte fu dimesso una settimana dopo. Avvertita dagli amici, la Pellegrini gli andò incontro fino all’ufficio matricola di Regina Coeli.
Racconta:

«Era smagrito, pallido, le braccia e il collo divorati dalle cimici. Ma sembrava di ottimo umore ». E infatti prima cosa disse:

«E due! Ora non mi rimane che aspettare la terza. Sono contento però che in una almeno mi abbiano accontentato. Ho chiesto la stessa stanza che avevo l'altra volta me l'hanno assegnata!». Dell'aria che tirava a Roma in quei giorni tuttavia non si fidava più. E la mattina dopo partì per Capri, dove intanto  la casa di Capo Masullo era stata ultimata e dove lo attendeva Maria Montico. A Capri lavorava alla stesura definitiva di "Kaputt", e intanto scrisse un articolo sui tedeschi in Europa che era tutto nello spirito del libro, e lo mandò a Roma per il numero di " Prospettive". La rivista fu pronta per essere spedita e inviate in edicola il 12 settembre giorno stesso in cui i tedeschi furono padroni di Roma. Luisa Pellegrini fece appena in tempo a fermare e a far scomparire ogni cosa.

La terza volta in cui Malaparte  dovette varcare la soglia di una prigione non mancò. E ad accompagnarlo furono gli americani. Accadde verso novembre di quello stesso 1943, dopo che gli alleati ebbero occupato Napoli. Una bella mattina alla casa di Capo Masullo si presentarono due sottufficiali del servizio americano di informazioni, chiesero di lui storpiando il suo nome e lo invitarono a seguirli. Poche ore dopo le porte del carcere di Poggioreale si chiudevano  alle sue spalle. 
Cominciò una lunghissima  serie di interrogatori e di contestazioni. Ma Malaparte non durò fatica a dimostrare che in quel momento, e dopo le cose che aveva veduto come inviato speciale sui fronti del Settentrione, che in parte aveva adombrato nei suoi servizi, e che formavano la materia del libro che stava finendo di correggere, se i tedeschi in Europa avevano un nemico giurato, quel nemico certamente era lui. E tra gli americani lo scrittore riusci rapidamente a trovare un uomo che gli si affezionò: il colonnello Cumgil, che dirigeva un'importante branca del servizio di informazioni e che era stato sempre presente ai suoi interrogatori. Fu il colonnello Cumgil che si diede da fare perchè fosse rimesso in libertà e che ottenne l’autorizzazione di fargli indossare nuovamente l'uniforme di capitano dell'esercito italiano.

In quell'uniforme Malaparte doveva seguire le armate alleate nella loro avanzata verso il nord e fare l'esperienza da cui sono nate le pagine più tremende de "La Pelle".

E fu ancora Cumgil che lo salvò quando Malaparte fu messo in carcere per la quarta volta, con il rischio, nell'ipotesi  migliore, di finire in un campo di concentramento e di starvi fino alla fine della guerra. La nuova "misura di polizia" nei suoi confronti era stata presa dalle autorità italiane alla fine di febbraio o ai primi di marzo del 1944. A prelevarlo a Capri furono mandati due agenti della Questura di Napoli. E' Maria Montico che racconta:

« Stava albeggiando quando svegliarono i latrati del cane sentii i passi per il sentiero. Immaginai subito che fossero cattive nuove. Se venivano a quell'ora, non potevano essere amici. E corsi a svegliare Malaparte. Forse si poteva ora tentare una fuga per la via del mare. Ma lui non volle e: "Se mi cercano è meglio mi trovino qui". Si alzò e cominciò a vestirsi. Vidi che indossava l'uniforme ». Mettendosi in uniforme, come era suo diritto, Malaparte trovò subito modo di dare ai due poliziotti un grosso dispíacere. Infatti scese nell'atrio dove lo attendevano, vestito di punto, ma senza gli stivali Disse:

“Eccomi qui. Io sarei pronto ma non ho gli stivali. Sono a Capri, dal calzolaio. Se volete che venga con voi bisogna che facciate il favore di andarmeli a prendere ».

I due si guardarono. Dal luogo ove sorge la casa di Malaparte a Capri ci sono quattro chilometri di brutta mulattiera. Di quanto fosse brutta e sassosa i due avevano appena finito di fare l'esperienza. Tentarono di imporsi e di pretendere che lo scrittore si mettesse in borghese oppure che a prendere gli stivali andasse Maria Montico. Malaparte però fu irremovibile. Si impuntò: 
“O così, o non mi muovo. La signora non può fare tanta strada: soffre di reumatismi. Non potrebbe essere qui prima di mezzogiorno”,
Bisognò che facessero a suo modo. Tirarono a sorte: uno partì e l'altro rimase. Passarono  quasi due ore fino a che lo agente fu di ritorno imprecando e ciondolando i dannati stivali. Malaparte intanto aveva fatto in tempo a spiegare a Maria cosa doveva fare per tentare di toglierlo dai pasticci. 
La donna infatti parti per Napoli per i con il primo battello quello che aveva portato via il prigioniero. Andò al consolato americano e cercò del colonnello Cumgil. Potè trovarlo solo dopo due giorni (intanto era riuscita a sapere che Malparte era un'altra volta a Poggioreale) e gli raccontò l’accaduto. Il colonnello riflettè poco, poi sorrise maliziosamnte e disse:

“OK! Venite qui domani!». 
Puntualmente il giorno dopo Maria tornò al comando americano, fu fatta passare subito e nella stanza di Cumgil trovò Malaparte davanti a un'enorme tazza di te. Per liberarlo il colonnello americano non aveva seguito la via burocratica, aveva scritto lettere, non aveva fatto telefonate. Aveva chiamato uno dei suoi subalterni e gli aveva detto:

“Prenda due uomini armati e vada subito al carcere italiano di Poggioreale. Ci deve essere tra i detenuti un certo Curzio Malaparte. E' un criminale di guerra e deve essere giudicato da noi. Se lo faccia assegnare e me lo porti qui!». 

Categoria
cultura

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