Da Reggio Calabria in linea l'avv Antonio Marra 'La mia 'odissea' giudiziaria'

di Antonio Marra*

Buongiorno direttore,
ringrazio i miei legali,  Avv.ti Giovanna Beatrice Araniti  e Francesco Calabrese, che mi hanno seguito sin dall’inizio, credendo nella mia innocenza, e vedendola finalmente sancita con la sentenza emessa ieri dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria,  con cui sono stato assolto dal capo d) perché “non ha commesso il fatto”;  dal capo v) perché “il fatto non sussiste””. 
La pronuncia della Corte d’Appello reggina giunge a distanza di dieci anni e 15 giorni dall’inizio del procedimento e di nove anni dal 22 dicembre 2017, quando la Corte di Cassazione, in accoglimento dei ricorsi difensivi, annullando senza rinvio l’ordinanza cautelare, dispose la scarcerazione dell’Avv. Marra dopo 592 giorni  di carcerazione preventiva e fa seguito ad alcune importanti assoluzioni, divenute irrevocabili, registratesi nel troncone giudicato col rito abbreviato, che erano state segnalate sin dal primo grado.
L’Avv. Antonio Marra è stato  coinvolto nel procedimento scaturito dall’indagine denominata “Gotha”, incentrata sulla presunta esistenza di una struttura unitaria di vertice della ’ndrangheta reggina e su una serie di asserite relazioni tra ambienti criminali, imprenditoriali, professionali ed istituzionali. 

In questo contesto, all’Avv. Marra veniva  contestata, tra l’altro, una partecipazione ad associazione mafiosa e un ruolo di supporto professionale nell’ambito di vicende imprenditoriali e giudiziarie (tra cui quelle relative alla “Perla dello Stretto”), che la Pubblica Accusa ha contestato come funzionali agli interessi del sodalizio criminale. 
Sin dall’inizio, la difesa ha evidenziato l’assenza di qualsiasi stabile inserimento dell’Avv. Marra in strutture associative di tipo mafioso;  la natura strettamente professionale delle condotte poste in essere, inquadrabili nell’ordinaria attività forense di assistenza e consulenza legale, prive di finalità agevolatrici del sodalizio;  la fragilità ed incoerenza del compendio indiziario, fondato su letture forzate di conversazioni, su dichiarazioni non riscontrate e su ricostruzioni che confondevano il ruolo dell’avvocato con quello del cliente. 

Prosegue l’Avv. Marra: “I miei difensori hanno  dimostrato come tutti gli episodi valorizzati dall’accusa fossero, in realtà, pienamente compatibili con il ruolo di un difensore che esercita il proprio mandato nell’interesse del cliente, nel rispetto delle regole deontologiche e processuali;  mancasse qualsiasi prova di un contributo consapevole e volontario all’associazione mafiosa o a scopi illeciti;  la stessa struttura accusatoria risultasse viziata da un uso improprio della categoria del “contesto” e da indebite generalizzazioni, tali da trasformare rapporti professionali leciti in presunti indici di contiguità mafiosa. 
Proprio su queste basi, la Corte di Cassazione, con la decisione del 22.12.2017, ha annullato senza rinvio l’ordinanza cautelare, rilevando l’insufficienza e l’inidoneità del quadro indiziario a giustificare la compressione della mia libertà personale. 
La successiva pronuncia di questa Corte d’Appello ha quindi riconosciuto, nel merito, che per il capo d) l’Avv. Marra non ha commesso il fatto;  per il capo v) il fatto non sussiste, sancendo la radicale inconsistenza delle contestazioni mosse. 
Nonostante queste conclusioni, sono stato per anni messo alla gogna, esposto a un clima di sospetto e stigmatizzazione che mi ha colpito ben oltre le aule di giustizia.

Sul piano professionale, sono stato di fatto esiliato, escluso da incarichi e opportunità, segnato da una rappresentazione pubblica che mi ha dipinto come colpevole prima di qualsiasi accertamento definitivo. 
La vicenda ha coinvolto molte persone; alcune di esse, purtroppo, sono decedute nel corso del procedimento, senza poter assistere alla piena affermazione della verità giudiziaria ed all’assoluzione.  Sono stato trattato, nei fatti, come colpevole, in aperto contrasto con il principio costituzionale di presunzione di innocenza, che dovrebbe garantire che ogni cittadino sia considerato innocente fino a condanna definitiva, e non il contrario.

Nella prassi accade, purtroppo, che chiunque venga coinvolto in una vicenda giudiziaria rischia di essere immediatamente etichettato come colpevole, portando addosso una vera e propria “lettera scarlatta” che lo accompagna per anni, anche quando – come in questo caso – l’esito finale è di piena assoluzione. 
Questa vicenda impone una domanda non più eludibile: è accettabile un sistema che consente che, a distanza di dieci anni, si accerti l’innocenza di una persona dopo averne di fatto distrutto la vita professionale e umana? 
Non è forse doveroso interrogarsi su un modello che “fa acqua da tutte le parti”, in cui le misure cautelari incidono in modo irreversibile sulla vita degli indagati;  la comunicazione mediatica spesso sovrasta il dato processuale;  la presunzione di innocenza, principio cardine della nostra Costituzione, viene troppo spesso sacrificata a favore di una presunzione di colpevolezza di fatto?”. 
Oggi, a distanza di dieci anni dall’inizio del processo, la sentenza di assoluzione certifica ciò che la difesa ha sempre sostenuto: l’innocenza dell’Avv. Antonio Marra. 

Ma i danni subiti, umani e professionali, restano in larga parte incommensurabili. 
I legali esprimono profonda soddisfazione per l’esito del giudizio, che restituisce formalmente al nostro assistito la sua piena dignità professionale e personale. 
Questa soddisfazione è però inscindibile da una forte amarezza: un decennio di vita, di carriera, di relazioni e di serenità non può essere semplicemente restituito da una sentenza, per quanto liberatoria.  
La vicenda dell’Avv. Antonio Marra dovrebbe costituire occasione di seria riflessione per tutti gli operatori del diritto, le istituzioni e l’opinione pubblica, affinché si rafforzino realmente le garanzie a tutela dei cittadini e si eviti che simili tragedie umane e professionali possano ripetersi. 

L’Avv. Marra, nel prendere atto con compostezza della pronuncia assolutoria, “ringrazia i propri difensori per il lavoro svolto con grande professionalità, affrontando un quadro accusatorio abnorme”  e quanti gli sono rimasti vicini in questi anni, auspicando che questa sentenza possa rappresentare non solo la fine di un incubo personale, ma anche l’inizio di un percorso di maggiore rispetto delle garanzie costituzionali per tutti.  

*Avvocato

Categoria
giudiziaria

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