Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. Le avventure di Malaparte

di Massimo Ristuccia

LE AVVENTURE DI MALAPARTE RIVISTA TEMPO N. 32 DEL 1957.
LE AVVENTURE DI MALAPARTE 1 parte

Iniziamo la pubblicazione della biografia di Curzio Malaparte, che non soltanto è stato uno degli scrittori italiani più rappresentativi del nostro tempo, ma anche uno dei personaggi più vivi, più sorprendenti e più avventurosi. Ecco i suoi anni di fanciullo e di adolescente, dalla prime fantasticherie alla prime battaglie.

Nel pomeriggio di venerdi 19 luglio, nelle primissime ore, quando i pratesi erano ancora tutti a tavola per il desinare, una gran nuvola a sorse dalla valle del Bisenzio incappucciò lo Spazzavento.  A poco a poco, sospinta da vento sottile, e gelido, occupò tutto il cielo. Una caligine da si stabili su Prato. Alle quarantacinque in punto una saetta scoccò dal cielo e si scaricò chissà dove in un parafulmine. Molti la videro avvampare le nuvole. Ma lo schiocco così tremendo, il fragore fu così forte che nessuno a Prato ricorda di aver mai udito l'ugale. Lo Zella disse:

Volete vedere che è morto Malaparte?».

E la medesima cosa fu detta casa dei Baldi e in quella dei Paoli e in moltissime altre case di Prato. Pochi minuti dopo il telefono squillava in Comune, chiamando da Roma. Malaparte era spirato per l'appunto a quell’ora. Il vento subito mutó direzione, e in breve tutto il cielo si rifece sereno. Non era caduta neppure una goccia di pioggia.
Chi mi racconta queste cose, seduto al caffè nella piazza del Duomo, aggiunge:
Non poteva essere altrimenti che così il saluto di Malaparte alla sua città natale! ». Quando a Prato dicono queste cose non scherzano e non passa neppur per la mente non aver assistito a un prodigio. Se non proprio ai prodigi, alle stranezze e alle cose fuor del comune Malaparte li aveva abituati da tempo. Tanto che nella notte del sabato, quando si arrivò da Roma con la salma, ed era quasi l'alba, più di metà pratesi erano ancora in piazza, che aspettavano mezzanotte. E nessuno pareva stupito dell'enorme ritardo. n vecchio disse:

«Non è mai accaduto che arrivasse quando aveva detto di arrivare. Volevate che cominciasse da questa sera?».

Malaparte è nato a Prato il 9 giugno 1898. E' nato di mattina, ma non erano passate nemmeno ventiquattro ore subito gli capitò la sua prima avventura.

Alle 10 di sera Eugenia Baldidi entrò nella casa di via Magnolfi, nell'appartamento Suckert, dove il piccino era nato al mondo, lo ravvolse tutto in una gran coperta e attraverso tutta la città lo portò a casa sua. Anche in quella minacciava un temporale. Il piccolo era il terzo nella casa dei Suckert, dopo Mimma e Sandro. Ma la mamma non aveva latte da dargli. Eugenia Baldi aveva perduto da pochi giorni un figlio appena nato e così fu scelta pechè gli facesse da balia e lo crescesse in casa sua.
Eugenia è morta da pare anni. Chi vive ancora invece è suo marito, Milziade Baldi, Malaparte chiamò sempre “Il balio". Ha poco meno di novant'anni e per la grande età non si muove quasi più dalla poltrona. Ma la domenica cui il corpo di Malaparte rimase esposto a Prato nella sala maggiore del Comune, pretese di uscire di casa e che accompagnassero a vederlo. Arrivò, sorretto dai figli, e quando fu sulla soglia della sala volle che lo lasciassero andar da solo. Si avvicinò alla bara, chinò, stette qualche attimo le mani aperte davanti al petto in silenzio. Ma poi diede gran grido:

«Oh Curte! T'ho portato in collo e ora ti porto a sotterrare!”. E con la palma batteva colpi e colpi sul cristallo che chiudeva il volto  del morto, e singhiozzava e non voleva lasciarlo, tanto che lo dovettero portare via di forza.
Il nome esotico e ispido di Kurt fu la prima stranezza che Malaparte, inconsapevole, fece sopportare ai suoi pratesi.
Il vecchio Milziade mi racconta: “ Noi non lo si sapeva pronunziare. Si diceva Curte, o Curtino ziare.  Diventò Curzio quando oramai ci si era abituati a chiamarlo Curtino. Faceva sempre così, che non ti lasciava tranquillo in una cosa ». 
Ma poi racconta di quella sera in cui arrivò l'Eugenia con il fagotto di Curtino in braccio. Dice:

“Svolse il panno e lo vidi. Era un cosino tutto rosso e lava. Io voltai il capo e mi veniva da piangere: avevo in mente il mio figliolo morto. Ma quando, nei giorni che vennero, spalancò gli occhi e cominciò a guardarsi intorno, ed erano già gli stessi occhi che poi ha sempre avuto, così grandi e intensi e curiosi, mi entrò nel cuore. E ci rimase. Gli ho voluto bene più che ai miei figlioli.  Ma anche lui a me, bisogna dire”.
La casa dei Baldi, dove intanto erano nati altri figli e figlie, rimase per Curzio bambino,  ancora molti anni dopo che fu finito il baliatico, la sua seconda casa. Ci arrivava al mattino e tornava in famiglia solo per dormire. A lui però sarebbe piaciuto rimanerci anche la notte, e quando veniva il momento di andar via frignava sempre. Una sera disse all’Eugenia:”Non mi condurre a casa. Voglio restare qui a dormire. Perchè a casa mia non mi mettono a letto, mi chiudono nello stanzino del carbone ».
Ci si poteva anche credere. Tutta Prato sapeva che Erwin Stuckert, il "tedesco", usava con i figli la maniera dura, che a tavola teneva accanto a sè uno staffile e che lo adoperava. Si raccontava di uno scapaccione dato dalla Mimma che la aveva rovesciato dalla seggiola e della Maria rimasta per tutta una giornata prigioniera e senza mangiare, nel bagno. La storia del carbone però era una fantasia di Curtino, una delle prime. La voglia d'essere coccolato gli aveva suggerito di modificare un poco la realtà. Infatti Milziade racconta che quella sera l'Eugenia, curiosa, tornò dopo poco con un pretesto nella casa dei Suckert e trovò che Curtino dormiva tranquillo nel suo letto,  accanto al letto di Sandro. 
Lo stesso bisogno di tenerezza, e  di destare interesse, gli suggerì qualche anno più tardi una fantasia ancora più cruda. Era già il tempo in cui andava con i compagni a giocare per i boschi attorno a Prato. E un giorno lo sorprese una grandinata con tuoni e fulmini. Tornò, appena spiovve, in casa Baldi, fradicio d'acqua dalla testa ai piedi, Ma aveva gli occhi sbarrati dal terrore. Gridava e piangeva:
“I fulmine, il fulmine! E’ stato il fulmine!». E poi, calmandosi un poco, raccontò: 
“Eravamo in pineta, con Ramiro, quando arrivò il temporale. E ci siamo rifugiati sotto un albero. Il fulmine ha colpito l'albero e Ramiro è rimasto incenerito. Sì, sì, incenerito!”.
Lo spogliarono, lo asciugarono e lo misero a letto, mentre continuava a singhiozzare e a ripetere quella parola "incenerito",. E andarono a cercare Ramiro, che naturalmente era vivo  e sano, bagnato come un sorcio anche lui. Quando glielo condussero davanti non si confuse. Smise di piangere e lo guardò male. Non gli perdonò mai di non essersi incenerito, come aveva detto lui.
Milziade baldi fu la sola persona a Prato che Curzio salutò, pur senza dirgli ciò che stava per fare, quando fuggi per andare ad arruolarsi nella legione garibaldina. Era una sera di autunno del 1914. Milziade era in piazza, in crocchio con gli amici, quando il ragazzo gli si avvicinò e lo chiamò da parte. Curzio aveva allora 16 anni e ne mostrava anche meno: aveva un volto gentile , femmineo, senza un filo di barba. Il vecchio racconta:
“Gli guardai gli occhi, avevano uno strano splendore.  Erano più accesi ancora del consueto. Si sfilò un anello che portava al dito, una specie di sigillo con il segno della morte secca e me lo diede. Disse: "Se dovesse capitare qualche cosa lo devi tenere per te. Se no, lo renderai". Misi in tasca l'anello. Un po' mi veniva ridere e un po' ero turbato. Gli risposi: "O che ti deve capitare, Curtino?" ».

Quella notte Curzio non tornava casa. Lo cercarono disperati per tutta Prato, in ogni casa dove aveva amici e poi in campagna, nella pineta di Galceti, al convento, e fin sulle baIze dello Spazzavento. Fino a tardi si videro su per la montagna gli uomini con le lanterne e si sentirono i loro raucii richiami: "Curte! O Curte!". 
Chi racconta adesso non è più Milziade Baldi, è Nada Perini. La signorina Nada ha ora più di settant'anni e ricorda Curzio ragazzo, perchè visse in casa sua quando era allievo del Cicognini e fece con lei e con la sorella le prime scuole.

Erwin Suckert infatti, quando Curzio era sui dieci anni, trasferì da Prato in Lombardia. Il "tedesco" era un bravissimo tintore, era venuto in Italia con un suo segreto per tingere i panni. E un certo giorno preferì lasciare Prato per le filande del Settentrione. Ma Sandro e Curzio rimasero per le scuole a Prato e furono ospiti  in casa d’un amico, l’avvocato Perini, fratello appunto di Nada. La signorina Nada racconta:
La signorina Nada racconta…

Categoria
cultura

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