Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. 'La tragedia del piroscafo 'Santamarina' 3° puntata
di Massimo Ristuccia
3 PARTE AFFONDAMENTO DEL SANTA MARINA 9 MAGGIO 1943 ALCUNE TESTIMONIANZE RACCOLTE NEL TEMPO.
• Testimonianza della Signora Sulfaro, sopravvissuta, rilasciata al notiziario delle isole eolie del maggio 1975;
• Testimonianza del Signor Ezio Roncaglia, che allora, per caso, non prese la nave, con parte finale lezione e spiegazione data agli studenti del prof. Carnevale.
• 09 maggio 2016....73 anni senza il SantaMarina
• Chi non rispetta la morte non può sperare di «non perire», ossia di salvare la propria anima, ma andrà incontro alla morte morale, ancora più spaventosa della morte fisica, di Aldo Natoli,"PER RICORDARE ".
• Pro loco Spadafora ricorda il Sig. Di Mento che perì a bordo;
• Testimonianza del Sig. Antonino Biviano rislascita anni fa a Chiara Giorgianni per “QUESTEOLIE”.
• https://www.filodirettonews.it/cultura-e-societa/2021/03/25/piroscafo-santamarina-il-racconto-umano-di-una-tragedia/
di Tiziana Santoro
Piroscafo Santamarina: Il racconto umano di una tragedia
Sarà, certamente, capitato ai croceristi in visita alle Isole Eolie di notare in piazza di Santa Marina, a Salina, la scultura marmorea dell’artista Sergio Santamarina. Il monumento ricorda i caduti in guerra il 9 maggio del 1943. L’episodio è noto, soprattutto, alla comunità eoliana che, annualmente, commemora le vittime del piroscafo Santamarina, affondato dal sommergibile inglese Unrivalled della Royal Navy, comandato dal tenente Hugh Bentley Turnerel e diretto da Malta nelle nostre acque. Ancora oggi, il dramma del Santamarina è, per la comunità locale, una ferita mai rimarginata che ha, per la prima volta, costretto i civili a fare i conti con una guerra che, sino a quel momento, era apparsa lontana e inspiegabile. Il dramma in termini di vite umane è stato stimato come segue: 62 vittime e 45 sopravvissuti. Ma questo non è tutto, la società eoliana di navigazione ha perso una delle sue imbarcazioni più importanti. Il Santamarina – varato nel novembre del 28 a Palermo, nel 1828 – era munito di un salone centrale e 50 confortevoli cabine di prima classe: questi erano veri e propri alloggi di lusso, due dei quali comprendevano un elegante salotto e un ponte di passeggiata. Inoltre, per gli amanti della lettura, il piroscafo metteva a disposizione 80 preziosi volumi, collocati in un’elegante biblioteca. La terza classe, situata a poppa, era munita di 36 letti e un confortevole reparto per le donne.
La mattina del 9 maggio sembrava un’odierna giornata di navigazione sulla tratta Lipari-Milazzo con scalo a Vulcano. Improvvisamente, e con sconcerto di tutti, alle ore 15.40, l’imbarcazione fu colpita da 2 siluri nella parte centrale, mentre si trovava ad appena 2 miglia da terra. Sino ad ora, l’interesse dell’opinione pubblica è stato rivolto, prevalentemente, a individuare la causa della sciagura. Per anni, si sono susseguite diverse ipotesi. A molti, piace credere che l’obiettivo militare fosse la presenza a bordo di 4 ufficiali tedeschi provenienti dalla Libia e in possesso di documentazione da consegnare ai vertici militari tedeschi. Altri fanno rientrare l’accaduto nell’operazione ‘R’, che prevedeva di affondare ogni imbarcazione nell’area dello Stretto, in previsione dello sbarco alleato. Dagli archivi storici Nazionali Inglesi di Kew, risulta, piuttosto, che l’operazione militare rientrasse in una routine volta a fiaccare lo stato d’animo del nemico. Ciò che più mi interessa riportare in questo articolo è quanto emerge dai verbali d’indagine dell’ufficio circondariale di Lipari, redatti dal tenente di porto, Alberto Alovisi, comandante del porto di Lipari, immediatamente dopo la tragedia, perché utili a restituire ai lettori la dinamica della tragedia vissuta dal punto di vista degli uomini che si trovavano a bordo, con attenzione alle loro percezioni ed emozioni.
Spicca, tra queste, quella di Scarrato Antonio, il quale nell’istante in cui il piroscafo venne colpito si trovava nella cabina addetta a ufficio postale, dove svolgeva la sua funzione di timbratura delle lettere in partenza. Appisolatosi sullo scrittoio, dopo aver congedato il primo ufficiale, Gennaro di Meglio, che andava a radersi nella sua cabina, fu svegliato da un rumore improvviso. Dal momento che la porta era bloccata, udite le grida dei presenti a bordo, avvertito uno sbandamento e vista in aria polvere di carbone, Antonio pensò di prendere quella che sembrava essere l’unica via di fuga possibile e che passava per l’oblò della cabina. Sopraffatto dalla preoccupazione per lo zio cuoco, Sacchettino Giuseppe, Antonio pensò bene di percorrere il corridoio di sinistra per raggiungere la sala cucine. Imbattutosi nel capo macchinista, Ortese, in visibile stato di shock, proseguì sino alla destinazione prefissata. Una volta notato il corpo dello zio sanguinante per terra, provò a toccarlo con il piede, ma non ottenendo alcuna risposta, si lasciò cadere in acqua nella speranza di potersi trarre in salvo, mentre lo scafo affondava, spezzato al centro.
Ancorato insieme ad altri superstiti a una zattera di fortuna, improvvisata con un pezzo del relitto, Antonio e gli altri sopravvissuti vogarono per 20 minuti nella speranza di avvicinarsi alla riva. Intanto, da Lipari giungevano un MAS e un dragamine per prestare soccorso. La brutta esperienza sembrava conclusa, quando Antonio vide riemergere la torretta del sommergibile e rialzarsi una colonna d’acqua e aria sotto la costa di Vulcano. Nessun mitragliamento contro di loro, come qualcuno aveva ipotizzato, ma l’ennesimo siluro lanciato nel tentativo di ostacolare la manovra di soccorso. Tratti tutti in salvo, Antonio e gli altri superstiti videro arrivare da Milazzo due MAS tedeschi e gli idrovolanti per prestare assistenza. Altrettanto toccante è la testimonianza di Antonino Sidoti, imbarcato come ingrassatore, il quale venne colto dall’esplosione mentre si trovava nel locale fuochisti a poppa. Bloccatasi la porta, Antonino provvide a forzarla per buttarsi in acqua con addosso solo i calzoni. Aggrappatosi a una zattera di fortuna con altre tre persone – supino e sopraffatto dai brividi di freddo – venne incoraggiato da uno dei sopravvissuti che aveva notato l’avvicinamento di un dragamine. Intorno a lui, la gente si agitava, gridava e chiedeva aiuto.
A intensificare l’intensità del racconto, contribuisce la testimonianza del marinaio Giovanni Re, il quale al momento dell’esplosione si trovava nella cabina del radiotelegrafista. Il marinaio riferisce che le operazioni di bordo, sino a quel momento, si erano svolte regolarmente alla presenza del comandante, del capocannoniere e del timoniere Florio Pasquale. Era di vedetta il marò Formica Giuseppe, quando fu avvertita l’esplosione e Giovanni si ritrovò a terrà, coperto dalle macerie. Rialzatosi e prodigatosi per cercare un salvagente, raggiunse una zattera di fortuna, poi si strappò di dosso la camicia per legarla alla staffa per segnalare la sua presenza e quella di altre 9 persone. Giovanni ha fornito notizie del radiotelegrafista Paolo Cuzzocrea, che, suppone, sia stato travolto dal vortice e annegato. Nell’istante dello scoppio, il carbonaio, Quadara Francesco, invece, aveva chiesto il permesso per allontanarsi dalla caldaia e mentre si trovava davanti al lavandino, colto di sorpresa, sfondò l’oblò per trarsi in salvo. Intanto, la nave si inabissava a prua, con la poppa alzata e l’elica ancora in moto. Anche Arcadi Antonino si salvò, prontamente, forzando la porta e si gettò in mare aggrappandosi a un barile. Egli, con la sua accorata testimonianza, presuppone la morte del comandante, degli ufficiali e sottufficiali di scorta, e dei passeggeri di prima classe che – al momento della tragedia – si trovavano nel salone principale. Ogni anno, per i turisti di Salina, la tragedia del Santamarina rivive attraverso la commemorazione delle sue vittime e la testimonianza di chi ebbe la fortuna di portarsi in salvo: è il ‘racconto umano’ di una tragedia mai sopita nel cuore della comunità eoliana
NOTIZIARIOISOLEOLIE.IT
Un mio studio e qualche opinione. Affondamento Santamarina. da: ARCHEOLOGIA SOTTOMARINA ALLE ISOLE EOLIE di MENSUN BOUND. PUNGITOPO EDITORE 1992.
“”La seconda guerra mondiale fece da scenario a diverse perdite nelle Eolie, la più grave delle quali fu quella del piroscafo di 763 tonnellate Santa marina Salina. Costruito nel 1928, svolse il servizio passeggeri da tra le Isole e Milazzo per la Società An. Di Navigazione di Messina. Fu affondato da un sottomarino inglese, di fronte alle città di Lipari e Vulcano. In Navi Mercantili Perdute, terzo volume della serie La Marina Italiana nella seconda guerra mondiale, pubblicato dall’ufficio storico della marina Militare (Roma, 1977), leggiamo: “Il 9 maggio 1943, in navigazione da Lipari a Milazzo, verso le ore 15.45 nel punto a miglia 6,5 per 131 dal porto di Lipari, fu silurato da un sommergibile nemico. Affondò alle ore 16.07””. Fu questa la maggiore tragedia locale, nella quale morirono più di cinquanta passeggeri oltre l’equipaggio.
L’evento è ancora ricordato e discusso dagli Isolani, ma quando ho chiesto la nazionalità del sommergibile nessuno ha saputo rispondermi. La verità fu poi scoperta, grazie a me, da Gus Britton, che attualmente lavora come capo archivista al Royal Navy Submarine Museum, in Inghilterra. Egli stesso aveva dato la caccia alle navi, durante la seconda guerra mondiale, nelle acque eoliane, mentre era al servizio sul sottomarino Uproar.
Il sommergibile che affondò il Santa marina era l’Unrivalled: era partito da malta il 1° maggio 1943, sotto il comando del tenente H.B. Turner, con l’ordine di perlustrare gli avvicinamenti settentrionali allo Stretto di Messina.
Il giorno 6 dello stesso mese, nei pressi di Capo vaticano, individuarono la goletta italiana Albania, di 223 tonnellate. Chiamate le stazioni d’azione, furono sganciati due siluri, ma entrambi fallirono. Il giorno seguente fu preparato un altro attacco, ma a causa del cattivo funzionamento del siluro emerse, costrinse col fuoco la goletta a dirigersi verso terra e fu distrutta.
Il giorno 8 dello stesso mese incrociò il Santa Marina Salina. Due siluri furono sparati ed entrambi colpirono il bersaglio. Un ultimo siluro fu lanciato contro un’altra goletta mentre accorreva per dare aiuto, ma questa vide la traiettoria e si mosse in modo da schivarlo. Quella notte l’Unrivalled fu richiamato a Malta, ove arrivò il 13 maggio.
L’Unrivalled sopravvisse alla guerra, ma il suo capitano, il Tenente Turner, morì due anni dopo, mentre era sulla Porpoise, distrutta dalle bombe di un aereo giapponese nello Stretto di Malacca, il 19 gennaio 1945. Fu l’ultimo sommergibile inglese ad essere affondato durante la guerra. Il sottotenente dell’Unrivalled, “”Florrie”” Ford, è ancora vivo e lavora oggi come guida al Royal navy Subnarine Museum. Gli sono grato per aver ricordato insieme a me questi episodi.””
.-.
Il sottomarino UNRIVALLED apparteneva alle classe “U”, da: SOTTOMARINI ALLEATI di K. POOLMAN, FRATELLI MELITA EDITORI 1993.
“”Si tratta di un sommergibile di classe "U", facili da costruire, basate su una propulsione diesel-elettrica in superficie. Originariamente dovevano essere destinate all’addestramento di imbarcazioni di superficie nelle operazioni militari antisottomarini, ma in considerazione della precaria situazione internazionale , fu deciso di armarle per pattugliamento offensivi a corto raggio……..Furono impiegati con successo contro le rifornitrici dell’Asse nelle basse acque del Mediterraneo.
.-.
Oggi quali altre informazioni si potrebbero avere? si può scrivere al http://www.submarine-museum.co.uk/; in realtà chi possiede documenti ufficiali oggi è il The National Archives of the United Kingdom dove esitono dei riferimenti al sommergibile P 45 UNRIVALLED, il rilascio di copie di documenti avviene a pagamento, su richiesta scritta che deve essere accettata, ammesso che si trovi qualcosa in più di quello che già si sa, (al di là di dati tecnici, giorno ora ecc. non troveremo mai il perché del lancio di quei siluri ad un PIROSCAFO).
Lo stesso, il 16.02.1943, aveva affondato il piroscafo da carico "PASUBIO" a largo di Roccella Jonica.
Ripartendo da quell’ordine di ”perlustrare gli avvicinamenti settentrionali allo Stretto di Messina.”
Perché?
Se mi è concesso si sono fatte ipotesi e riportate notizie di cui non mi sembra si sia mai avuto prova, su alcune di queste ipotesi sorvolo.
“”Si era in vista dello sbarco alleato in Sicilia””, (come a dire per facilitare le cose per non sbagliare e per demoralizzare affondiamo qualsiasi cosa).!!
Quali ordini precisi avesse ricevuto e quali margini di discrezionalità aveva il tenente H.B. Turner, non lo sapremo mai.
Una mia mera opinione personale e che il tenente H.B. Turner, assegnato ad una unità minore che nel mediterraneo non partecipava a nessuna missione "importante" (es. attacchi a convogli italiani per rifornire le truppe in africa) o ingaggi combattimento con grosse unità militari navali italiane, tranne rari casi, commise un grosso errore o prese troppo alla lettera gli ordini ricevuti.
Il tenente H.B. Turner è morto nel 1945 ed il sommergibile dismesso nel 1946.
Dall’Ottobre 1944 fu al comando del Sommergibile HMS Porpoise sul quale morì il 16 Gennaio 1945 (data presunta) a seguito di affondamento per mano di aerei Giapponesi a largo di Penang (stretto di Malacca) dove si trovava per la posa di mine. Il Porpoise fu l’ultimo dei sommergibili Inglesi ad essere affondano durante la 2^ Guerra Mondiale.
Vi è una similitudine con l'affondamento del traghetto "S. Lucia" partito dall'isola di Ponza il 24 luglio 1943 attaccato da tre aerei inglesi: morirono 105 persone.
""Dalla consultazione degli Archivi Storici Nazionali Inglesi di Kew, l'evento è riportato come una normale operazione di guerra, volta a fiaccare il morale dell'Italia per farla uscire dalla guerra"".
Volendo approfondire su cosa si potrebbe trovare negli archivi inglesi sull’affondamento del “SANTAMARINA”, sul sito UBOAT.NET vi sono riferimenti precisi a tutte le unità inglesi compreso l’UNRIVALLED (come da foto) ed il suo comandante, nella cronologia delle missioni è riportato anche l’attacco al SANTAMARINA (come da ritaglio).
Dalla gentile e veloce mail di risposta avuta dal “THE NATIONAL MUSEUM ROYAL NAVY”, inoltre viene riferito che qualora non vi fossero informazioni specifiche sul sito uboat.net, per conoscere dettagli sull’attacco questi potrebbero essere nei documenti (es. relazioni degli ufficiali) che si trovano presso il “National Archives”, a cui è possibile rivolgersi, ciò comporta un costo per la ricerca delle informazioni richieste, il vaglio di esse, l’approvazione all’invio in via digitale o cartacea. Ammesso sempre che si trovi ciò che interessa.
https://uboat.net/allies/warships/ship/3553.html
La storia dell'HMS P 45 / Unrivaled compilata in questa pagina è estratta dai rapporti di pattuglia e dai registri di questi sottomarini. Correzioni e dettagli riguardanti le informazioni dal lato nemico (ad esempio la composizione dei convogli attaccati) sono stati gentilmente forniti dal Sig. Platon Alexiades, un ricercatore navale canadese.
9 maggio 1943
HMS Unrivalled (Lt. H.B. Turner, RN) silurò e affondò la piccola nave passeggeri italiana Santa Marina Salina (763 tsl, built in 1929) south-east of Lipari, in Italy. Quarantotto le vittime, undici marinai, quattordici militari e ventuno civili sono stati prelevati dai motoscafi M.3 e M.5 e da due tedesche motovedette. Le scialuppe di salvataggio furono poi mancate da due siluri.
Successivamente una goletta che rimorchiava altre due navi fu attaccata con un siluro che mancò.
(Tutti gli orari sono zona -2)
Ore 1524 - Avvistato lo stesso piccolo ausiliario da 800 tonnellate che aveva visto durante la mattinata. Era diretta a Milazzo. Attacco iniziato.
Ore 1540 - In posizione 38 ° 25'N, 15 ° 03'E hanno sparato tre siluri. Furono ottenuti due colpi e la nave affondò. Il terzo siluro è stato sentito esplodere sull'isola di Vulcano.
Ore 1618 - Avvistato una goletta a due alberi in uscita da Lipari. Attacco chiuso e iniziato. La goletta stava rimorchiando altre due navi. Tutti e tre stavano navigando con the Italian Naval Ensign.
Ore 1642 - In posizione 38 ° 25'N, 15 ° 02'E ha sparato un siluro. La goletta ha visto la pista e si è modificata per pettinarla. Il siluro è mancato. Impareggiabile quindi si diresse sul lato nord.
Altro mio pensiero l’atto più “infame”, ammesso che si possa giustificare il primo, è il lancio del terzo siluro verso i soccorsi che va contro le leggi del mare della moralità della coscienza. In merito voglio dire da studioso della seconda guerra mondiale che per fortuna vi furono uomini che nella brutalità della guerra, su tutti i fronti, sia dell’asse che degli alleati, uno coscienza l’ebbero.
NOTIZIARIOISOLEOLIE.IT
L’AFFONDAMENTO DEL S. MARINA 1 PARTE. DA ALCUNI NUMERI DEL NOTIZIARIO DELLE ISOLE EOLIE. LA NOSTRA STORIA RECENTE.
Quanta gente quel pomeriggio del 9 maggio nella piazzetta di Marina Corta alla partenza del piroscafo S. Marina per Milazzo.
Gente che partiva, familiari che accompagnavano. In nessuno, forse, il presentimento dell’imminente tragedia: in tutti si era ormai radicata la convinzione che il piccolo battello veniva risparmiato.
Le acque attorno alle isole “brulicavano” quasi di mezzi americani ed inglesi; tutti i giorni cadaveri venivano rinvenuti con tanto materiale di piroscafi silurati, ma la nostra nave andava e tornava incolume.
Quel giorno, invece, partita dopo aver lanciato, a guisa di ultimi saluto, un lungo pennacchio di fumo, in perfetto orario, alle ore 15,10 all’altezza della lanterna di Vulcano, trovò l’insidia mortale.
Io mi attardavo nel balcone della mia abitazione, dopo la partenza del piroscafo, a guardare lo sfaccendare dei marinai che tiravano a secco le barche, quando, verso le ore 15.40, ho udito un’enorme boato e poi, in direzione di Milazzo si è visto un grosso carciofo nero, che si alzava dal mare.
La tragedia si era compiuta, la gente sputava da ogni parte gridando.
Molti, particolarmente i familiari delle persone che erano partiti, organizzavano mezzi di salvataggio; barche, tante barche con uomini volenterosi sono state messe a mare con la disperazione della speranza arrancavano verso il luogo della tragedia. Poi a tutta velocità i piccoli mezzi della Marina Militare.
Anche da Milazzo sono affluiti mezzi di salvataggio della marina e qualche idrovolante. Il bilancio purtroppo, è stato tremendamente disastroso: dispersi 58 salvati 48.
Le prime notizie cominciarono a giungere dopo alcune ore con i primi scampati e, ad ogni arrivo, le scene più strazianti si verificavano.
La speranza continuava a sorreggere i familiari delle persone che erano a bordo del piroscafo silurato, alimentata anche dalle notizie contraddittorie che circolavano: si è salvato, non si è salvato, è stato portato a Milazzo.
Poi le tenebre sono calate sull’isola, e le famiglie colpite hanno pianto e piangono ancora la perdita subita.
Per quanti amici conoscenti è stato l’ultimo viaggio: Peppino Costa, Antonino D’Anieri, Stefano Acunto, Notaro Giacomo Maggiore, Tauro Giuseppe, Pistoresi Giulia, Ortesi Di Meglio, Basile, comandante della nave.
La nave è stata colpita al centro da un siluro lanciato da un sottomarino che era in agguato ed in pochi minuti è affondata.
Scarnato Antonino, che era nella stanzetta adibita a deposito della posta, non riesce ad aprire la porta, esce dall’oblò, e nel corridoio vede il capo macchinista Ortesi, vicino l’ingresso della sala macchina, e non comprende s’è ferito o morto, riesce ad uscire e vede i due tronconi del piroscafo la poppa e la prua in aria che velocemente si inabissano. Si arrampica in una zattera e percepisce, assieme ad altri, il periscopio del sottomarino affondatore. Poi scorge i mezzi di salvataggio che affluiscono da Lipari e da Milazzo e nota ancora il lancio di un secondo……………………………
Da altro numero
RITROVATO IL SILURO che ha colpito il S. MARINA?
E’ stato ritrovato dai sub del “Club Mediterranèe”, sulla costa di Vulcano, a circa 235 metri di profondità, uno dei due siluri che furono causa dell’affondamento del S. Marina.
Era il lontano 9 maggio 1943, dal molo di Marina Corta, si staccava il piroscafo S. Marina che collegava Milazzo con le isole Eoli. In nessuno forse il presentimento dell’imminente tragedia.
Il piroscafo aveva percorso solo poche miglia dell’ormai abituale rotta, quando all’altezza della lanterna di Vulcano fu improvvisamente attaccato da un sommergibile non identificato, sicuramente inglese. Erano le 15,10. La tragedia s’era compiuta. La nave era stata colpita al centro da un siluro ed in pochi minuti era affondata trascinando nel suo immane vortice 58 persone.
I familiari delle persone che erano partite, organizzarono mezzi di salvataggio che si diressero verso il luogo del sinistro al seguito dei mezzi della marina militare.
Il sottomarino nemico non ancora sazio delle morti causate, era ancora in agguato pronto a colpire. Questa volta toccava ad un mezzo della Marina Militare che fortunatamente fu mancato ed il siluro andò a esplodere nell’isola di Vulcano.
A vent’anni di distanza uno dei due siluri è stato riportato a galla e trainato sino all’insenatura del Club, sito in contrada S. Giuseppe. Ritenutolo di poca importanza, i sub decisero di lasciarlo lì, in acque basse e servirsene da “peso morto” per una boa……………………………………..
NOTIZIARIO ISOLE EOLIE MAGGIO 1975
IL 9 MAGGIO 1943 NEL RACCONTO DI UN SUPERSTITE
Colato a picco da un sommergibile inglese
Trentadue anni fa, silurato da un sommergibile inglese, si inabissava al largo di Vulcano, il piroscafo Santamarina, della società di navigazione “Eolia” mentre svolgeva la sua normale corsa di linea Lipari-Milazzo.
La nave portava alcune centinaia di passeggieri, in maggior parte civili: uomini, donne, bambini, anziani ed alcuni soldati reduci dalla licenza.
Era disarmata e non faceva nulla che potesse in alcun modo influire sulle sorti della guerra: il suo, affondamento è stato quindi un’azione non bellica, ma criminale.
Ma ogni guerra fa le sue vittime innocenti e quel centinaio di liparesi morti annegati nel mare di Vulcano non sono state né le prime né le ultime.
Soldati che muoiono, che ammazzano altri soldati “nemici”, e insieme a questi, vecchi, donne e bambini; sono gli ingredienti della più irrefrenabile e bestiale attitudine dell’uomo; la guerra, cioè la violenza e l’assassinio in massa, organizzati e legalizzati.
Nella guerra operano anche le spie, da tutte le parti. E si è vociferato di spie nella tragedia del Santamarina, la cui storia vera, non è ancora stata scritta.
Non abbiamo voluto indagare; le cronache di guerra sono tutte le stesse. Abbiamo solo voluto fare una visita una superstite di quel dramma per sentire il racconto dalla sua viva voce. E’ una donna che allora aveva poco più di trent’anni, che poteva essere una delle tante vittime, ma che invece si è salvata, un po’ per la buona sorte, un po’ per la sua abilità e forza nel nuotare.
Si chiama Assunta Sulfaro, oggi ha 65 anni ed abita in una modesta ma dignitosa casa nel quartiere di S. Anna, con il marito pensionato marittimo (a 68.000 lire al mese) e con uno dei quattro figli, Pino. Questi fa il musicista, e lavora saltuariamente, quando lo chiamano in una chiesa per suonare l’organo o in un complesso di folklore per la chitarra.
Il secondo figlio è a Messina, vigile urbano, il terzo ha una trattoria a Panarea. La quarta figlia sta in casa ed è seriamente ammalata, di cuore. Quando andiamo a casa Sulfaro, c’è il dottore che cerca con ogni mezzo di convincere la famiglia a sottoporre la figlia a un difficile intervento chirurgico al cuore, che potrebbe esserle fatale, ma che è necessario.
Quando Assunta Sulfaro comincia il suo racconto, quasi si schernisce, i suoi ricordi sono nebulosi, ancora ha in mente il problema della figlia. Poi, man mano che fruga nella memoria, per ricordare un episodio, una figura di quel quadro apocalittico vissuto 32 anni fa, il suo racconto diventa intenso e drammatico, anche se spezzettato.
La nave era partita alle 14 da Lipari, il 9 maggio 1943, con qualche centinaio di passeggeri a bordo, tra i quali diversi soldati. C’era un po’ di scirocco.
A qualche miglio dopo Vulcano, a un tratto, un’esplosione e alte grida a prua della nave. Assunta era seduta a poppa, in classe turistica. Cadde per terra e comprende subito, come gli altri vicini, che la nave è stata silurata.
Mentre la poppa si innalza, e la prua evidentemente stava sprofondando, ella si precipita alla scaletta laterale della nave, si libera di ogni cosa, borsetta e scarpe e d’istinto, con tutta la propria forza, si tuffa in mare “a pesce”, cioè cercando di andare il più lontano possibile dallo scafo, per evitare di essere risucchiata dalle eliche o dallo scafo stesso che andava affondando. Molti si gettavano diritti nell’acqua e non avevano poi la forza di allontanarsi dalla zona del risucchio, perirono così.
Tra le tante grida, Assunta ricorda quelle di una donna incinta con due bambine, che non sapeva che fare e implorava: “S. Bartolo miu!”.
Rimase a bordo e si inabissò con la nave, insieme a tanti altri, quelli che erano all’interno, che giocavano sdraiati perché soffrivano.
Ricorda un uomo con una gamba ingessata; non si poteva muovere, nessuno poteva aiutarlo.
Il comandante Basile si inabissò con la nave e con buona parte dell’equipaggio.
Assunta Sulfaro, con tutta la forza disponibile, nuotò per allontanarsi dalla nave. Era forte, abile nuotatrice e svelta di riflessi. Aveva avuto anche l’accortezza di gettarsi in mare dal lato opposto a quello nel quale era avvenuto lo scoppiò, che era un caos di nafta, di barili, tavole e tutto quanto fuoriusciva dalla nave squarciata.
Vide una donna incinta buttarsi dalla nave e nuotare con difficoltà; dopo fu ritrovata cadavere.
Vide un uomo che non sapeva o non poteva nuotare e gridava: aiuto! Aiuto! La Sulfaro si è avvicinata e presa una tavola galleggiante gliel’ha avvicinata, così quello si è potuto appoggiare.
Ricorda di un fratello e sorella: lui si era buttato in mare e gridava alla sorella: buttati! Questa alla fine si buttò, ma non tornò più a galla.
Poi Assunta vide una zattera di salvataggio, c’erano sopra già due uomini dell’equipaggio; ricorda il nome solo di uno, Demetrio Giunta. Un altro era in mare, gridava aiuto! e cercava di salire sulla zattera senza riuscirvi. Intanto la nave si inabissava, era sollevata in aria l’intera poppa, il risucchio era pericoloso.
Assunta chiese di potere salire anche lei sulla zattera, aveva freddo, “fatemi salire, così posso aiutare pure io a tirare questo sopra”, disse. Ma quelli risposero “tu sai nuotare, piuttosto spingi la zattera”.
La Sulfaro allora rimase aggrappata, in acqua, alla zattera e cercò di aiutare il Mazza che era in mare e che era ferito a una gamba (forse nello scoppio o nel gettarsi in mare). “Mi chiese di sciogliergli le fasce della gamba e così io feci, stando in mare, e quello alla fine, aiutato da me e dagli altri che erano sopra, potè salire sul tavolone”.
La Sulfaro rimase in mare , il Mazza la ringraziò: “quando siamo a terra ti do tutte le robe di mia moglie”, disse generoso. I 4 a bordo e la donna, brava nuotatrice, aggrappata alla corda, attesero un paio d’ore prima di essere ripescati da mezzi di salvataggio.
Il Santamarina s’inabissò in circa 20 minuti, calcola la Sulfaro e poi non rimase che il fumo, nel cielo. I 4 naufraghi piangevano, in attesa di aiuto.
La prima ad arrivare fu una vedetta della Capitaneria di porto di Lipari. E a questo punto il sommergibile assassino , che evidentemente era rimasto lì a godersi lo spettacolo , sparò un altro siluro contro la vedetta. Ma il bersaglio fu sbagliato. I naufraghi videro l’arma procedere a zig zag verso Vulcano ed esplose sulla costa dell’isola.
Poi arrivarono Mas tedeschi ed aerei. Ed un idroplano, di quelli che ammarano nell’acqua.
Il sommergibile si inabissò e i mezzi tedeschi e italiani gli davano la caccia. Intanto si recuperavano i superstiti.
Molti erano ancora vivi. Una ventina furono portati a Lipari dalla motovedetta. La Sulfaro e i 4 della zattera furono raccolti da una barca di pescatori. Dopo un po’ quasi tutte le barche disponibili di Lipari erano sul posto, per cercare supersititi, o reperire cadaveri.
Assunta non vide bene ma le dissero che il sommergibile, prima che giungessero i soccorsi, aveva cercato di mitragliare contro i superstiti.
Fu trovata la coda del siluro, c’era l’impronta di fabbricazione americana.
Poi a Lipari c’era mezzo paese ammassato alla Capitaneria, che cercava notizie, dei propri parenti che erano partiti con la nave. La maggior parte non tornarono più.
La Sulfaro ricorda con grande commozione questi episodi, e con amarezza il seguito.
Il Mazza non solo non mi ha regalato le robe di sua moglie, ma poi non mi ha nemmeno più salutato” dice.
Mi volevano dare una medaglia, mi dissero, perché avevo salvato altri a salvarsi.
Ma tutto quello che è successo è che ho sfilato per le vie del paese con i carabinieri, in mio onore. Tutto qua. Medaglia non ne ho mai vista.
Mio marito era prigioniero in Africa, a Massaua. Mio figlio Pino, che aveva 9 anni, era balilla e stava a Mortelle, vicino Messina. Io andavo appunto a trovare il figlio per riportarlo a casa, perché avevo saputo che a Messina c’era l’inferno”.
La signora Sulfaro non ha avuto neanche una pensione, pur essendo stata costretta, a causa di quello sforzo eccezionale compiuto nel naufragio, nel seguito della sua vita, a portare un busto di ferro (che però non porta sempre).
Salutiamo e ringraziamo questa piccola, ma visibilmente forte, donna liparese, dopo averla fotografata “così com’è”, nel suo terrazzino, e pensiamo che in fondo la sua vita esemplare, di modesta madre e sposa eoliana, anche senza la medaglia e la pensione, è rimasta arricchita assai più di quella di tanti “calieri” e “commendatori” dei quali non sempre è facile raccontare qualcosa di eroico o quanto meno di interessante.