Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. 'La tragedia del piroscafo Santamarina'

di Massimo Ristuccia

L’AFFONDAMENTO DEL S. MARINA 1 PARTE. DA ALCUNI NUMERI DEL NOTIZIARIO DELLE ISOLE EOLIE. LA NOSTRA STORIA RECENTE. 
Quanta gente quel pomeriggio del 9 maggio nella piazzetta di Marina Corta alla partenza del piroscafo S. Marina per Milazzo.
Gente che partiva, familiari che accompagnavano. In nessuno, forse, il presentimento dell’imminente tragedia: in tutti si era ormai radicata la convinzione che il piccolo battello veniva risparmiato.
Le acque attorno alle isole “brulicavano” quasi di mezzi americani ed inglesi; tutti i giorni cadaveri venivano rinvenuti con tanto materiale di piroscafi silurati, ma la nostra nave andava e tornava incolume.
Quel giorno, invece, partita dopo aver lanciato, a guisa di ultimi saluto, un lungo pennacchio di fumo, in perfetto orario, alle ore 15,10 all’altezza della lanterna di Vulcano, trovò l’insidia mortale.
Io mi attardavo nel balcone della mia abitazione, dopo la partenza del piroscafo, a guardare lo sfaccendare dei marinai che tiravano a secco le barche, quando, verso le ore 15.40, ho udito un’enorme boato e poi, in direzione di Milazzo si è visto un grosso carciofo nero, che si alzava dal mare.
La tragedia si era compiuta, la gente sputava da ogni parte gridando.
Molti, particolarmente i familiari delle persone che erano partiti, organizzavano mezzi di salvataggio; barche, tante barche con uomini volenterosi sono state messe a mare con la disperazione della speranza arrancavano verso il luogo della tragedia. Poi a tutta velocità i piccoli mezzi della Marina Militare.
Anche da Milazzo sono affluiti mezzi di salvataggio della marina e qualche idrovolante. Il bilancio purtroppo, è stato tremendamente disastroso: dispersi 58 salvati 48.
Le prime notizie cominciarono a giungere dopo alcune ore con i primi scampati e, ad ogni arrivo, le scene più strazianti si verificavano.
La speranza continuava a sorreggere i familiari delle persone che erano a bordo del piroscafo silurato, alimentata anche dalle notizie contraddittorie che circolavano: si è salvato, non si è salvato, è stato portato a Milazzo.
Poi le tenebre sono calate sull’isola, e le famiglie colpite hanno pianto e piangono ancora la perdita subita.
Per quanti amici conoscenti è stato l’ultimo viaggio: Peppino Costa, Antonino D’Anieri, Stefano Acunto, Notaro Giacomo Maggiore, Tauro Giuseppe, Pistoresi Giulia, Ortesi Di Meglio, Basile, comandante della nave.
La nave è stata colpita al centro da un siluro lanciato da un sottomarino che era in agguato ed in pochi minuti è affondata.
Scarnato Antonino, che era nella stanzetta adibita a deposito della posta, non riesce ad aprire la porta, esce dall’oblò, e nel corridoio vede il capo macchinista Ortesi, vicino l’ingresso della sala macchina, e non comprende s’è ferito o morto, riesce ad uscire e vede i due tronconi del piroscafo la poppa e la prua in aria che velocemente si inabissano. Si arrampica in una zattera e percepisce, assieme ad altri, il periscopio del sottomarino affondatore. Poi scorge i mezzi di salvataggio che affluiscono da Lipari e da Milazzo e nota ancora il lancio di un secondo……………………………
Da altro numero
RITROVATO IL SILURO che ha colpito il S. MARINA?
E’ stato ritrovato dai sub del “Club Mediterranèe”, sulla costa di Vulcano, a circa 235 metri di profondità, uno dei due siluri che furono causa dell’affondamento del S. Marina.
Era il lontano 9 maggio 1943, dal molo di Marina Corta, si staccava il piroscafo S. Marina che collegava Milazzo con le isole Eoli. In nessuno forse il presentimento dell’imminente tragedia.
Il piroscafo aveva percorso solo poche miglia dell’ormai abituale rotta, quando all’altezza della lanterna di Vulcano fu improvvisamente attaccato da un sommergibile non identificato, sicuramente inglese. Erano le 15,10. La tragedia s’era compiuta. La nave era stata colpita al centro da un siluro ed in pochi minuti era affondata trascinando nel suo immane vortice 58 persone.
I familiari delle persone che erano partite, organizzarono mezzi di salvataggio che si diressero verso il luogo del sinistro al seguito dei mezzi della marina militare.
Il sottomarino nemico non ancora sazio delle morti causate, era ancora in agguato pronto a colpire. Questa volta toccava ad un mezzo della Marina Militare che fortunatamente fu mancato ed il siluro andò a esplodere nell’isola di Vulcano.
A vent’anni  di distanza uno dei due siluri è stato riportato a galla e trainato sino all’insenatura del Club, sito in contrada S. Giuseppe. Ritenutolo di poca importanza, i sub decisero di lasciarlo lì, in acque basse e servirsene da “peso morto” per una boa……………………………………..

NOTIZIARIO ISOLE EOLIE MAGGIO 1975
IL 9 MAGGIO 1943 NEL RACCONTO DI UN SUPERSTITE
Colato a picco da un sommergibile inglese
Trentadue anni fa, silurato da un sommergibile inglese, si inabissava al largo di Vulcano, il piroscafo Santamarina, della società di navigazione “Eolia” mentre svolgeva la sua normale corsa di linea Lipari-Milazzo.
La nave portava alcune centinaia di passeggieri, in maggior parte civili: uomini, donne, bambini, anziani ed alcuni soldati reduci dalla licenza.
Era disarmata e non faceva nulla che potesse in alcun modo influire sulle sorti della guerra: il suo, affondamento è stato quindi un’azione non bellica, ma criminale.
Ma ogni guerra fa le sue vittime innocenti e quel centinaio di liparesi morti annegati nel mare di Vulcano non sono state né le prime né le ultime.
Soldati che muoiono, che ammazzano altri soldati “nemici”, e insieme a questi, vecchi, donne e bambini; sono gli ingredienti della più irrefrenabile e bestiale attitudine  dell’uomo; la guerra, cioè la violenza e l’assassinio in massa, organizzati e legalizzati.
Nella guerra operano anche le spie, da tutte le parti. E si è vociferato di spie nella tragedia del Santamarina, la cui storia vera, non è ancora stata scritta.
Non abbiamo voluto indagare; le cronache di guerra sono tutte le stesse. Abbiamo solo voluto fare una visita una superstite di quel dramma per sentire il racconto dalla sua viva voce. E’ una donna che allora aveva poco più di trent’anni, che poteva essere una delle tante vittime, ma che invece si è salvata, un po’ per la buona sorte, un po’ per la sua abilità e forza nel nuotare.
Si chiama Assunta Sulfaro, oggi ha 65 anni ed abita in una modesta ma dignitosa casa nel quartiere di S. Anna, con il marito pensionato marittimo (a 68.000 lire al mese) e con uno dei quattro figli, Pino. Questi fa il musicista, e lavora saltuariamente, quando lo chiamano in una chiesa per suonare l’organo o in un complesso di folklore per la chitarra.
Il secondo figlio è a Messina, vigile urbano, il terzo ha una trattoria a Panarea. La quarta figlia sta in casa ed è seriamente ammalata, di cuore. Quando andiamo a casa Sulfaro, c’è il dottore che cerca con ogni mezzo di convincere la famiglia a sottoporre la figlia a un difficile intervento chirurgico al cuore, che potrebbe esserle fatale, ma che è necessario.
Quando Assunta Sulfaro comincia il suo racconto, quasi si schernisce, i suoi ricordi sono nebulosi, ancora ha  in mente il problema  della figlia. Poi, man mano che fruga nella memoria, per ricordare un episodio, una figura di quel quadro apocalittico vissuto  32 anni fa, il suo racconto diventa intenso e drammatico, anche se spezzettato.
La nave  era partita alle 14 da Lipari, il 9 maggio 1943, con qualche centinaio di passeggeri a bordo, tra i quali diversi soldati. C’era un po’ di scirocco.
A qualche miglio dopo Vulcano, a un tratto, un’esplosione e alte grida a prua della nave. Assunta era seduta a poppa, in classe turistica. Cadde per terra e comprende subito, come gli altri vicini, che la nave è stata silurata.
Mentre la poppa si innalza, e la prua evidentemente stava sprofondando, ella si precipita alla scaletta laterale della nave, si libera di ogni cosa, borsetta e scarpe e d’istinto, con tutta la propria forza, si tuffa in mare “a pesce”, cioè cercando di andare il più lontano possibile dallo scafo, per evitare di essere risucchiata dalle eliche  o dallo scafo stesso che andava affondando. Molti si gettavano diritti nell’acqua  e non avevano poi la forza di allontanarsi dalla zona del risucchio, perirono così.
Tra le tante grida, Assunta ricorda quelle di una donna incinta con due bambine, che non sapeva che fare e implorava: “S. Bartolo miu!”.
Rimase  a bordo e si inabissò con la nave, insieme a tanti altri, quelli che erano all’interno, che giocavano  sdraiati perché soffrivano.
Ricorda un uomo con una gamba ingessata; non si poteva muovere, nessuno poteva aiutarlo.
Il comandante Basile si inabissò con la nave e con buona parte dell’equipaggio.
Assunta Sulfaro, con tutta la forza disponibile, nuotò per allontanarsi dalla nave. Era forte, abile nuotatrice e svelta di riflessi. Aveva avuto anche l’accortezza di gettarsi in mare dal lato opposto a quello nel quale era avvenuto lo scoppiò, che era un caos di nafta, di barili, tavole e tutto quanto fuoriusciva dalla nave squarciata.
Vide una donna incinta buttarsi dalla nave e nuotare con difficoltà; dopo fu ritrovata cadavere. 
Vide un uomo che non sapeva o non poteva nuotare e gridava: aiuto! Aiuto! La Sulfaro si è avvicinata e presa una tavola galleggiante gliel’ha avvicinata, così quello si è potuto appoggiare.
Ricorda di un fratello e sorella: lui si era  buttato in mare e gridava alla sorella: buttati!  Questa alla fine si buttò, ma non tornò più a galla.
Poi Assunta vide una zattera di salvataggio, c’erano sopra già due  uomini dell’equipaggio; ricorda il nome solo di uno, Demetrio Giunta. Un altro era in mare, gridava aiuto! e cercava di salire sulla zattera senza riuscirvi. Intanto la nave si inabissava, era sollevata in aria l’intera poppa, il risucchio era pericoloso.
Assunta chiese di potere salire anche lei sulla zattera, aveva freddo, “fatemi salire, così posso aiutare pure io a tirare questo sopra”, disse. Ma quelli risposero “tu sai nuotare, piuttosto spingi la zattera”.
La Sulfaro allora rimase aggrappata, in acqua, alla zattera  e cercò di aiutare il Mazza che era in mare e che era ferito a una gamba (forse nello scoppio o nel gettarsi in mare). “Mi chiese di sciogliergli le fasce della gamba e così io feci, stando in mare, e quello alla fine, aiutato da me e dagli altri che erano sopra, potè salire sul tavolone”.
La Sulfaro rimase in mare , il Mazza la ringraziò: “quando siamo a terra ti do tutte le robe di mia moglie”, disse generoso. I 4 a bordo e la donna, brava nuotatrice, aggrappata alla corda, attesero  un paio d’ore prima di essere  ripescati da mezzi di salvataggio.
Il Santamarina s’inabissò in circa 20 minuti, calcola la Sulfaro e poi non rimase che il fumo, nel cielo. I 4 naufraghi piangevano, in attesa di aiuto.
La prima ad arrivare fu una vedetta della Capitaneria di porto di Lipari. E a questo punto il sommergibile assassino , che evidentemente era rimasto lì a godersi lo spettacolo , sparò un altro siluro contro la vedetta. Ma il bersaglio fu sbagliato. I naufraghi  videro l’arma procedere a zig zag verso Vulcano ed esplose sulla costa dell’isola.
Poi arrivarono Mas tedeschi ed aerei. Ed un idroplano, di quelli che ammarano nell’acqua.
Il sommergibile si inabissò e i mezzi tedeschi e italiani gli davano la caccia. Intanto si recuperavano i superstiti.
Molti erano ancora vivi. Una ventina furono portati a Lipari dalla motovedetta. La Sulfaro e i 4 della zattera  furono raccolti da una barca di pescatori. Dopo un po’ quasi tutte le barche disponibili di Lipari erano sul posto, per cercare supersititi, o reperire cadaveri.
Assunta non vide bene ma le dissero che il sommergibile, prima che giungessero i soccorsi, aveva cercato di mitragliare contro i superstiti.
Fu trovata la coda del siluro, c’era l’impronta di fabbricazione americana.
Poi a Lipari c’era mezzo paese ammassato alla Capitaneria, che cercava notizie, dei propri parenti che erano partiti con la nave. La maggior parte non tornarono più.
La Sulfaro ricorda con grande commozione questi episodi, e con amarezza il seguito.
Il Mazza non solo non mi ha regalato le robe di sua moglie, ma poi non mi ha nemmeno più salutato” dice.
Mi volevano dare una medaglia, mi dissero, perché avevo salvato altri a salvarsi.
Ma tutto quello che è successo è che ho sfilato per le vie del paese con i carabinieri, in mio onore. Tutto qua. Medaglia non ne ho mai vista.
Mio marito era prigioniero in Africa, a Massaua. Mio figlio Pino, che aveva 9 anni, era balilla e stava a Mortelle, vicino Messina. Io andavo appunto a trovare il figlio per riportarlo a casa, perché avevo saputo che a Messina c’era l’inferno”.
La signora Sulfaro non ha avuto neanche una pensione, pur essendo stata costretta, a causa di quello sforzo eccezionale compiuto nel naufragio, nel seguito della sua vita, a portare un busto di ferro (che però non porta sempre).
Salutiamo e ringraziamo questa piccola, ma visibilmente forte, donna liparese, dopo averla fotografata “così com’è”, nel suo terrazzino, e pensiamo che in fondo la sua vita esemplare, di modesta madre e sposa eoliana, anche senza la medaglia e la pensione, è rimasta arricchita assai più di quella di tanti “calieri” e “commendatori” dei quali non sempre è facile raccontare qualcosa di eroico o quanto meno di interessante.

Categoria
cultura

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