Rubrica Religiosa a cura di Don Gaetano Sardella 'La missione'
di Gaetano Sardella
Le letture proposte dalla liturgia sono tra le più significative per comprendere l’identità e la missione del popolo di Dio: un’identità che non si arroga l’esclusiva di un Dio “patriottico” e la cui missione non è l’esibizione dell’onnipotenza, ma la creazione di un popolo nuovo, rivestito di viscere di misericordia e di pace.
Prima lettura: Es 19,2-6a
La sezione dell’Esodo che si dipana dal capitolo 19 al 24 costituisce il cuore del libro, perché vi si tratta dell’alleanza di JHWH con Israele, un evento decisivo per comprendere il mistero di Dio e il mistero del popolo scelto.
All’inizio si ricorda l’Egitto, il punto di partenza di tutto il cammino. La nascita di una relazione autentica – qualunque essa sia – ha come presupposto fondamentale la libertà. Per essere “soggetti” di una storia è necessario essere liberi. La libertà è “costitutiva” del popolo di Dio, come l’atto di liberazione di uno schiavo, che fa di lui un soggetto pienamente “umano”. Pertanto, il primo capitolo della storia della salvezza porta il titolo di “liberazione”. Da questo deriva che il popolo dei credenti non può che essere un popolo liberato e liberante. Per i faraoni di ogni tempo e di ogni luogo è fondamentale che i popoli e gli individui siano sottomessi. Per JHWH, invece, la libertà è il requisito indispensabile perché il popolo scelga.
E tuttavia, la liberazione non è tale se non c’è un approdo: anche il cammino o il deserto possono essere compresi nel loro significato autentico solo in relazione a un fine. Una delle motivazioni bibliche del deserto è che esso viene fuori quasi come un imprevisto. Secondo il libro del Deuteronomio, il ritardo dell’ingresso nella terra è motivato dalla mancanza di fiducia del popolo stesso; ma lo scopo della liberazione non è – e non può essere – il deserto. Se all’uscire non corrispondesse l’entrare, avremmo un vagare senza meta, come quello di Caino o di Agar nel deserto di Bersabea (Gn 4,14; 21,14). Ma questo non corrisponde al piano di Dio. Nel piano di Dio l’uscire trova il suo compimento nel raggiungimento di una mèta. O meglio, come lascia intendere il bellissimo brano ascoltato oggi: la liberazione dei figli di Israele da una terra di schiavitù, ciò che Dio ha fatto e il cammino percorso… tutto ha avuto luogo in vista dell’incontro di JHWH con il suo popolo, in vista dell’alleanza santa.
In fondo il “terminus ad quem” della liberazione non è neppure la terra promessa, ma Dio stesso: «Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquila e vi ho condotti a me». L’immagine dell’aquila (o dell’avvoltoio) si trova anche in Dt 32,11: «Come quando l’aquila veglia sui piccoli stendendo le ali, li prende e li porta sulle penne…». Forse qui viene richiamato il comportamento delle aquile, quando i piccoli imparano a volare. Si dice che esse volano nei pressi degli aquilotti a grandi circoli, perché essi possano riposarsi sulle ali della madre quando sono stanchi. L’immagine evoca certamente la potenza e la sicurezza che Dio ha offerto non solo al momento dell’uscita dall’Egitto, ma lungo tutto il cammino.
Tutto questo è motivato con parole impegnative e stupende: «Voi siete mia proprietà tra tutti i popoli… un regno di sacerdoti e un popolo santo…». L’espressione ebraica segullah che generalmente viene tradotta con “proprietà particolare” ha un significato ricco, che non è principalmente giuridico, ma affettivo: si tratta di qualcuno che è particolarmente caro e con il quale si ha un particolare legame di tenerezza e responsabilità. Questo popolo che Dio si è scelto è un tesoro particolare, ma non in senso di chiusura settaria. Il popolo scelto non è chiamato a un ripiegamento su di sé, ma a un’assunzione di responsabilità. Chi è scelto da Dio è scelto per un servizio. La libertà si oppone alla schiavitù, non al servizio. Al contrario, Israele diventa libero per farsi carico di una responsabilità, per impegnarsi in una storia di alleanza a favore di tutti i popoli della terra, come specifica subito dopo il nostro testo che definisce JHWH come il Dio di tutta la terra. Per questo il popolo scelto è un popolo sacerdotale e santo. La santità, nella Bibbia, dice alterità, ma anche appartenenza. Dio è santo perché, pur essendo “altro”, è il Dio che ha scelto di stare in mezzo al suo popolo, come mette in evidenza il profeta Osea: «Io sono Dio e non un uomo, Io sono il santo in mezzo a te». Il Dio santo è il Dio-per-gli-altri: ha voluto prendersi cura del popolo prescelto, chiedendogli però di diventare a sua volta responsabile in mezzo a tutti i popoli della terra.
Il Vangelo: Mt 9,36-10,8
La presenza di Dio in mezzo agli uomini – e la responsabilità che ne consegue – è il forte messaggio del brano evangelico. Come nell’AT, anche nel Nuovo annunciare il Regno significa portare la parola liberante di Dio in mezzo alle attese degli uomini: tra i malati e gli emarginati, gli oppressi e i perduti, perché il servizio al Regno è servizio all’essere umano, e soprattutto a chi è schiacciato e sofferente.
Matteo accentua lo stato di prostrazione delle folle con una metafora molto conosciuta nell’AT: quella delle pecore senza pastore. Soprattutto nella letteratura profetica, l’immagine sta a raffigurare un popolo affranto e sfinito dai soprusi dei potenti; un popolo abbandonato a sé stesso, senza che alcuno si prenda cura di lui. Il profeta Ezechiele aveva dipinto la situazione del suo tempo con espressioni analoghe: «Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura» (Ez 34,6).
A questa umanità sofferente e senza più attese, che non ha neppure la forza di alzare il suo grido di aiuto e di accusa, si rivolge Gesù, il pastore escatologico, atteso da Israele per la fine dei tempi, come aveva promesso Dio stesso, per bocca di Ezechiele: «Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura…andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata…» (Ez 34,11.16).
Ed è proprio a questa umanità ferita e smarrita che sono inviati i Dodici (10,2-4) rappresentanti del popolo di Dio escatologico. «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, mondate i lebbrosi, scacciate i demoni» è il comando di Gesù. È un agire liberante e responsabile: dono e compito del popolo messianico, rivestito della stessa autorità e responsabilità del Messia. La motivazione della misericordia, addotta da Matteo come motrice della missione di Gesù e dei suoi, non va letta in termini di pietismo sentimentale e inefficace. Parlando della misericordia due domeniche fa, se ne metteva in rilievo il carattere profetico, che non teme di affrontare esili e persecuzioni. La liberazione è un’opera che andrà a disturbare i faraoni della terra, poteri consolidati e spietati, pronti a tutto pur di non perdere i privilegi. La testimonianza dell’amore, della giustizia e della misericordia scardina un mondo costruito con il compasso dei potenti e testimonia il Dio del Magnificat, che rovescia i potenti dai troni e innalza i miseri.