Rubrica Religiosa a cura di Don Gaetano Sardella 'Prima o poi nella nostra vita passa uno sconosciuto'

di Gaetano Sardella

Per quanto cerchiamo talvolta di rimanere da soli, prima o poi c’è sempre qualcuno che viene a bussare alla nostra vita! A volte per chiedere aiuto, a volte per il piacere di stare insieme, a volte anche solo per disturbarci o per rovinarci la giornata, a volte per condividere una parola. Ci ritroviamo così davanti all’alternativa tra il fare finta di non esserci e lo scomodarci ad aprire. In fondo, se ci facciamo caso, viviamo tutte le nostre giornate nella decisione tra queste possibilità. A volte siamo contenti e senza esitare apriamo il nostro cuore, altre volte indugiamo, altre volte ancora ci sbarriamo dentro provando a non respirare per essere più credibili nel nostro silenzio.

Come nel racconto del Secondo libro dei Re, che leggiamo questa domenica, passa prima o poi nella nostra vita uno sconosciuto, una presenza che ci interpella. Potrebbe essere qualcuno che, anche senza volerlo, con la sua incursione ci fa pensare o ci indica qualcosa di importante per la nostra vita. Potrebbe essere per esempio un amico che ci incoraggia ad affrontare le difficoltà e ci aiuta a «innalzare la fronte» (Sal 89,18), potrebbe essere qualcuno che ci dà speranza, a volte è semplicemente qualcuno che soffre e che, con la sua testimonianza, ci aiuta a stare nelle nostre fatiche.

Sono presenze profetiche che attraversano il nostro cammino, proprio come il profeta che attraversa la vita di questa donna illustre del testo del Secondo libro dei Re: Eliseo passa varie volte nella vita di questa donna e con la sua presenza la induce a interrogarsi. È una donna a cui manca il futuro, perché non ha un figlio e il marito è anziano: la vita sembra inesorabilmente orientata verso la fine, tutto sembra dileguarsi nel nulla.

Sebbene non preveda alcun guadagno dal suo gesto, questa donna si apre all’accoglienza: è da quel gesto che nasce il suo futuro. Chiede al marito di costruire uno spazio per il profeta. Accogliere significa infatti sempre anche perdere qualcosa. Forse è proprio questo che rende difficile l’accoglienza: ci chiede di fare spazio, di perdere un po’ il controllo, siamo chiamati a rinunciare a qualcosa per generare vita. Anche la mamma deve rinunciare a tenere il figlio nel suo grembo per farlo nascere e per continuare a vivere.

Ogni giorno siamo chiamati a perdere qualcosa per poter vivere: ci viene chiesto a volte di perdere il nostro tempo per ascoltare qualcuno, ci viene chiesto di farci da parte per lasciare spazio a qualcun altro, ci viene chiesto di scomodarci per andare incontro ai bisogni e alle esigenze che ci vengono posti davanti.

Talvolta ci illudiamo di poter evitare questa accoglienza, ma in realtà se non accogliamo, moriamo! Non accogliere vuol dire chiudersi dentro, sbarrarsi dentro se stessi. Il grembo rimane vuoto e senza vita se non si è disposti ad accogliere. Per riprendere le parole di Paolo nella Lettera ai Romani, potremmo dire che accogliere è veramente «camminare in una vita nuova» 

Categoria
religione

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