Da Tōkyō Eliano Fiore. Il Giappone al bivio
di Eliano Fiore*
Il Giappone al bivio: tra inflazione inedita, debito monstre e normalizzazione monetaria
di Eliano Fiore
Per decenni il Giappone ha incarnato un ossimoro economico: la terza potenza mondiale per PIL nominale, eppure un laboratorio di patologie strutturali che gli economisti occidentali osservavano con una miscela di sgomento e morbosa curiosità. La deflazione cronica, i tassi d'interesse a zero —poi addirittura negativi— il debito pubblico più imponente tra le economie avanzate, la stagnazione demografica: erano i quattro cavalieri di un'apocalisse che, stranamente, non si compiva mai. Il Giappone sopravviveva a se stesso, in un equilibrio paradossale che sfidava le categorie della macroeconomia ortodossa.
Oggi quel paradigma si è incrinato. Il paese si trova a navigare acque altrettanto insidiose, ma di segno opposto: non più la deflazione come spettro da esorcizzare, bensì un'inflazione che, pur moderata nel confronto internazionale, rappresenta per Tokyo una novità quasi destabilizzante. E mentre la Banca del Giappone, dopo anni di politica monetaria ultra-espansiva, imbocca con prudenza estrema la strada della normalizzazione, si ridisegnano gli equilibri finanziari, valutari e geopolitici di un paese che non ha mai smesso di essere una delle pièces fondamentali dell'architettura economica globale.
La fine dell'era dei tassi a zero
Il simbolo più evidente della transizione è la politica della Bank of Japan (BoJ). Dopo aver tenuto il tasso di riferimento inchiodato sotto lo zero per quasi un decennio — un esperimento di ingegneria monetaria senza precedenti — l'istituto guidato da Kazuo Ueda ha compiuto, a partire dal 2024, una serie di rialzi graduali che hanno riportato il costo del denaro allo 0,5% —il livello più alto in diciassette anni— con un ulteriore rialzo atteso entro la fine dell'estate. Una traiettoria di portata storica che, tuttavia, si dispiega in un contesto di assoluta fragilità: qualsiasi accelerazione eccessiva rischierebbe di destabilizzare il mercato dei titoli di Stato giapponesi (JGB), detenuti in larga parte dalla BoJ stessa dopo anni di acquisti massicci.
L'inflazione che ha giustificato questa svolta si attesta attorno al 2-3% annuo — anemica per quasi qualsiasi altro standard, ma inedita per un paese abituato a vedere i prezzi stagnare o scendere. Le cause sono molteplici: l'impennata dei prezzi alimentari globali, la debolezza strutturale dello yen, i rincari energetici acuiti dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. L'inflazione "sana", quella trainata da salari in crescita e consumi interni vigorosi —l'obiettivo dichiarato della BoJ— resta invece ancora sfuggente, parziale, disomogenea tra settori e fasce di reddito.
Lo yen debole: vantaggio e vulnerabilità
La valuta nipponica costituisce un capitolo completamente a sé. Il cambio dollaro-yen fluttua intorno a quota 159-162, livelli che riflettono la persistente divergenza tra la politica monetaria giapponese e quella americana. Lo yen debole è un'arma a doppio taglio: favorisce le esportazioni e gonfia i profitti rimpatriati delle grandi corporation (le sogo-sosha), ma erode il potere d'acquisto delle famiglie e rende più oneroso l'approvvigionamento energetico e alimentare, che il Giappone importa in larghissima misura. È un circolo che si autoalimenta: la debolezza della valuta genera inflazione importata, che comprime i consumi reali, che, a loro volta, frenano la crescita endogena.
Sul fronte commerciale, il luglio 2025 ha segnato un accordo con l'amministrazione Trump che ha fissato al 15% i dazi sulle merci giapponesi destinate al mercato statunitense — una soluzione di compromesso che ha evitato lo scenario peggiore, ma che comunque grava sul settore manifatturiero e in particolare sull'industria automobilistica, pilastro delle esportazioni nipponiche.
La montagna del debito
Nessuna analisi dell'economia giapponese può eludere il tema del debito pubblico. Con un rapporto debito/PIL ormai prossimo al 235%, il Giappone detiene il primato assoluto tra le economie sviluppate — un record che sfida ogni proiezione convenzionale di sostenibilità fiscale. Eppure il sistema regge, per ragioni peculiari: il debito è quasi interamente denominato in yen e detenuto da soggetti domestici e i tassi di interesse, pur in cauta risalita, rimangono storicamente bassi. Tuttavia la progressiva normalizzazione monetaria comincia a farsi sentire: il costo del servizio del debito aumenta, mentre il deficit strutturale —atteso tra il 4,5% e il 5% del PIL nel 2026— continua ad alimentare l'accumulo.
Le spese per la difesa, raddoppiate nell'arco di un quinquennio per rispettare gli impegni NATO-adiacenti assunti dalla leadership di Kishida e confermati dai successori e le politiche di sostegno al reddito in risposta all'inflazione, hanno ulteriormente compresso i margini di manovra fiscale. L'OCSE raccomanda rialzi graduali dei tassi, accompagnati da un consolidamento delle finanze pubbliche: ricetta impeccabile sulla carta, politicamente impervia in un paese con un elettorato che invecchia rapidamente e un sistema pensionistico sotto pressione crescente.
Il nodo demografico
La demografia rimane, in ultima analisi, la madre di tutte le sfide nipponiche. Con oltre il 28% della popolazione al di sopra dei 65 anni —proporzione destinata a raggiungere il 40% entro il 2060— e una popolazione complessiva in contrazione che potrebbe scendere dagli attuali 123 milioni a meno di 90 entro metà secolo, il Giappone fronteggia un'equazione in cui il numeratore dei bisogni sociali cresce mentre il denominatore della forza lavoro si assottiglia. L'immigrazione rimane politicamente indigesta, non ostante timide liberalizzazioni. La robotizzazione e l'intelligenza artificiale vengono evocate come antidoto e in effetti il Giappone è tra i paesi più avanzati in questo settore; ma la sostituzione tecnologica del capitale umano ha limiti strutturali che nessun algoritmo è ancora in grado di superare integralmente.
Il PIL è atteso in crescita di appena lo 0,5% nel 2026, revisione al ribasso rispetto alle stime iniziali: un ritmo che rispecchia, più di qualsiasi altro indicatore, la difficoltà del paese di generare dinamismo endogeno in assenza di una spinta demografica.
Conclusione
Il Giappone del 2026 è un paese in transizione, ma non in trasformazione. Sta abbandonando, sempre con estrema cautela e non senza rischi, l'anomalia dei tassi negativi e della deflazione endemica; si confronta per la prima volta da decenni con la realtà di un'inflazione non trascurabile; deve fare i conti con un debito pubblico che sfida ogni parametro di sostenibilità convenzionale. E tutto ciò in un contesto demografico che contrae la base produttiva e fiscale del paese con la inesorabilità di una marea.
Eppure il Giappone ha la straordinaria, anzi quasi paradossale capacità di sopravvivere alle proprie crisi. La coesione sociale, la sofisticazione del tessuto industriale, la posizione strategica nell'Indo-Pacifico, le riserve valutarie tra le più imponenti al mondo sono risorse reali, non mere consolazioni retoriche. La domanda che gli osservatori internazionali continuano a porsi non è se il Giappone sopravviverà alle sue contraddizioni, ma se sarà capace, questa volta, di risolverle davvero — o se si limiterà, ancora una volta, a posticiparne l'appuntamento definitivo.
(Fonti principali: Bank of Japan, OCSE, FMI, Goldman Sachs Economic Research, Trading Economics, AMRO Asia.)
*Professore, studioso italiano, storico dell'arte, iamatologo e gemmologo, residente in Giappone dal 1975. Già direttore Camera di Commercio italiana in Giappone