Le rarità eoliane di Massimo Ristuccia. Poesie di Curzio Malaparte tratte da Edda Ronchi Suckert volume III 1932 -1936
Le rarità eoliane di Massimo Ristuccia
Poesie di Curzio Malaparte tratte da Edda Ronchi Suckert volume III 1932 -1936:
Poesia
Oppure in una selva di cipressi lungo il mare
nel rosso tramonto cercar con gli occhi la prima
stella sul monte e pensare che Orione
ancora dorme nell'umida grotta accanto
al suo cane dal pelo raso, il cane
che i pastori chiamano cerneghi, magnifici al corso.
Poi ascoltare il vento della sera che sveglia
le foglie ad una ad una, e tutte insieme
mormorano, e il mormorio s'allontana
a poco a poco su pei fianchi del monte.
In quest'ora il tuo destino ti appare
come cosa lontana, e tu libera alfine
dalla sua legge respiri il vento del mare,
guardi le vele bianche verso ignote marine.
Ma basta che Orione balzi in cielo con l'arco
in pugno dietro il suo cane candido, il cuore
dentro ti trema e il ricordo dei giorni perduti
ti apre agli occhi orizzonti chiusi, cieli muti,
rive deserte ove giace morendo il giorno.
All'uomo libero e solo nulla è più grata legge
che il lasciar morendo dietro di sé una triste
solitudine, e l'orgoglio delle speranze tradite.
Illuso chi trionfa, chi dell'amore, della gloria,
della potenza si è fatto scudo contro la morte.
Non udrà giungere dal mare il vento della sera,
il lieve soffiar della bocca segreta sulla sua fronte,
non sentirà la carezza della dolce mano.
Ecco Orione dalla cintura d'oro, la spada levata
nella mano ferma cammina nel cielo terso.
Fuggon le Pleiadi spaurite verso turchine selve
il gran riso d'Orione splende nel firmamento.
Ahi crudeli stagioni, crudeli testimonianze
delle ore perdute, chi vi ricorda, chi triste
si volge indietro a mirare il solitario paese,
dove alberi rossi splendono in verdi cieli.
Oppure seduto sul monte nell'alba rosea, ascoltare
il primo canto degli uccelli e sentire al mio fianco
il tuo respiro dolce, o Giovanna, e il leggero
tremito dei tuoi capelli nel primo vento mattutino.
Si spalancano i cieli sul mare, e dall'alto
di neri [...] precipita il roseo chiarore,
tutto il mare spumeggia di verdi spume, e le rupi
mandan nell'aria tersa un lungo lamento.
Io muto ti guardo e stringo i denti con forza;
perché so che tra poco dalle mie labbra
romperà un grido disperato, un grido notturno,
che chiamerà le nubi sul mare, e il vento e le bianche
procelle dei gabbiani, e lo squittir solitario
degli uccelli sui rami, e fermo, lungo, preciso
il funebre canto della prima cicala.
La luna tonda rossa impigliata fra i rami
del funebre leccio lentamente si solleva,
tra foglia e foglia riluce e s'odono i rami
spezzarsi, le foglie crepitare, la rugiada
stillare a goccia a goccia sulla terra intorno.
Nero il tronco del leccio taglia il turchino orizzonte
balena il mare tra le foglie con bagliori
d'acciaio, e il vento che timido scorre
tra l'erba come un ruscello mormorante,
fa tremar l'erba e la gialla selva di ginestre.
I mirtilli dalle foglie acute come orecchie di topi
ascoltano inquieti il sussurrio del vento,
le voci liete che mandano le foglie,
lo scricchiolio dei rami che la luna rompe passando.
E a un tratto, come un enorme frusta balza
la luna fuor dall'intrico dei rami e l'albero
nero di luce e scuote la chioma e con voce
crudele manda nell'aria tersa un lungo lamento
Distesa nell'ombra del leccio tu il viso offri
alla luna, e dalla bocca dischiusa splende un sorriso
triste, che illumina la tua fronte.