Il corinto nero di Lazzaro Spallanzani di Ennio Fiocco
di Ennio Fiocco
Il corinto nero di Lazzaro Spallanzani
La Grecia di Cnido, con la colonizzazione delle Eolie del 588-577 a.C. ci ha tramandato il corinto nero, le cui uve presenti soprattutto a Lipari, Salina e Stromboli, venivano nel passato impiegate quasi interamente per l'essiccazione e la produzione di uva passa, detta “Passolina”. La restante parte delle uve nere venivano destinate alla vinificazione con il noto vino Malvasia delle Lipari. Va evidenziato (come riportato in un testo a firma di A. Scienza in “Identità e ricchezza del vigneto Sicilia”) che “l'arrivo dei coloni greci in Italia e nella cultura della vite di origine orientale si configura come una vera e propria rivoluzione che ha caratteristiche iterative che comportano un lento ma continuo cambiamento come è in genere la nascita di un vitigno...il vino è una droga sociale il cui rituale è collegato al rafforzamento dei legami di gruppo o allo sfogo catartico di tensioni sociali in una sorta di carnevale di permissività. L'uomo greco si identifica attraverso il consumo ritualizzato del vino che viene bevuto solo diluito con acqua e il simposiarca ne controlla la miscelazione nel corso del simposio”.
Nell'opera dello scienziato-abate Lazzaro Spallanzani “Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino”, compito per ben 35 giorni alle isole Eolie nel 1788, il predetto afferma che “Il forte delle utili produzioni sono le uve, e queste di più qualità. La prima somministra il vino comunale, di che si vale tutta l'isola; e l'abbondanza ne è tale, che se ne può mandar fuori due mila, ed anche tre mila barili, senza che ne soffrono i popolani. Sul luogo dove allignano le viti se ne spreme il mosto, che rinchiuso in otri è condotto alle rispettive case da somieri. La passola e la passolina, così da loro chiamate, sono altre due specie d'uva che si fanno seccare, la seconda delle quali non è che quella che comunemente denominasi uva di Corinto.
Di questa se ne suole smerciare dieci mila barili annui... da una quarta qualità di uve si ricava la famosa malvasia di Lipari, il cui nome solo può bastare per farne l'elogio; vino d'uno schietto color d'ambra, generoso insieme e soave, che inonda e conforta la bocca d'un'amabile fragranza, con un ritorno di soavità...E durante la mia dimora colà, mi riescì a stento di procurarmene tanto, onde confortare talvolta lo stomaco, e ravvivare gli spiriti abbattuti nelle penosissime mie pellegrinazioni...Fui vago di apprendere il metodo praticato da quegli isolani per fare la malvasia, che è il seguente. Non distaccasi quest'uva se non se a perfetta maturità, il che si conosce dal bellissimo colore dorato e dal dolcissimo sapore che prende. I vendemmiati grappoli, pria liberati da' grani o fracidi o guasti, si lasciano al sole distesi sopra stuoie di canne palustri, per otto o dieci giorni, ed anche di più, fin che appassiscono. Poi si collocano su d'un mondo piano lapideo, attorniato da murelli, alti ciascedauno due piedi, e allora i grappoli si comprimano e sciacciansi, prima con pietra legata all'estremità d'una piccola trave, indi co' piedi nudi finattantocchè tutto il sugo ne venga spremuto.
Questo poi per un foro aperto nel piano discende in altro piano consimile , le cui sponde sono più elevate del primo, e quivi è dove il sugo o mosto vien tutto raccolto. Di lì si trasfonde nelle botti a fermentare, finchè il depurato sia perfettamente e reso abile al bersi; il che avviene nel susseguente gennaio. Le vendemmie si fanno in settembre. Ed è allora che i liparesi esciti di città si raccolgono in piccole brigate nelle casette presso i vigneti, e villeggiano ivi durante la raccolte delle uve, in braccio all'allegria e agli innocenti piaceri che concede l'autunnale campagna...”.
Indubbiamente, lo scienziato modenese (come argomentato in una pubblicazione a firma di A. Burdua in “Lazzaro Spallanzani in Sicilia”)“è considerato come l'iniziatore della biologia vitalistica ed uno dei creatori della biologia comparata. Le sue straordinarie doti di ricercatore gli consentirono di aprire vasti campi alla conoscenza della natura, usando il metodo sperimentale...intraprese i suoi viaggi per approfondire gli studi sui fenomeni vulcanici e geologici, sui fossili e sugli animali in genere. Da questi viaggi trasse materia per descrivere ciò che aveva visto in modo vivo, mirando ad una sperimentalismo assoluto...ciò che è interessante nella sua narrazione è il modo come egli intreccia il ricordo di questi eventi avventurosi con la passione del ricercatore, sicché la narrazione non pecca quasi mai di virtuosismo letterario...il resoconto dei suoi viaggi viene giudicato come uno degli esempi più interessanti della letteratura di viaggio”.