Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. Malaparte 9° puntata

di Massimo Ristuccia

 da Edda Ronchi Suckert volume III 1932-1936.Curzio Malaparte.

UN UOMO A LIPARI

….Ciccio mi prepara sul tavolo il colino, il bicchiere, la bottiglia dell'acqua. È piovana, raccolta nelle cisterne, dove un'anguilla s'incarica della pulizia dei piccoli vermi che pullulano nell'acqua piovana. Ciccio versa un po' d'acqua nel colino, a goccia a goccia l'acqua si raccoglie nel bicchiere, bevo, il liquido tiepido e nauseabondo mi scorre adagio giù per la gola. Stasera forse, il vento... Ma la sera scende a poco a poco, un crepuscolo interminabile, le cime dei monti della Calabria sono ancora rosse, il mare è nero, la luna sorge tardi, il mare è piatto, lucido, non una bava d'onda sugli scogli. Le barche usciranno tardi, stanotte. Mi affaccio al terrazzo, i pescatori di Sant'Anna scendono fuori dei vicoli, entrano in chiesa di San Giuseppe, ne escono, si avviano a frotte verso il paese. C'è musica in piazza, stasera. I primi lumi si accendono lungo il molo, il piccolo faro sotto il monte Rosa lampeggia, si vede lampeggiare il faro di Messina, qualche luce si accende sul mare, passa lontano, fuori dello Stromboli, un piroscafo tutto illuminato. Mi vesto alla meglio, esco sulla strada. Angiolino, il barbiere, mi sorride salutando: è tutto sdentato, le gengive pallide mi mandano in faccia il lampo di un sorriso color rosa morto. Un sorriso fiacco e molliccio. Le signorine Carnevale stanno uscendo di casa, tutte vestite a festa, Valastro è lì, ritto sulla soglia della sua botteguccia, con in bocca la pipa. Nel viso magro le rughe si affondano e s'increspano. Anche Valastro mi segue, saliamo per Via Garibaldi, svoltiamo verso la pasticceria di Cavallaro, siamo nella piazzetta in fondo al corso Vittorio Emanuele. Già s'è radunata una piccola folla, che nel frattempo si ingrossa di pescatori di Marina Lunga, di pastori che scendono dai monti, giungono fin da Canneto, ancora tutti bianchi di polvere di pomice. Tutti camminano con la bocca aperta. Su un banco sono allineati gli enormi cocomeri di Vulcano, le lampade ad acetilene rischiarano violentemente gruppi di ragazzi e di pastori che succhiano la polpa rossa dei cocomeri, come se suonassero un organino. Al centro della piazzetta, sul solito palco, sono allineati in semicerchio i suonatori, il maestro Buongiorno saluta sorridendo gli amici, il Dottor Fenech, Famularo, il maresciallo dei Carabinieri. Il suono degli strumenti accordati, lo schiamazzo dei ragazzi, lo scalpiccio dei sopravvenuti, fanno un frastuono gaio e metallico. L'aria è densa, il calore è insopportabile. A un tratto un lungo mormorio si spande nella folla, la folla si apre, ecco il Vescovo, Don Bernardino Re, un frate cappuccino con una gran barba, si apre un solco fra la gente, si mette a sedere su una sedia già preparata proprio dietro il podio del direttore della banda. Ed ecco un cenno del direttore, un profondo silenzio, e le prime note della Sesta Sinfonia di Beethoven rimbalzano nell'aria tesa e arroventata come una lastra di zinco. A poco a poco l'aria si raffresca, il vento umido di Heiligenstadt soffia sui visi sudati della folla.

UN UOMO A LIPARI

Quando l'improvvisa tempesta, che mi aveva fatto naufragare nella prigione romana di Regina Coeli, finì per gettarmi sulle coste dell'isola di Lipari, dove i Greci situavano la reggia di Eolo, re dei venti e degli uragani, non posso dire d'essermi incamminato verso l'antico Castello col medesimo spirito col quale Ulisse era salito, per quella stessa Via Garibaldi, al palazzo di Re Eolo. Io non venivo a Lipari, come Ulisse, per chiedere a Eolo, «figlio d'Ippote, caro agli immortali Dei», il regalo di un buon venticello che mi riportasse a casa, nelle braccia di Penelope e di Telemaco. Ci venivo in veste di «confinato», per rimanervi un tempo assai lungo. Ero stato condannato a cinque anni di deportazione; e dopo i due tristi mesi di prigionia nella cella n° 461 del 4° Braccio di Regina Coeli, quell'isoletta sperduta in mezzo al Mediterraneo m'appariva più grande della isola Albione, di cui gli Inglesi vanno sì fieri.

Sbarcai anch'io, come l'eroe dell'Odissea, sulla nera riva di Marina Corta, quasi sugli scalini della chiesa del Purgatorio, costruita su uno scoglio alla estremità del piccolo molo, ai piedi dell'alta rupe a picco della rocca d'Eolo; e subito m'avviai in mezzo ai Carabinieri su per la strada lastricata di blocchi di lava vulcanica, che sale attraverso il paese all'antica Acropoli.

Durante il viaggio da Roma a Lipari, (ero malato e mia madre aveva ottenuto il permesso di accompagnarmi: era seduta davanti a me, in mezzo agli agenti di polizia, nello scompartimento pieno di un odore nauseante di tabacco e di sudore; e ciò che più mi faceva soffrire non era la febbre, né quel dolore acuto e insistente al polmone, ma il sentimento che con il mio aspetto miserabile io offendevo mia madre nel suo pudore) durante quell'interminabile viaggio mi ero proposto di non guardare le cose, d'ora in poi, se non con occhi di scrittore. Che cosa avrei potuto vedere con i miei torbidi occhi di deportato? Era questa la sola maniera che io avessi di rispettare la mia dolorosa situazione, e di veder chiaro in fondo alle cose. Mi dicevo, non senza uno strano risentimento verso me stesso, che durante i cinque anni che avrei vissuto all'isola di Lipari, non avrei dimenticato mai, neppure per un solo istante, d'essere un uomo civile, un uomo colto: una persona per bene.

Appena misi il piedi sulla riva di Marina Corta e alzai lo sguardo al Castello di Eolo, mi vennero naturalmente alla memoria gli esametri del decimo canto dell'Odissea:

kac men ton ikomesba polin kac domata kalà…

TRE MOSTRI

Era una giornata di Dicembre umida e calda, una tempesta di scirocco infuriava da vari giorni sulle coste della Sicilia, il cielo era livido, nuvole gonfie d'inchiostro di seppia pendevano sul mare. Dalla vicina isola di Vulcano, l'antica Ierà Efaïstou dei Greci, dove il Dio Vulcano aveva la sua fucina, il vento, pesante e sudaticcio, portava un acre odore di zolfo, mettendo in bocca uno strano gusto di cenere salata, uno scricchiolio di sabbia fra i denti.

Sulle facciate delle case, chiazzate di larghe macchie di muffa verdastra, la lingua viscida dello scirocco leccava le crepe aperte dall'ultimo terremoto. Intorno alle finestre l'intonaco si gonfiava per l'umidità in gobbe gialle che avevano l'apparenza di grossi bubboni maturi. Sciami di mosche verdi ronzavano nell'aria afosa. In piedi lungo i muri, uomini vestiti di scuro guardavano passare il nostro piccolo corteo con un'attenzione intensa, che non tradiva tuttavia nessun senti- mento, neppure un'ombra di curiosità. Strani visi siciliani duri e impassibili, illuminati da occhi neri in cui splendeva un fuoco immobile, che dava allo sguardo un'inquietante fissità inespressiva. Un branco di cani randagi ci seguiva a coda bassa, fiutando il lastrico, come se lasciassimo dietro di noi un odore insolito e sospetto. Sulla porta delle botteghe, donne anziane dai capelli sconvolti, dal viso pallido soffuso di una leggera peluria color rame, le mani incrociate sul ventre gonfio, ci fissavano senza vederci. Ragazzi magri, dalle sopracciglia folte, dalle gambe nude e muscolose, leggermente curve, dai piedi minuscoli, si scostavano fermandosi un momento per lasciarci passare, con uno strano miscuglio di rispetto e d'indifferenza. I cani che ci venivan dietro inarcavano la schiena, gettando sui ragazzi uno sguardo obliquo pieno di terrore e di umiltà minacciosa.

Avevamo appena imboccato la Via Garibaldi quando a un tratto udimmo alle nostre spalle un vociare confuso: tutti quanti volgemmo il viso verso la marina, noi pure ci fermammo voltandosi a guardare. Una torma di ragazzi correva gridando verso la riva, i pescatori seduti sulla piazzetta di Marina Corta a rammendar le reti agitavano le braccia ridendo, i cani che ci seguivano già fuggivano abbaiando verso il molo. Il piroscafo Luigi Rizzo, sul quale avevamo fatto la traversata da Milazzo a Lipari, era ancora fermo a un centinaio di metri al largo, e tra il piroscafo e la chiesa del Purgatorio, in una barca che i flutti agitati sembravano lì lì per inghiottire, alcuni uomini remavano a tutta forza, altri, curvi a poppa e armati di lunghe pertiche, lottavano contro un'informe massa scura che inseguiva da vicino la barca, e ogni tanto balzava fuor dalle onde minacciando di capovolgere la fragile imbarcazione. Quando la barca fu presso la riva, il mostro marino uscì con un balzo dall'acqua e si precipitò in avanti con un muggito feroce. Era un enorme toro, dalla testa avvolta in un sacco, che era stato mio compagno di viaggio sul Luigi Rizzo. Non potendo il piroscafo attraccare al molo per non correre il rischio di arenarsi nei banchi di sabbia, o di finir sugli scogli, i passeggeri raggiungono la riva in barca, e il bestiame a nuoto. Terrorizzato dalla furia delle onde, dagli urli e dalle percosse, il toro correva qua e là all'impazzata, trascinandosi dietro i guardiani appesi alle funi che gli incappiavano il collo. A un tratto si fermò di botto, affondando le zampe nella rena. Tremava di rabbia e di paura, sferzandosi i fianchi con la coda, e ogni tanto scuoteva furiosamente la testa incappucciata. Un'orda di cani gli girava intorno abbaiando, bande di ragazzi gli gettavano pietre e manciate di sabbia, i guardiani sudati, ansanti, si riposavano un istante appoggiati alle pertiche, guardando in giro come per misurare il terreno della lotta.

Quel gruppo d'uomini intorno alla nera bestia, quei cani, quei ragazzi, su quella riva dove le onde si rovesciavano schiumose con un rombo di tuono, in quella piazzetta che lo scirocco spazzava a colpi d'ala come il ponte di un veliero alla deriva, componevano una scena selvaggia e triste, che aveva qualcosa di funebre e di religioso, un'aria di delitto e di festa, alla quale assistevo come un profano a un rito misterioso. Quei guardiani sembravano naufraghi che si preparassero ad immolare il nero toro per placare l'ira del dio del mare, il canuto e verde Poseidone. In quella un guardiano tirò fuori il coltello e punse profondamente il fianco della bestia, che balzò muggendo contro la statua di un Santo, diritta sul suo piedistallo circondato da una ringhiera di ferro, urtò con la testa nella ringhiera, spari in un nuvolo di polvere dentro una viuzza oscura. «La portano all'ammazzatoio», mi disse con un sorriso gentile uno dei carabinieri che mi accompagnavano.

Riprendemmo a salire per il borgo verso il Castello. Ed ecco vernici incontro, camminando a passi lunghi giù per la discesa, una ragazza dalle gambe arcate e potenti, dal ventre largo e piatto, dal piccolo seno di bambina, dalla gran testa triangolare incastrata fra le spalle strette e ossute. Il viso era bianco di cipria, sugli zigomi sporgenti spiccavano due ecchimosi di rossetto, il disegno delle labbra carnose spariva sotto uno strato di carminio che dava alla bocca uno strano contorno rettangolare. Verso le orecchie e sotto il mento appariva un orlo di pelle squamosa, bruciata dal sole e dal vento marino. Pareva portasse una piccola maschera dai colori violenti. Il contrasto fra i toni accesi della maschera di belletto e il colore bruciato della pelle dava qualcosa di cadaverico alle orecchie e alla piega del mento. I suoi occhi lampeggiavano, il suo sguardo fosco balenava tra le ciglia folte con un'umiltà collerica e selvaggia. Uno sguardo cattivo, di una dolcezza bestiale; gli occhi di una capra pregna. Camminava dondolandosi sui fianchi, e il vento faceva aderire la sua gonna di lana rossa alle cosce magre, ai ginocchi rotondi e sporgenti, al cavo profondo dell'inguine. Gettata con noncuranza sulle spalle, una mantellina di maglia nera faceva, col rosso della sottana, un insieme che aveva qualcosa di cardinalizio. E quel rosso dava al nero della mantella un tono vivo, pareva che quel nero fiammeggiasse anch'esso, una fiamma opaca che si agitava intorno alle spalle come l'ala di un uccello notturno. Le mani, raccolte sul petto per difendersi dal vento, parevano due mani di cera, funebri e bambolesche. V'era in lei un che di grottesco, e insieme di puerile, qualcosa di cattivo e di tenero; e nel freddo sorriso che le cadeva dagli angoli della bocca come una piega di stanchezza, mi sorprese un che di attonito e di subdolo. «Ecco la bella Sarina», mi disse a bassa voce, per non farsi udire da mia madre, il Maresciallo dei Carabinieri, e strizzò l'occhio con aria di malizia e di complicità. Bella Venere dalla testa di lucertola, dal viso nascosto sotto una piccola maschera rossa e bianca, dalle gambe vellose come zampe di capra. Il pelo spuntava duro e lucido attraverso le calze di cotone grigio, due ciuffi ispidi uscivano fuor dagli orecchi piccoli e trasparenti, come il pelo da certe rose. Nel passarci accanto, la Venere di Lipari voltò la testa dall'altra parte con un improvviso moto di pudore offeso, e in quel gesto rapido mi offri il dono inatteso di una nuca bianca, sulla quale cadevano dei riccioli neri e corti che scoprivano un esile collo di adolescente. La nuca di un giovinetto; di una sensualità timida e provocante. Mia madre mi prese in quel momento per il braccio, e la sua lieve stretta mi fece salire alla spalla un'onda di sangue caldo. Gli occhi di mia madre si posarono sulla ragazza, e mi sorprese nel suo sguardo una dolcezza ineffabile, una simpatia quasi materna.
Ero uscito di prigione con la febbre, mi sentivo molto debole, e il soffio caldo e violento dello scirocco, l'aria soffocante impregnata di un forte odore di zolfo, il fetore di pesce marcio che alitava dai vicoli, mi opprimeva il petto, strappandomi dei colpi di tosse che mi facevano crudelmente soffrire. Respiravo a fatica, ed essendomi fermato un momento per ripigliar fiato, i miei occhi caddero su un giovane seduto davanti a una bottega di erbivendolo. Era un giovinotto di una ventina d'anni, grasso, gonfio, enorme, con un visino pallido e liscio, che le sopracciglia fini e lunghe, gli occhi piccoli e sonnacchiosi, il naso fragile dalle narici rosa e turchine, facevano quasi femmineo. La bocca in forma di cuore non aveva labbra, il mento sfuggiva dissolvendosi in una dolce onda di grasso, sparsa di peluria lucida, che le pieghe cascanti della gola continuavano verso il seno, allargandosi a mano a mano come le pieghe di un peplo. La camicia aperta lasciava intravedere le spalle di un candore immacolato, dalla linea morbida e generosa. Stava mollemente sdraiato su alcune casse di legno, in mezzo alle ceste di lattuga, di cavolfiori, di zucche, di cedri, di arance, nella posa nella quale gli antichi atteggiavano le statue dei Fiumi. E il verde tenero delle larghe foglie di lattuga, il paonazzo lucente e il roseo argenteo delle trecce di pomodori e di cipolle appese alle pareti, il giallo sontuoso delle zucche e l'oro trionfale delle arance, gli accendevano intorno una luce di gloria e tenerezza, che confondeva la carne e la verdura in riflessi d'orgia e d'idillio.

Con la piccola testa di donna raccolta nel palmo della mano, egli si appoggiava stanco e sognante sul gomito. Il braccio sinistro, abbandonato lungo la curva del fianco, pareva troppo esile e corto per un si gran corpo: e la mano che pendeva inerte sulla larga coscia rotonda era rosea e gracile come la mano di un bambino. Quell'amabile mostro dal seno florido e dall'anca prospera, incoronato di foglie d'arancio e di lattuga, era, come poi mi dissero, l'Ermafrodito di Lipari. Sarebbe stato senza dubbio un Dio, nei tempi omerici: oggi non è che un erbivendolo. Una gabbietta con dentro un canarino, appesa all'architrave, gli oscillava sulla testa: i suoi occhi sonnacchiosi fissavano l'uccellino che strillava gioioso, saltellando arzillo, tutto giallo in un livido raggio di sole. Il canto del canarino suscitava sulle sue labbra un sorriso triste e umiliato, le sue narici fremevano, una espressione di dolorosa beatitudine appariva soffusa sul suo viso pallido. Ai miei colpi di tosse abbassò gli occhi, gettando su noi un lungo sguardo timido e annoiato. Non si muoveva, restava sdraiato immobile e stanco sulle sue casse di legno, che portavano scritto a grandi lettere nere: «Florio il miglior Marsala. Fragile». La sua mano di bambino pendeva inerte, il seno florido palpitava al ritmo del suo respiro.

A un tratto i suoi occhi si spensero, le labbra parvero schiudersi mormorando, e una vocetta acuta, una vocina tremula di donna, disse lontana lontana: <

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cultura

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