Da Tokyo in linea Eliano Salvatore Fiore. 文化商品化

Bunka Shōhinka

di Eliano Salvatore Fiore*

Osservatorio Giappone. La mercificazione della cultura nipponica nell'era del turismo di massa

Nel vocabolario contemporaneo del dibattito culturale giapponese, il termine bunka shōhinka —letteralmente "consumismo culturale"— è emerso come cifra interpretativa di un fenomeno che trascende la semplice questione turistica per investire l'identità profonda di civiltà millenarie. Comprendere questa dinamica significa addentrarsi nel cuore di una contraddizione irrisolta: quella tra l'apertura del Giappone al mondo e la salvaguardia di ciò che lo rende unicamente giapponese. Ma la contraddizione, a ben guardare, non è esclusivamente nipponica: è la contraddizione di ogni civiltà che abbia prodotto bellezza e che ora si trovi a gestire la propria sopravvivenza culturale di fronte alle logiche del mercato globale.

Chi abbia camminato lentamente tra le colonne doriche di Selinunte —quella città greca di Sicilia che non smette di raccontare la propria morte violenta anche a duemilasettecento anni di distanza— sa di cosa si tratta. Sa che certi luoghi non si visitano: si abitano per qualche ora con il silenzio necessario, lasciandosi attraversare dalla loro stratificazione storica. La stessa percezione si ha davanti al padiglione Kinkaku-ji di Kyoto al mattino presto, prima che i pullman scarichino le loro centinaia di macchine fotografiche. Non è nostalgia, ma è la consapevolezza che l'incontro con la grande cultura richiede una disposizione interiore che il turismo di massa strutturalmente non consente.

Il Giappone, come Roma o Selinunte, non è uno sfondo fotografico. È un sistema di valori che richiede tempo, silenzio e umiltà per essere compreso e vissuto.

L'over-turismo —fenomeno globale che ha colpito Venezia, Barcellona, Dubrovnik, ma anche la Via Sacra di Roma e i templi della Valle dei Templi di Agrigento— assume in Giappone connotati del tutto peculiari. Non si tratta soltanto di affollamento fisico, di file interminabili davanti ai templi di Kyoto o di turisti che fotografano le geisha nei vicoli del quartiere Gion. Il problema è strutturalmente più profondo, riguarda la trasformazione dell'esperienza culturale in prodotto di consumo immediato, in uno spettacolo fruibile in pochi clic da cellulare e in altrettanti pochi minuti. Un fast-food dell'anima, con tanto di menù fisso ed uscita obbligata verso il negozio di souvenir.

La cultura come merce: anatomia di un processo

La bunka shōhinka si manifesta con precisione quasi chirurgica nei meccanismi con cui l'industria turistica internazionale —e sempre più quella giapponese stessa— confeziona e vende il Paese del Sol Levante. Il kimono indossato per una fotografia e poi restituito al negozio. La cerimonia del tè ridotta a performance di venti minuti. Il rito ikebana trasformato in laboratorio da souvenir. Questi non sono incidenti marginali: sono la logica dominante di un mercato che genera miliardi di yen ignorandone le conseguenze culturali.

Vi è in questo meccanismo un paradosso inquietante che chiunque abbia frequentato i mercatini dell'artigianato siciliano ai margini dei siti archeologici conosce bene: la cultura viene evocata come valore, come profondità, come autenticità, proprio nel momento in cui viene svuotata di tutto ciò. L'anfora di ceramica prodotta in serie che riproduce un cratere a figure rosse del IV secolo avanti Cristo, venduta accanto alle colonne di Selinunte, e il ventaglio "tradizionale" confezionato in fabbrica che si acquista davanti al castello di Himeji appartengono alla stessa categoria antropologica, cioè sono feticci che simulano la presenza di una cultura mentre ne sanciscono l'assenza.

Il dato quantitativo è incontrovertibile, infatti il Giappone ha registrato, nel periodo pre-pandemico, oltre 31 milioni di visitatori internazionali annui, con proiezioni che puntavano a superare i 60 milioni entro il 2030. Il turismo di massa, nella sua configurazione attuale, non si incontra con la cultura giapponese — né, del resto, con nessuna altra grande cultura, da quella greco-romana che si respira nell'aria stessa della Sicilia a quella medievale cristiana che permea ogni pietra di Palermo normanna. Le passa accanto, le fotografa, le acquista sotto forma di gadget e poi riparte. La profondità viene semplicemente simulata, non vissuta.

Un parallelo che vale la pena custodire: la Sicilia della Magna Graecia ha elaborato nei secoli una sua forma di sopravvivenza culturale, quella della stratificazione. Greci, romani, arabi, normanni, spagnoli — ogni dominazione ha lasciato un sedimento che non ha cancellato il precedente ma vi si è sovrapposto, creando una densità unica ed irripetibile. Il Giappone ha operato in modo analogo, assorbendo influenze cinesi, coreane e poi occidentali senza perdere il filo di sé. È questa capacità di stratificazione —non la purezza, ma la continuità nella trasformazione— che il turismo di massa rischia di spezzare.

Le comunità locali: i silenziosi danneggiati

Le ricadute sulla vita quotidiana delle comunità locali sono documentate e crescenti. A Kyoto, i residenti di Higashiyama hanno organizzato petizioni per limitare l'accesso ai vicoli storici del quartiere. Nel quartiere Arashiyama, i ristoranti tradizionali hanno visto la propria clientela locale soppiantata da flussi di turisti che consumano e passano senza mai fermarsi davvero. La sacralità dei luoghi —quella che i giapponesi chiamano sei'iki, "territorio sacro"— viene progressivamente erosa da un consumo culturale che non distingue tra tempio e parco a tema.

Il fenomeno colpisce anche il tessuto economico in modo controintuitivo, i grandi flussi turistici favoriscono le catene internazionali e i tour operator globali, mentre artigiani, maestri di arti tradizionali e gestori di ryokan storici lottano per sopravvivere in un mercato dominato dal prezzo e dalla velocità. Non diversamente da quanto accade a Taormina —dove i negozi dei maestri orafi o dei ceramisti di Caltagirone cedono gradualmente il passo alle bancarelle di bigiotteria di importazione— anche in Giappone la bunka shōhinka non arricchisce la cultura che consuma ma la impoverisce progressivamente, erodendo la base stessa che la rendeva degna di essere cercata.

C'è poi una dimensione psicologica che raramente viene analizzata. Le comunità che abitano i luoghi di grande densità culturale —i templi di Nara come i vicoli di Ortigia a Siracusa— sviluppano nei confronti del turismo di massa una forma sottile di alienazione: imparano a guardare il proprio patrimonio con gli occhi del visitatore di passaggio, perdendo il senso della quotidiana appartenenza. La bellezza del luogo che si abita smette di essere sfondo invisibile della vita per diventare merce anche per chi ci vive, un processo di estraneazione culturale che è, forse, la conseguenza più grave e meno visibile della bunka shōhinka.

Memoria, identità e resistenza: oltre la denuncia

Sarebbe tuttavia riduttivo fermarsi alla semplice denuncia. La bunka shōhinka è anche il sintomo di una fame autentica, forse la più significativa dei nostri tempi, infatti milioni di persone nel mondo cercano nel Giappone —come cercano nelle rovine greche di Sicilia, nei chiostri normanni, nella luce particolare dei tramonti sull'Etna— qualcosa che la propria civiltà non riesce più ad offrire. Cercano bellezza non mercificata, rituale che abbia ancora senso, rapporto tra uomo e natura che non sia puramente strumentale. Cercano, in fondo, il senso delle cose.

Questa fame è reale e va rispettata. Il problema non è il desiderio di conoscere ma è la modalità con cui viene incanalato e soddisfatto. Un turista che attraversa di corsa Selinunte con un'audioguida in cinque lingue non incontra la Magna Graecia; ne sfiora appena la superficie, come si sfiora il vetro di una teca museale. Allo stesso modo, chi percorre il cosiddetto "Golden Route" Tokyo-Kyoto-Nara in otto giorni non incontra il Giappone ma ne consuma l'immagine. E l'immagine consumata non lascia traccia —se non nelle fotografie, che però somigliano a quelle di milioni di altri turisti, perché riprendono esattamente gli stessi luoghi, dagli stessi angoli, nelle stesse ore affollate.

Coloro che non hanno tempo per la cultura finiscono per avere soltanto il souvenir di essa.

La risposta non può essere il chiudersi. La risposta deve essere un modello diverso di incontro culturale — più lento, più consapevole, più rispettoso. Un modello che metta al centro non lo spettacolo del Giappone, ma la sua sostanza. Non la performance della cerimonia del tè, ma la filosofia che la genera. Non il kimono fotografato, ma il sistema estetico del quale il kimono è espressione. Esattamente come chi voglia davvero comprendere la Sicilia della Magna Graecia non deve fermarsi alle colonne dei templi, ma deve cominciare a percepire l'intero paesaggio culturale che quelle colonne hanno generato — e che ancora, in modo sotterraneo, struttura il modo in cui gli abitanti di quella terra guardano il mondo.

È questo il problema che i prossimi articoli di questa serie si propongono di approfondire: come si costruisce un turismo che sia davvero incontro culturale e chi può essere il mediatore di questo incontro.

Il Giappone va vissuto, non semplicemente visitato

  • Professore, studioso italiano, storico dell'arte, iamatologo e gemmologo residente in Giappone dal 1975 e direttore generale Camera di Commercio italiana in Giappone

 

 


 

Categoria
cultura

Articoli correlati

13 maggio 2026
11 maggio 2026

Il libro ‘Donne di Mare’ di Marilena Macrì Maffei ha ricevuto a Pisa la 'Menzione Speciale'

Organizzata dal Ministero della Protezione Civile e delle Politiche del Mare...

7 maggio 2026

Stromboli, 'La Lettura non Isola': il viaggio tra le parole diventa incontro

Gli studenti di Ramiseto (RE) e dell’isola eoliana si incontrano per la prima volta in presenza

6 maggio 2026

Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. 'La tragedia del piroscafo 'Santamarina' 3° puntata

Il 9 maggio il Notiziario ai parenti delle vittime darà la possibilità di imbarcarsi sul veliero Sigismondo per lanciare un fiore nel mare di Vulcano... PHOTO