Da Ravenna in linea Massimo Ristuccia 'Malaparte' 6° puntata
di Massimo Ristuccia
LE AVVENTURE DI MALAPARTE RIVISTA TEMPO DEL 22 AGOSTO 1957 DI FRANCO VEGLIANI. 6 PARTE. “Flaminia” – “Confino a Lipari” – il cane “FEBO II” – “la fine dell’Amicizia”…….
di Franco Vegliani
La condanna fu dura. Sproporzionata al capo d’accusa, che nel corso dell’istruttoria si era moltiplicato da “attività antifascista a diffamazione di un ministro in carica”. Malaparte venne assegnato al Confino a Lipari per cinque anni. Mussolini disse:
“Malaparte è stato uni dei nostri. Potrà esserlo ancora. Con lui abbiamo il dovere di essere più spietati che con gli altri”.
La signora torinese che era andata a trovarlo a Regina Coeli, intanto non si era rassegnata. Non potendo per il momento ottenere di più era riuscita a farsi presentare al capo della Polizia e gli aveva chiesto il permesso di andare a Lipari a fare visita all’amico in disgrazia. Il capo della Polizia allora era Bocchini. Uomo di straordinario buon senso e di garbate maniere, cavalleresco e sensibile come pochi al fascino femminile. La bellissima donna che si esponeva senza riguardi, incurante del nome che portava e dei rischi a cui poteva andare incontro, ribelle all’ambiente cui apparteneva per nascita e per matrimonio, sprezzante delle voci che si sarebbero fatte sul conto suo, piena di fuoco e di risolutezza nei quasi totale tepore degli amici, lo commosse e lo entusiasmò. E le fece avere il permesso. D’altra parte Balbo era lontano, per Mussolini la partita Malaparte era una partita chiusa, e Bocchini sapeva con certezza che ogni favore, ogni indulgenza usati a Malaparte valevano come un piacere personale fatto a Galeazzo Ciano.
Flaminia percorse così il medesimo itinerario che l’amico aveva percorso sotto la scorta degli agenti. E a Milazzo si imbarcò, tra le ceste di frutta e le cassette di pesce, sul vaporetto ansimante che faceva servizio tra la Sicilia e l’arcipelago delle Eolie. A Lipari arrivò verso sera e Malaparte era sul molo che la attendeva in compagnia di un sottufficiale dei carabinieri accaldato e bonario. Dice:
“Li aveva già stregati tutti, quel demonio. Carabinieri e poliziotti lo stavano a sentire come se parlasse l'oracolo. E le concessioni che facevano a lui non le avevano mai fatte a nessuno ».
Tanto che anche la comparsa dell'inconsueta visitatrice, le sue maniere, la bellezza, l'eleganza e il pregio degli abiti non parvero ai custodi del prigioniero e neppure agli isolani un evento sorprendente. Pareva ovvio che a Malaparte dovesse essere legato qualche cosa di straordinario. E un giorno uno dei carabinieri, un anziano appuntato, le domandò:
«Ma è possibile, signora, che questo signor Malaparte sia un individuo pericoloso? A me pare tanto una brava persona. Gli altri che vengono qui sono tutti molto diversi ».
Ridendo Flaminia disse di si, che era pericoloso, ma non nel senso che pensava lui. E oggi aggiunge:
E allora non sapevo ancora quanto!».
A Lipari, Malaparte non faceva una cattiva vita. Pareva già tutt'altro uomo da quelle che Flaminia aveva visto nel parlatorio della prigione romana. Il viso aveva ripreso colore, nello sguardo era ricomparsa l’antica spavalderia, l’usuale sicurezza, le piccole febbri che lo avevano travagliato durante la permanenza al carcere non si facevano più sentire col gli ascessi di cui soffriva alla gola. I carabinieri gli concedevano il massimo di libertà compatibile con il rigore del regolamento: alle sei di sera doveva tapparsi in casa, ma dall'alba a quell'ora era libero di fare quello che più gli piacesse e di andare dove voleva. Tra gli isolani non aveva che amici. E intanto aveva ammaestrato un cane. Vi è, o vi era allora, sulle isole Eolie una razza di cani fuori dell'ordinario: sono i levrieri dello Stromboli, discendenti di cani che furono abbandonati sullo scoglio deserto del vulcano perchè ritenuti rognosi e che invece, probabilmente per l'aria Impregnata di zolfo, guarirono e si moltiplicarono. Ma che vivono un po' per conto loro, selvatici, dando poca confidenza all'uomo, A Malaparte non parve vero di catturarne uno e di farsene un impareggiabile amico. Fu "Febo II", il cane di cui parla ne "La Pelle”, che lo seguì quando lasciò l'isola, ancora detenuto, e che, durante le tappe del trasferimento, quando Malaparte doveva passare la notte in prigione, lo aspettava accovacciato davanti all'uscio e non c'era nessuno che fosse capace di mandarlo via.
Non furono moltissimi i mesi al che il confinato passò a Lipari. Arrivò un giorno l'ordine di trasferirlo a un'isola meno sperduta, meno distante dal consorzio umano e meglio provvista di conforti: a Ischia, Era la prima vittoria di Ciano, che si scusò con una lettera di essere riuscito così a poco, ma promise che non avrebbe cessato di interessarsi alla sorte dell'amico. Malaparte lamentava che quel clima sciroccoso dei mari meridionali era dannoso per la sua salute e chiedeva un ulteriore trasferimento più al nord. Suggeri Forte dei Marmi, e Ciano riuscì ad ottenere che fosse accontento.
Negli ultimi mesi del 1934, dopo un piccolo calvario attraverso le prigioni della penisola, arrivò a Forte dei Marmi dove intanto era stata approntata per lui una modesta casa nell'interno della pineta. Da confinato politico era diventato vigilato speciale. E a Forte dei Marmi cominciarono a venirlo a trovare gli amici che si era fatti durante la permanenza a Parigi e a Londra.
Anche a Parigi, mentre scriveva "Technique du coup d'Etat", Flaminia era stata lungamente con lui. Ora racconta:
“Lavorava moltissimo in quel periodo. Si alzava tardi, mangiava subito, un pasto molto frugale, e si metteva a tavolino. Non si muoveva dall'una fino alle sette di sera e non dava udienza a nessuno, per nessuna ragione. Poi si usciva, e la notte era sua ».
Negli ambienti intellettuali della capitale francese il suo successo era stato pieno e incondizionato. L'italiano elegante, pronto di parola, spregiudicato e paradossale, che parlava il francese in maniera perfetta, era piaciuto in modo straordinario ai parigini, che se lo contendevano per i loro salotti. A tutti era piaciuto, tranne a Juliette Bertrand, la donna che Malaparte aveva scelto perchè gli traducesse in francese il libro che stava scrivendo. Non vi era, con Juliette, nessun pericolo di complicazioni sentimentali. La ragazza non aveva, agli occhi di Malaparte, sufficiente fascino femminile e lei, per conto suo, provava per l'italiano, di cui ammirava, sia pure con qualche riserva, il valore intellettuale, una specie di repulsione fisica. Ma dove non si intendevano proprio per nulla era appunto nel campo nel quale sarebbe stata più necessaria l'intesa: quello della traduzione. Juliette era sicura del fatto suo e non accettava i soprusi di Malaparte, che invece pretendeva di conoscere il francese meglio di lei. Quasi ogni giorno, nel piccolo appartamento in cui lavoravano insieme, si accendevano liti furibonde. Le grida arrivavano fino in strada. E più di una volta rischio di arrivare in strada anche il manoscritto. Juliette se ne andava sbattendo l'uscio e scendendo a precipizio le scale e la inseguivano le più pittoresche maledizioni e gli insulti più feroci di cui fosse provvisto il vocabolario toscano di Malaparte.
«Traducimi questo, se sei capace! », le gridava.
Ma Juliette tornava, dopo un giorno o dopo un'ora, e la traduzione andava avanti. Finì che venne una traduzione impeccabile, e si formò un'amicizia aspra e combattuta, ma duratura. La Bertrand fu infatti una delle prime persone che lo vennero a trovare in Italia, ap- pena fu possibile avere il permesso.
A Parigi, in un ristorante gestito da un italiano e che si chiamava "Il Quirinale", Malaparte conobbe Pirandello e Marta Abba e fece amicizia con De Pisis. Ma la sua esperienza più importante in quel periodo fu la conoscenza con Salvemini. Assieme a Flaminia andava a sentire le conferenze che Salvemini teneva, e furono probabilmente le parole dell'economista fuoruscito che gli misero in cuore i primi sospetti sulla validità delle opinioni che si era fatte sul fascismo.
L'amicizia con Flaminia fini nell'estate del 1935. E fu la donna a prendere l'iniziativa, Dice:
“Me lo tolsi dal cuore. E non dico che fosse facile. Ma sono felice di averlo fatto. Malaparte mi aveva chiesto di andare a vivere con lui e io gli avevo risposto di no. Potevo averlo aiutato ed essergli stata vicina nei momenti non sempre facili che aveva passato a Parigi, potevo essere andata a trovarlo in prigione e avergli fatto compagnia al confino. Ma vivere con lui no, questo non era proprio possibile. Per una donna come me, Malaparte avrebbe potuto anche essere un grande sogno , una felice illusione, un inganno meraviglioso. Un amico sì, ma non un compagno. In pratica mi appariva sempre come un nomade, inquieto e disperato, incerto ogni giorno di quello che sarebbe stato il suo domani”.
La casa torinese di Flaminia dà l'impressione della sicurezza. della stabilità, del fermo decoro. Una casa fondata sulla lunga e radicata tradizione, da cui si può evadere, ma dove è indispensabile ritornare. Ci sono mobili antichi, oggetti preziosi, quadri di valore, c'è una grande fotografia con dedica di Umberto di Savoia in divisa di giovane ufficiale. Ritratti o memorie di Malaparte, nessuno.
E tuttavia la ragione del brusco congedo che Flaminia diede all'amico fu propriamente un'altra. Al Forte dei Marmi, nella vita di Malaparte era entrata una nuova donna. Anche questa come Flaminia legata a Torino, anche questa di antico sangue nobiliare, anche questa bella da far paura. Dice Flaminia:
«Non glielo potevo perdonare. Tante altre si, ma lei no. Con lei non lo potevo dividere, ci trovavamo troppo sullo stesso piano. Perciò, appena lo seppi con certezza, gli scrissi che non lo volevo più rivedere, E così è stato”.
Alla donna nuova Malaparte ha dedicato la raccolta di racconti "Sodoma e Gomorra" con le parole: « A colei che è entrata nella mia vita a cavallo ». E davvero pare che sia stata per lui come un uragano, brevissimo e furibondo. La sola che abbia amato veramente; o piuttosto l'unica che gli abbia tenuto testa. Perchè era più capricciosa, più indipendente, più scatenata, più malapartiana di
lui.