Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. Malaparte parte 8 VIDEO

di Massimo Ristuccia

LE AVVENTURE DI MALAPARTE RIVISTA TEMPO N.35 DEL 1957 DI FRANCO VEGLIANI. 8 parte.

L'indomani si rividero e poi, da quel giorno, si rividero sem­pre. Lavinia era vedova, e Ma­laparte, per la prima volta e forse per l'unica in vita sua, pensò al matrimonio. Si arrivò fino alle pubblicazioni in chie­sa, fino al progetto di battesi­mo per lui, che era protestan­te. E poi ci fu 'la rottura, definitiva, irreparabile. Era il 1937. Non si rividero più. Lavinia morta qualche anno dopo in un incidente di macchina sulla via Aurelia. Risaliva da Roma ver­so il nord. Malaparte diceva:

“Veniva da me. Dovevamo incontrarci”.
Fu appunto nel 1937 che fe­ce il suo ingresso nella storia di Malaparte un personaggio nuovo, secondario ma fondamentale. Un personaggio che da allora, e per quindici anni, tentò :di instaurare la regola quotidiana nella sua vita, di amministrarlo come si amministrano la maggior parte. Degli uomini, di parare e comporre gli urti che· gli arrivavano da ogni parte, e di costituire insomma una specie di punto fermo nelle sue turbinose giorna­te. La governante: Maria Montico.

C'era già stato un personaggio analogo nella sua vita. La dolcissima e discretissima Luisa Pellegrini, che era stata sua segretaria alla Voce e che poi era tornata a lavorare con lui quando a Roma aveva fondato e dirigeva la rivista Prospettive. Alla Pellegrini Malaparte abbandonava tutti i fastidi, le intere complicazioni della pratica quotidiana, compresa l'incombenza di firmare le sue lettere e anche i suoi assegni. Tanto che una volta che ne firmò uno lui, disse: « Vedrà che non lo pagheranno. Capiranno che non è la mia firma! ». Ma naturalmente i compiti di Luisa Pellegrini si arrestavano sulla soglia di casa, finivano dove cominciava la vita privata di Malaparte. Là era il regno di Maria Montico.

La governante di Malaparte è una friulana, di Pordenone. Era a Roma nel 1937 e Malaparte la assunse proprio perchè aveva progettato di sposarsi. Il matrimonio non si fece, ma Maria Montico rimase. E non lo lasciò che nel 1955.

Ho conosciuto Maria Montico a casa sua, vicino a Pordenone, dove ora gestisce una piccola industria. E la vita di Malaparte vista dalla governante potrà sembrare un po’ la vita,  di Don Chisciotte vista da Sancio Pancia; soltanto che in questo caso si tratta di un Sancio pieno di energia e di risoluzione, battagliero e intraprendente quasi quanto il suo cavaliere.

II 1938 fu per Malaparte un anno molto duro dal punto di vista economico. II Corriere lo pagava molto bene, ma le collaborazioni mensili erano naturalmente limitate. E la vita che lo scrittore conduceva a Roma; dove era tornato dal Forte dei Marmi, necessariamente dispendiosa. Racconta
Maria:

« Con i soldi che mi passava al principio del mese si riusciva a malapena a pagare l'affitto. Che non era piccolo: ottocento lire al mese. Rimaneva il problema di fare ogni giorno la spesa. E si risolveva molto presto, perchè al cinque del  mese non c’era più in casa sua una lira. Gli dicevo: “Signor Malaparte, non abbiamo più soldi!”.
E lui metteva su un viso imbronciato, allargava le braccia e rispondeva: “Io, non ne ho. Veda un po’ lei di arrangiarsi”.  E magari. in quello stesso giorno. mi capitava con tre amici, a colazione. Io gli facevo gli occhiacci e mi veniva la tentazione di dire: "Ma cosa volete mangiare, se non c'è in casa neppure il pane!”. Ma lui faceva un sorriso cosi soave; così convincente che non gli si poteva resistere. E in qualche modo si finiva per apparecchiare. Gli ori di casa, non soltanto i suoi, anche i miei, hanno preso più di una volta la strada del Monte ».
Un giorno soltanto Maria Montico perse la pazienza con Malaparte. C'era in casa la solita aria di dispensa vuota, Malaparte era stato invitato a colazione e Maria, da buona friulana esperta di desinari sobri, si era accontentata di pane e cipolla. Malaparte però quel pomeriggio era tornato  con una bistecca. Senza dir niente era andato in cucina e si era messo a tagliarla in piccoli bocconi. La donna lo guardava tare. Quando ebbe finito, chiamo il cane (era ancora Febo, il cane Lipari) e un boccone dopo l’altro glieli diede tutti. 

Dice Maria: “Quel giorno gridai. Dissi, in una volta sola, quello che non avevo mai detto da quando ero al suo servizio. E Malaparte fece un viso così contrito, così pieno di afflizione che alla fine mi venne da ridere. Bistecche per il cane però, dopo quella volta, in giorni di magra non ne ha più portate”.
Alla fine del 1938  Malaparte partì per l’Africa. Ancora una volta era stato Borelli a combinare tutto. Per quanto la pensa del confino fosse considerata estinta, e nonostante l’amicizia di Ciano , la posizione politica di Malaparte era ancora precaria. Per l’autorità di pubblica sicurezza era sempre uno schedato e il passaporto, ritiratogli quando lo avevano arrestato, non gli era stato ancora restituito. Era impossibile perciò mandarlo in missione giornalistica fuori dai confini. Fu così che Borelli pensò all’Africa Orientale, che non era estero, ma non era neppure Italia. Occorreva però ancora una volta il benestare di Mussolini. E Borelli, senza perdersi d’animo, tornò alla carica. 

Disse a Mussolini che c’era un solo modo perché Malaparte si potesse completamente redimere, rendendosi conto nello stesso tempo della straordinaria potenza del fascismo, dei miracoli di organizzazione che erano stati compiuti: bisognava fargli visitare l'Impero, lasciandolo libero di scrivere le sue impressioni. Mussolini disse:
«Quello lì è capace di mettersi a capo di qualche banda ribelle e di voler conquistare l'Italia ». Ma scherzava. E anzi era in vena di indulgenze. Il discorso di Borelli lo persuase e diede il suo consenso a quel viaggio. Per un estremo di prudenza a Malaparte fu affiancato però una specie di compagno di strada, che era un funzionario di polizia. Aveva, tra l'altro, il compito di annotare scrupolosamente e riferire le cose di apparenza sospetta che Malaparte avrebbe potuto dire in conversazione.
Non so se lo scrittore fosse stato informato della natura e dei compiti del suo compagno di viaggio. E' certo però che se ne accorse quando il piroscafo sul quale viaggiavano non aveva ancora doppiato la diga di Napoli. 

E da quel momento uno degli scopi delle sue giornate fu quello di far disperare il malcapitato angelo custode. Se l'accompagnatore avesse dovuto annotare, come gli era stato ordinato, tutte le cose poco ortodosse che Mala-
parte diceva, a lui stesso e a quanti gli capitava di incontrare, non gli sarebbe bastato un vagone di carta. Non vi era barzelletta antifascista delle più crude che Malaparte non si divertisse a raccontare, non vi era aneddoto sui gerarchi e sullo stesso Mussolini, vero o inventato sul momento, che risparmiasse ai suoi ascoltatori, anche ai più occasionali. I vecchi d'Africa se ne ricordano ancora. Quando Malaparte e la sua ombra capitavano quaIche presidio e venivano invitati a colazione alla mensa ufficiali, il desinare si trasfora in una specie di supplizio.L'inviato del Corriere le diceva talmente grosse che i mensali, e soprattutto gli ufficiali superiori, non sapevano fino a qual punto fosse prudente ridere. Tanto più che l’accompagnatore di Malaparte ascoltava con le orecchie dritte e non rideva mai. Malaparte lo guardava e diceva:

“Lui non ride perchè la sa già!”.

Andò a finire, per forza, che diventarono amiconi. Anche se Malaparte se lo portò dietro all posta dei leoni e alla caccia  dei coccodrilli e lo obbligò a fare ore e ore a dorso di muletto in giro per le ambe, con il rischio di cadere in qualche imboscata, e gli fece rimpiangere fino alle lacrime il suo tranquillo ufficio al Viminale.
Gli li articoli però che Malaparte scrisse dall'Africa furono molto belli. Sereni, obiettivi, senza piaggerie e senza, retorica. A Mussolini piacquero. E da quel momento ogni misura restrittiva che lo riguardasse fu cancellata. Il passaporto gli venne restituito e il giornale fu libero di mandarlo in giro per l'Europa dove gli paresse. Cominciò così la sua carriera di inviato speciale. Borelli dice:
“Nelle sue faccende personali sarà stato stravagante e ordinato fin che volete. Ma io devo dire che nella mia lunghissima carriera di direttore di giornale ho conosciuto pochi inviati speciali che fossero diligenti, innamorati del loro mestiere, scrupolosi e capaci di sacrificio come Malaparte. Scompariva per qualche settimana, ricompariva sempre al momento giusto e con il pezzo più appropriato. Non conosceva ostacoli quando era sul lavoro e nessuna fatica gli sembrava eccessiva.

 Voleva l’auto e il vagone letto, ma se era necessario era capace di andare a piedi, in bicicletta o a cavallo. La devozione al giornale mi metteva di difenderlo anche quando combinava qualche guaio che agli occhi dell’amministrazione poteva sembrare eccessivo ». Come quando parti per la Norvegia e non seppe più nulla di lui per settimane. Lo rintracciarono in una clinica di Oslo, che si era fatto operare di non so che cisti. Sempre sul conto della nota spese.

Nella nuova situazione anche i problemi economici che aveva afflitto fino al 1938, di risolsero. Per il giornale lavorava molto, i suoi libri erano largamente venduti e tradotti in tutte le lingue, la rivista Prospettive che, a quanto pare, interessava Palazzo Chigi, rappresentava una rendita sicura. E fu allora che a Capri acquistò uno scoglio, lo scoglio di Capo Masullo, dove cominciò, nel 1939, a farsi costruire una casa. La villa che ora ha lasciato agli artisti cinesi e che doveva essere teatro di nuove sue straordinarie, avventure e nella quale, alla fine della guerra, doveva essere arrestato per ben due volte, una dagli italiani e una dagli americani.
La casa di Capri non fu ultimata che a guerra avanzata e i lavori proseguirono mentre Malaparte era in giro sui diversi fronti. A prenderne possesso andò Maria Montico.

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