Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. Malaparte a Roma

di Massimo Ristuccia

FRANCO VEGLIANI COLLOQUI CON MALAPARTE 1957

Curzio Malaparte ha trascorso una settimana difficilissima; ma, per quanto il parlare lo affaticasse molto, non ha voluto rinunziare ai colloqui che aveva iniziato. - C'è in me, al fondo della mia malattia – ha detto - una  contraddizione segreta, dura da interpretare, che mette in imbarazzo chi mi cura".

Roma, 14 giugno

Domenica 9 giugno Malaparte ha compiuto gli anni cinquantanove. Per tutta la giornata fu sofferente. Non volle e non poté veder nessuno E n pensava, e si diceva, tra gli amici, che fosse appunto per il compleanno, che in un momento doloroso e amaro della propria vita il ripensamento di se a cui obbliga una ricorrenza ha necessariamente fondo crudele, e da melanconia, o irritazione, o risentimento.

Quando, molto tardi nel po meriggio, saranno state le otto, o poco meno, chiamò me con Aldo Barelli e l'ambasciatore Rulli, incautamente gli ripete ciò che si era detto. Mi si voltò, che per poco non mi mordeva:

“Che compleanno, sciocco!” disse con la fronte aggrottata. E stato il risotto, un risottaccio pieno di grasso che mi han fatto mangiare e m'è rimasto qui! Lo sento ancora. E il cuore si è affaticato ».

Poi lentamente, con molte pause, raccontò la storia del risotto. Era accaduto qualche giorno prima che gli fosse venuta voglia di mangiare un riso alla milanese, con lo zafferano, come lo faceva sua madre, che in cucina era maestra. Se ne era occupata la madre superiora personalmente e gli aveva cotto una pietanza perfetta, con la sua giusta dose di condimento, lo zafferano quanto ce ne vuole e cucinata al punto dovuto. Lo aveva mangiato di gusto e digerito senza difficoltà. Tanto che quel giorno ne aveva chiesto ancora. Ma per un disguido della cucina gli avevano portato un piatto cotto malamente e condito senza misura. Lo aveva mangiato lo stesso ed ora, ecco, gli si era fermato sullo stomaco e lo aveva fatto star male tutto il giorno, Non si era potuto assopire neppure per un momento e il respiro gli era divenuto difficoltoso“……………..

Vi erano, assieme al fascio dei telegrammi, bottiglie e scatole di dolci e cartocci e pacchetti e barattoli di ogni genere e misura.

“Vedrete” disse Malaparte, “mi par d'essere un vigile urbano il giorno dell'Epifania”. 
E fu, per quella sera, il solo grazie a coloro che si erano ricordati di lui. Il giorno dopo invece lo ritrovai addolcito.  Aveva visto i regali, se li era guardati uno per uno, aveva voluto sapere da chi venissero, aveva trovato per tutti una parola gentile. Ricominciò con me il racconto delle sue giornate d'agonia: “Si, come t’ho detto, sentivo tutto e vedevo tutto e capivo tutto. E mi veniva anche voglia di scherzare. Quando montarono la tenda a ossigeno dissi a Pozzi: "Avete deciso di farmi morire in un campeggio!". Poi, da sotto alla tenda, per dirigere le cure che mi stavano facendo, poichè avevo paura che la voce non mi uscisse o che non mi sentissero per il ronzio della macchina, battevo con le nocche sulle pareti del motore. Di una sola cosa non avevo coscienza: del tempo. Avevo smarrito il senso del tempo. E so che tutti i momenti chiedevo che mi dicessero l'ora”.
Il parlare tuttavia, in questi giorni, lo affatica in modo particolare. A Roma erano giornate roventi, africane; e il vento infuocato arrivava fin dentro la camera del malato, e del polmone che mancava…………

nella clinica romana e di quelli altrettanto tremendi che passò in Cina, quando il male si manifestò e quando poi fu ricverato nell'ospedale di Han kowe e attese per settimane che facessero tutte le prove e gli comunicassero una diagnosi. Il linguaggio, gli atteggiamenti, i gesti di Malaparte, la crudezza e l’evidenza della fantasia, sono i medesimi dei suoi libri più forti………………….

Mi ha detto:

“Ce una contraddizione nel mio male. Una contraddizione e un segreto solamente mio, che i medici non sono riusciti a svelare. Ed e questo che nella malattia gli sfugge e gli fa ancora così titubanti. Ascolta fin dai primi giorni del mio male, in Cina, lo ho avuto una certezza. La certezza di non farcela, la certezza di morire. Le mie lettere da laggiù parlano chiaro. Domanda agli amici. Era una convinzione profonda in me nella carne, o nel sangue, o insomma nelle zone più misteriose dell'essere, dove la coscienza non arriva. Ma contemporanea a questa c'era un'altra certezza. La certezza di guarire. E questa mi veniva dal pensiero, dalla coscienza, dallo spirito. Ancora è così. Lo si è visto nel collasso che ho avuto, e lo si vede tutti i giorni. E una battaglia che sui quadri clinici  non si ritrova, e disorienta chi mi cura. Ma io la sento in me. Tutto dipende da chi vincerà”.

Le ore della giornata in cui il malato riesce a parlare non sono molte. E il magnetofono, che è pronto sopra un tavolino accanto al letto, non è stato ancora usato. Malaparte ba paura che la sua voce sia in questi giorni divenuta troppo afona, troppo sottile e che non si incida. Dice:

“Sarebbe una fatica perduta. Non mi posso permettere di rischiarla”.

E anche le visite ammesse sono in questi giorni molto più rade. Quando gli annunciano qualcuno, Malaparte scuote debolmente la testa e fa cenno di no, di non lasciar passare perchè é troppo stremato e gli rincresce di farsi vedere a quel modo. E gli pare una colpa e chiede d'essere scusato.

In anticamera, a trattenere i visitatori e a rispondere alle continue telefonate, è la sorella Maria. Maria è la più piccola tra i fratelli di Curzio, quella che in "Sangue" lo seguiva nelle scorribande per la campagna di Prato e alla quale, a un certo punto, fanno mangiar le lucertole. E alta da statura, con i capelli rossi, gli occhi turchini e qualche lentiggine sulla fronte: la più tedesca probabilmente, nella famiglia dei Suckert.

Le lettere arrivano a pacchi.
Sono i lettori dei suoi libri, gli ammiratori di tutto il mondo, e sono, moltissimi, i suoi lettori di "Battibecco", che non si rassegnano alla lunga interruzione. Mandano auguri e saluti. Su una cartolina postale, con calligrafia stentata, uno che non si firma fa voti per la guarigione di Malaparte "difensore dei poveri", un altro dice che il 9 di giugno si è comunicato assieme ai suo figli per propiziargli il Signore, un altro manda una poesia augurale Malaparte sorride, ma dopo si immalinconisce e si commuove. Dice:

“Mettilo sul giornale che non posso scrivere. Non posso proprio. Ho provato e non ci sono riuscito……………………………

Effettivamente, ora che è estate e che le finestre della stanza stanno aperte, i rumori arrivano crudelmente dalla strada e dai giardini voci di bambini che giocano, le strida degli uccelli, le automobili che cambiano la marcia su per la salita di via di Trasone, un cane che abbaia in un cortile.

Lo senti questo cane?» dice Malaparte. «Ora ti racconterò cosa mi è accaduto la notte scorsa con la suora del turno di notte, con la spagnola ».

Questa volta l'ho conosciuta la suora spagnola. Si chiama Maria Patrocinio, che vuol dire Maria Ausiliatrice, e davvero, così scura e imponente, con il viso largo e sanguigno, quando arriva con il primo buio, alle otto di sera, e ha ancora indosso l'abito nero prima di mettersi la veste bianca che usa accanto al letto, pare che scenda da una pittura di Goya………………………..

“Sorella cane non abbaia più". Vidi che mi guardò con occhi stupiti, come se non intendesse. E allora ripetei: “Dico del cane, che non abbaia più". Furtivamente, senza togliermi gli occhi di dosso, la suora premette i campanelli. Si affacció suor Daria e lei le fece un cenno misterioso. E dopo un poco quella tornò, con un'infermiera, e aveva una siringa. Con il volto domandai cosa volessero: “Lei delira, Malaparte" mi dissero. E la spagnola si infervorò: "Si, si delira. Vede un cane. El perro, el perro!". Suor Daria, che è toscana, capì subito: e se ne andò ridendo con la sua siringa. Ma suor Maria Patrocinio non si persuase. E ancor oggi è convinta che io, in quella notte, abbia veduto il diavolo.

Quando è in vena Malaparte racconta queste cose con l'umore e l'evidenza che tutti gli conoscono e diverte fino alle lacrime quelli che lo stanno a sentire. L'ho comperato nel Turke stan, che è la terra dei turchesi. Si chiama acqua di notte per quelle ombre nere che ha. Per portarlo fuori ho dovuto interessare il Ministero dei rapporti con l'estero, perchè era già stato ceduto a un lama tibetano. E poi si è messo raccontare episodi del suo viaggio, impressionanti.

Categoria
cultura

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