Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. Malaparte 5° parte
di Massimo Ristuccia
LE AVVENTURE DI MALAPARTE RIVISTA TEMPO DEL 22 AGOSTO 1957 DI FRANCO VEGLIANI. 5 PARTE. “Flaminia” – “Confino a Lipari” – il cane “FEBO II” – “la fine dell’Amicizia”…….
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Mussolini, risentito per la pubblicazione di "Tecnica del colpo di Stato" e per il favore che il libro aveva ottenuto all'estero, appoggiò con mano pesante il rancore di Italo Balbo, che costò a Malaparte una condanna a cinque anni di confino. Una donna bellissima e di grande casato raggiunse lo scrittore a Lipari. L'amicizia di Galeazzo Ciano lo fece togliere di là e gli rese più mite la pena.
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Un giorno d'autunno, nel 1933, tardi nel pomeriggio, Malaparte stava accovacciato sulla brandina nella sua cella del quarto raggio di Regina Coeli e leggeva un libro all'ultima luce che filtrava dall'alto della "bocca di lupo". Un secondino socchiuse la porta e disse:
« Signore, andiamo! C'è in parlatorio qualcuno che vuole vedervi ».
L'appellativo di "signore" era l'unica distinzione che rimaneva, da parte del personale carcerario, ai detenuti politici in attesa di essere deferiti alla commissione per il confino. Il prigioniero si alzò senza fretta, quasi contro voglia, chiuse il libro, lo posò sulla coperta e seguì il secondino per il corridoio ciabattando nelle scarpe senza lacci. Non immaginava chi potesse essere, ma non fece nessuna domanda. L'idea di una visita in quel momento suscitava in lui un sentimento che era un misto tra la paura e il fastidio. Ogni nuova non gli pareva che potesse essere se non una cattiva nuova. Gli amici sembrava che lo avessero abbandonato e che, dopo il suo arresto, un vuoto pauroso e gelido si fosse fatto attorno a lui. Man- cava quasi completamente di notizie dall'esterno, ed era già molto se qualcuno rispondeva con poche righe di un frettoloso biglietto alle accorate domande di essere aiutato che egli quotidianamente spediva da là dentro.
In parlatorio c'era l'ultima persona che Malaparte si sarebbe aspettato di vedere quel giorno e in quel luogo. Era una donna. La donna che poche settimane prima aveva salutato con un fiducioso arrivederci nella sua villa sul mare a Cap d'Antibes, dove era stato ospite.
Nella squallida stanza la donna stava in piedi contro la parete bigia, dietro al sudicio avolo, elegantissima, rigida e come raccolta dentro al suo re quarti scuro ornato di pelliccia. I guanti calzati e un minuscolo cappellino sul biondo do cenere della capigliatura. Appena lo vide però parve che si sciogliesse: gli mosse incontro con le mani tese e con un chiaro sorriso, lo accolse con la medesima tranquilla, affettuosa e signorile proprietà con cui lo avrebbe accolto di ritorno da un viaggio sulla porta della sua casa. Malaparte disse:
«Avrei dovuto capirlo. Solo tu potevi venire, qui dentro ».
Chi mi riferisce ora questo episodio è la medesima donna di allora. Non diremo il suo nome vero. Scrivendo di lei in un capitolo di "Fughe in prigione", Malaparte l'ha battezzata Flaminia. E Flaminia resterà, per adesso, anche nel nostro racconto.
Malaparte l'aveva conosciuta a Torino. Flaminia portava, e porta ancora, un nome della più antica e illustre nobiltà italiana. Ed era, se si deve giudicare da come l'ho vista adesso, che ha già varcato la cinquantina, d'una bellezza straordinaria, limpida e sconvolgente. Il loro primo incontro era avvenuto nel 1929, quando Malaparte era da poche settimane direttore de La Stampa a Torino. Il giovanissimo, e discusso, uomo di lettere era stato invitato a un ricevimento in casa Ponti. C'era anche Flaminia: una giovane signora dell'aristocrazia, sposata da pochi anni e già con due bimbi piccini. Mi dice:
« Al ricevimento ero andata con mia madre. E fu mia madre che lo notò per prima. Malaparte stava un po' appartato, non ancora familiarizzato con l'ambiente, con un viso crucciato e severo, una finta aria di sdegno. Mia madre me lo indicò e chiese: "Chi sarà mai quel bell'uomo?". Perchè bello era bello, Dio sa se era bello! Ci dissero che era il direttore che aveva sostituito Torre a La Stampa. E più tardi ce lo presentarono. La nostra amicizia è cominciata quella sera, ed è finita quasi sei anni dopo».
Flaminia non ha di Malaparte un ricordo felice. Ora ne parla con un grande distacco, come di una memoria remotissima e quasi non più personale. E tuttavia non senza un filo di amarezza, di segreto, profondo e certo inconsapevole risentimento. I suoi giudizi sono pacati, ma tristi. E dice :
“Dopo il 1935 no l’ho mai più riveduto. Una volta mi scrisse per offrirmi di andare per qualche tempo nella sua villa di Capri. Diceva che la metteva a mia disposizione “con o senza il proprietario”, che scegliessi io. Gli risposi villanamente che la avrei preferita senza. E non ci andai. Nel 1940 passò per Torino diretto al fronte occidentale, e mi telefonò per chiedermi di vedermi e salutarmi. Gli risposi che non potevo. Non la giustificavo un uomo che andasse alla guerra per morire”.
Allora tuttavia, alla fine dell’estate del 1933, appena apprese dai giornali a Capo d’Antibes che Malaparte e Roma era stato arrestato dalla polizia fascista, prese il primo treno per l’Italia, e insieme a suo padre e a sua madre , venne a Prato prima, a consigliarsi con familiari di lui, e poi a Roma a vedere che cosa si poteva fare per aiutarlo ad uscire da questa scabrosa situazione in cui era venuto a trovarsi. Nonostante le amicizie influenti, ottenne in principio soltanto quel colloquio nel carcere. Ora dice:
“Non glielo feci intendere, ma come lo vidi, quella sera, mi si gelò il cuore. C’era pochissima luce nel parlatorio di Regina Coeli, una sola lampadina sporca, di poche candele, che pendeva dal soffitto e nessuno finestra. Quanto bastava tuttavia per indovinare il suo pallore sotto la barba non rifatta e per vedere che il suo viso era sconvolto e che gli occhi erano lucidi, febbricitanti. E poi quel colletto sudicio e sgualcito, senza cravatta e i pantaloni che gli ricadevano a soffietto sulle scarpe senza lacci! Lui, che aveva un senso quasi religioso della sua eleganza e che al mattino, per vestirsi e mettersi a punto, impiegava ogni volta più di tre ore!”.
Malaparte era stato arrestato in un albergo romano in uno degli ultimi giorni di settembre. Era Roma da pochi giorni, reduce da un lungo soggiorno a Parigi e da una più breve permanenza in Inghilterra e prima di rientrare in Italia si era fermato, come s’è detto ospite dell’amica sulla Costa Azzurra. Era arrivato allegro e spavaldo, soddisfatto del clamore che stava suscitando il suo ultimo libro pubblicato in francese,Technique du coup d'État, e senza il più vago sospetto di quello che gli stava per capitare.
Nel 1931, nei primi mesi , il senatore Agnelli lo aveva rimesso alla direzione del suo quotidiano. In meno di due anni aveva fatto in tempo ad accorgersi di quanto Malaparte fosse scomodo come collaboratore e quanta ragione avesse Mussolini di compiacersi per il suo coraggio ad averlo chiamato a quell’incarico. Ma prima di licenziare lui, e probabilmente per saggiare quanta influenza avesse ancora Malaparte, aveva preteso che fosse licenziato il redattore capo. Era Mino Maccari, che Malaparte si era portato da Roma e che aveva molta più vocazione alla pittura e alla poesia che all’ingratissimo mestiere di guidare la redazione di un quotidiano. A Maccari, per il Capodanno del 1931, era capitato un infortunio; aveva commesso un errore scusabilissimo in un poeta, ma non perdonabile al redattore capo di un grande quotidiano. Nel passare l’elenco delle persone che si erano recate a Corte a porgere gli auguri al sovrano, non si era accorto che la lista, compilata forse non senza malizia, conteneva i nomi di tre illustri personaggi defunti da tempo. E il senatore Agnelli si era trovato bello e pronto il pretesto per mandarlo via. Malaparte non era stato in grado di salvare l’amico, e la manifesta impotenza aveva segnato profondamente anche la sua condanna.
Agnelli del resto aveva trovato, per sostituirlo un uomo che, almeno, allora aveva le spalle più forti di quelle di Malaparte. Augusto Turati, già segretario del partito fascista e ancora nel grazie di Mussolini. Al nome di Turati, anche Malaparte che, quando si era parlato di un suo licenziamento, aveva promesso di non andarsene senza combattere e comunque di rendere la vita difficile al suo successore, si era rassegnato. Aveva accettato la collaborazione che dal Corriere della Sera Aldo Borelli gli offriva ed era partito per la Francia, fermandosi a Parigi.
Tornava in Italia per la prima volta in quell’estate del 1933, dimentico probabilmente di come fosse difficile in quegli anni l’ambiente italiano e senza minimamente sospettare che uno dei personaggi più potenti e puntigliosi del regime fascista aveva con lui una vecchia ruggine da regolare e da tempo aveva chiesto a Mussolini la sua testa. Era Italo Balbo, a cui le imprese aeronautiche avevano dato proprio allora rinomanza mondiale. Balbo faceva ombra a Mussolini, e Mussolini aveva scelto per lui, per tenerlo lontano da Roma, il "Consolato" della Libia. Ma per indurlo ad accettare senza colpi di testa, per fare in modo che si rassegnasse ad andare a fare il re tra i beduini, bisognava soddisfare qualche suo capriccio. Niente di più facile e di più comodo e di più gradito, se uno di questi suoi capricci si chiamava Malaparte.
Il quadrumviro e lo scrittore erano stati amici nei primi anni romani, e anzi Italo Balbo aveva fatto anche da padrino a Malaparte in qualcuno dei suoi duelli. Poi l'amicizia si era raffreddata e si era mutata in reciproco sospetto. Ma non sarebbe accaduto niente se Malaparte da Parigi, non si sa per quale improvvisa fantasia, non avesse indirizzato a Balbo e all'amico di Balbo, Nello Quilici e che dirigeva a Ferrara il Corriere Padano, una serie di lettere insolenti (quando si metteva in testa di ferire qualcuno a Malaparte non mancavano certo le parole) e cariche a di accuse d'ogni genere, tra cui la più grave era quella di complottare contro Mussolini per eliminarlo dalla scena politica e sostituirsi a lui nella dittatura fascista. Con le copie fotografiche delle lettere Balbo era andato dritto da Mussolini, chiedendo soddisfazione immediata, Ma Malaparte era ancora oltre confine, e Mussolini aveva detto:
“Non voglio che si ripeta il caso di Cesare Rossi. Questo qui non è uno capace di restare per molto lontano da casa. Si tratta di avere pazienza, tornerà ». Infatti era tornato, e non appena Balbo aveva avuto notizia che Curzio Malaparte era stato visto a spasso per via Veneto aveva preteso da Mussolini che mantenesse l'impegno. Da questo intervento all'arresto era trascorso appena il tempo necessario per una serie di telefonate, dal centro alla periferia. In fondo a Mussolini il successo che aveva ottenuto all'estero "Technique du coup d'Etat" era piaciuto molto poco e ancor meno gli erano piaciute le informazioni riservate arrivate da Parigi e da Londra su talune persone che lo scrittore aveva frequentato e su taluni discorsi, non propriamente ortodossi, che in più di un'occasione aveva fatti. E Malaparte lo immaginava tanto poco che subito dopo il suo arrivo aveva sollecitato un colloquio con Mussolini e aveva immediatamente riallacciato le antiche conoscenze politiche. La sera precedente l'arresto era stato visto in un ristorante molto in voga di via della Mercede, a pranzo con il sottosegretario alle Corporazioni, che era allora Alberto Asquini