Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. Malaparte 4° parte

Massimo Ristuccia

LE AVVENTURE LA VITA DI MALAPARTE RIVISTA TEMPO N. 33 DEL 1957. 4 PARTE.

di Franco Vegliani

Malaparte intanto si era stabilito definitivamente a Roma. fu a Roma, la sera dell'8 giugno 1927, vigilia del suo ventinovesimo compleanno, e conobbe, a un pranzo, Roberta Masier. Roberta aveva ventott'anni, era bellissima, non era sposata, frequentava la più alta e la più brillante società della capitale. Era tra le prime signore a Roma che guidassero l'automobile e si dice che guidasse in maniera temeraria. Con la medesima temerarietà affrontò Malaparte. Poche settimane dopo quel fatale otto giugno i due si giurarono amore eterno. Roberta ha mantenuto l'impegno. E in certo senso, a modo suo, si può dire che lo ha mantenuto anche Malaparte, come vedremo.

Ho conosciuto Roberta Masier a Prato, nel cimitero della Chiesa Nuova. Si aspettava Malaparte. Il funerale era durato per l'intero pomeriggio e ora, dopo l'ultima sosta davanti alla casa di via Magnolfi aveva preso la strada del camposanto. Alcuni di noi lo avevano preceduto, e ci eravamo fermati accanto alla cappelletta gentilizia dove la salma doveva essere provvisoriamente deposta. Roberta era là. Una donna alta, bruna, ancora bella, d'una bellezza devastata sofferente. Gli occhi neri, intensi, occhi che potevano ricordare quelli di Malaparte, accesi però da un diverso fuoco, erano asciutti, ma carichi di una tristezza enorme una tristezza quasi tangibile. Con un fiore di gardenia sciupato, che aveva tra dita, entrò nella tomba e lo lasciò cadere dove la bara doveva essere deposta. Poi uscì non la vidi più, quella sera. Accanto a me dissero:

“Lo ha amato per trent’anni. Non ha voluto mai sposarsi. Conserva, oltre quello che lui ha scritto, ogni giornale che parli di lui, anche se è solo una riga, anche se no che una parola. La sua ca Firenze, è carica di memorie una specie di straordinario patetico altare ».
Solo qualche giorno più tardi e non è da lei, o almeno interamente da lei, ho saputo la storia di Roberta Masier. Si erano conosciuti dunque, lei e Curzio, in casa d'amici, a una serata mondana. Fu Balbo o Turati, a fare le presentazioni. Malaparte a Roma era già uomo famoso, anche se non sempre, nè presso tutti, di buona fama. E famosa era anche Roberta, per la sua bellezza sua eleganza, per il suo spirito sportivo, per la piccola "Mercedes" che spingeva a tutto motore su per la salita da piazza di Spagna al Pincio. Ma ancora per un'altra cosa: il suo disprezzo dell'amore. La chiamavano la bella dal cuore di ghiaccio, insensibile ai sentimenti che suscitava, distratta, distante, staccata, anche se i suoi occhi parevano dire tutt’altro. Malaparte lo sapeva. E quella sera volle  sedersi accanto e “farle la corte”. Testardo, puntiglioso e bastian contrario com’era. Soltanto che il gioco, se prese inaspettatamente lei, prese e coinvolse anche lui.

Già il giorno dopo si mormorava per Roma che Curzio Malaparte si era innamorato di Roberta Masier. Ed era vero. Il telefono, in casa Masier, da quel momento non ebbe respiro. Veniva la cameriera e diceva: «Malaparte, per la signorina Roberta ». Il padre di Roberta alzava gli occhi e guardava, diffidente.  Finchè una volta chiese: « Vorrei sapere chi è questo Malaparte, o questa Malaparte, perchè non ho ancora capito se è un uomo o una donna ». Roberta non seppe cosa rispondere e arrossì. Ma un giorno finalmente capitò un'occasione per cui dovette presentare Curzio al padre. Il signor Masier lo scrutò e gli chiese: « E lei cosa fa di bello, signor Malacarne? >> Curzio corresse con un sorriso: << Malaparte ». E disse: “Faccio lo scrittore ». Ma il signor Masier scosse il capo  e replicò: « Mai sentito nominare». La risposta di Curzio:  « Si vede che lei non è informato!» cadde nel gelo e non turbò il padre di Roberta.

Lo turbò invece qualche giorno dopo apprendere come stavano effettivamente le cose e che esisteva addirittura un progetto di matrimonio. Chiamò la figlia e le disse crudamente:
« Quell'uomo non mi piace. Si dice a Roma che tu sei la sua arnica. E' una brutta cosa, ma sono affari tuoi. Ricordati comunque che preferisco questo, piuttosto che rassegnarmi all'idea che tu porti il suo nome ».
E non ammise repliche. Tra Curzio e Roberta non c'era ancora nulla di definitivo. Accade allora, e accadde tanto che i due innamorati partirono insieme e andarono a rifugiarsi in una baita in montagna.
Quando tornarono lo scandolo aveva fatto il giro di Roma. Roberta tuttavia si separò da Malaparte e tornò con i suoi, pur continuando a vederlo. La situazione però non era sostenibile. E un giorno Roberta facendo forza anche alle convinzioni religiose, ingoiò un tubetto di "luminal". 

Sarebbe morta, se non la avesse salvata un fatto quasi prodigioso. Un amico di Curzio, che era anche amico suo, mentre stava tranquillamente lavorando nel proprio ufficio, colto da un improvviso e inesplicabile pensiero, da un desiderio del tutto illogico di vedere la ragazza. Lasciò l'ufficio e corse all'albergo dove allora Roberta abitava con il padre. La ragazza, chiudendosi in camera, aveva detto di avere male ai denti e ordinato che non la disturbassero per nessuna ragione. Ma l'amico forzò la consegna. Gli pareva fosse indispensabile vederla,  e neppure lui sapeva spiegarsi il perchè. Salì, aperse l’uscio con la violenza e trovò Roberta morente. La portarono all'ospedale e i medici intervennero subito. Rimase in coma sei giorni.
Era tornato intanto dall'Africa un fratello di Roberta e seppe subito ciò che si diceva a Roma e ciò che effettivamente era accaduto. Aveva per la la sorella  una gran tenerezza e non pensò neppure di rimproverarla. Malaparte invece gli apparve, e gli fu descritto, come un individuo senza scrupoli e senza principi, che aveva insidiato l’onore della sorella.
Andò a cercarlo, lo provocò e fu sfidato.
Roberta non sapeva nulla. Era al cinema con un'amica e sentì due, nella fila dietro alla sua che dicevano: «Lo sai? Malaparte e Masier si battono domani ». Lasciò la sala a precipizio, corse a casa, trovò il fratello e lo scongiurò di non battersi. Ma il fratello fu irremovibile.”

Gli avversari si incontrarono il giorno dopo sul terreno, giardino di una villa sulla Cassia. Questa volta era primavera, intorno vi era la campagna romana, il cielo era un cielo tiepido e familiare e dopo quel primo, remoto, duello polacco, Malaparte ne aveva sostenuti tanti sostenuti tanti altri. Era la prima volta tuttavia, e fu anche l'unica credo, che si battè per causa di una donna. Lo scontro fu lungo e difficile: avversari si valevano. Ma fine fu Malaparte che toccò con la sua lama al braccio, proprio nel punto in cui aveva un tatuaggio, il fratello di Roberta. Anche questa volta il duello era al primo sangue. Soltanto che il giovane Masier non fece come il polacco: non accettò la riconciliazione, e se andò senza stringere la mano a Malaparte.
Poco tempo dopo Roberta lasciò l'Italia e si trasferì a Parigi, dove rimase sette anni. La vita di Malaparte continuò il suo corso, vi passarono altre donne, tante. Ma Roberta non fu mai dimenticata. E Malaparte ricorse  a lei non un volta, negli anni che seguirono. Sempre, quando gli accadeva qualche cosa di grave. E sempre la donna sapeva le vie del suo cuore. Ancora nel 1946, quando a Firenze lo ricercavano per fare le vendette della sua antica attività fascista , Malaparte cercò rifugio nella casa di lei. Era febbricitante, infetto, con le braccia piene di ascessi. E venne nascosto e curato.
della sua antica attività , Malaparte cercò rifugio a casa di lei. Era febbricitante, infetto, con ascessi. E venne  curato.

Nella casa colma di reliquie, i ritratti di Curzio sono su ogni tavolo e ogni parete, la cokerina nera si chiamava Mala e un altro cane, che è morto, si chiamava Curtino, e dove anche la cameriera è amica e compaesana di Maria Montico, che fu per quasi venti anni la governante di Malaparte, Roberta Masier, quando sono andata a trovarla, mi ha detto una cosa soltanto: 
“Era un candido, un uomo fragile come pochi. Le sue violenze, le sue crudeltà e le sue insidie non sono mai state nient'altro che un tentativo di difendersi. E un tentativo che non riusciva neppure sempre. Se fosse vissuto, un giorno sarebbe tornato qui, ne sono certa. Morendo mi ha tolto la mia grande speranza ».
Nei primi mesi del 1929 Curzio Malaparte diventò direttore de La Stampa. Il quotidiano torinese in quel periodo era in crisi. I tiepidi sentimenti, del direttore in carica, Torre, non bastavano a coprire l'aperto, risoluto antifascismo del direttore core amministrativo Colli, Mussolini minacciava tuoni e fulmini. Malaparte, che Augusto Turati, allora segretario del partito, aveva fatto assumere al Mattino di Napoli come redattore capo, lo seppe e si offerse. A Giovanni Agnelli parve che un nome come quello di Malaparte facesse esattamente al caso suo…

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cultura

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