Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. Malaparte 3° parte
di Massimo Ristuccia
LE AVVENTURE LA VITA DI MALAPARTE RIVISTA TEMPO N. 33 DEL 1957. 3 PARTE.
Il giovane subalterno, che nel 1917 sul Piave si ribellò a un ordine del suo comandante di compagnia, rischiando la Corte marziale, si battè a duello pochi anni dopo a Varsavia per difendere l’onore del combattente italiano. Il racconto della vita straordinaria di Curzio Malaparte prosegue con le sue prime passioni e i primi incontro col fascismo.
La settima compagnia del terzo battaglione del 52 reggimento di fanteria, brigata Alpi, in ripiegamento dalle posizioni del Col di Lana, aveva appena passato il Piave nel settore di Ponte Vidor. Era una sera di ottobre del 1917. Da tre giorni diluviava sulla pianura del Veneto. Le ultime angosciose tappe della ritirata si erano svolte senza disturbi da parte del nemico, ma gli uomini del reparto, ufficiali e soldati, erano statti di fatica, pieni di fame, stracciati e fradici. P comandante della compagnia chiamò il sottotenente Suckert. Gli disse: a Senta, Suckert. Prenda una squadra dei suoi uomini e torni di là, oltre il fiume. Organizzi un piccolo caposaldo dove la strada scende verso l'acqua. Se arrivano le avanguardie degli austriaci tenga duro, in modo da lasciarci il tempo di sistemarci a difesa. Ripiegherà a un mio segnale ». sottotenente Kurt Erich Suckert guardò dritto negli occhi il superiore, tacque per qualche attimo e poi disse: e No!». Il giovanissimo subalterno, da quando, promosso ufficiale, lo avevano assegnato al reggimento, era la croce dei comandanti di compagnia. Aveva un modo temerario, ma tutto personale e indipendente di fare la guerra. Tanto che si diceva nei comandi: »E' peggio Suckert degli austriaci! ». Furibondi rapporti partivano spesso dalla fureria, in doppia busta riservata, passavano con postille di fuoco per il comando di battaglione e per quello dl reggimento, e finivano alla brigata, sul tavolo del generale comandante. Il generale comandante era Peppino Garibaldi, conosceva Suckert dai tempi delle Argonne. Leggeva con le ciglia aggrottate la risentita prosa burocratica, che descriveva senza perifrasi le malefatte del più giovane ufficiale della sua brigata, e scuoteva il capo. Diceva all'ufficiale d'ordinanza o al capo dl Stato maggiore, che gli avevano portato la "pratica Suckert": e Questo pratese è un demonio. E' un adorabile demonio. Risponda che provvederemo; che provvederemo con la massima severità a. E aggiungeva: Quando sarà finita la guerra a. Una volta tuttavia non potè fare a meno di convocarlo al comando. Kurt Suckert arrivò, in ritardo, ma in uniforme impeccabile. l'amino Garibaldi lo aspettava In piedi al centro della stanza. Allontanò tutti e fece chiudere la porta. Per qualche attimo si sentì il generale che parlava a voce alta, molto alta. E si sentì che il subalterno rispondeva, a voce non meno alta. Ma dopo poco i toni si smorzarono e da fuori non si udì più niente. Passò un tempo lunghissimo, forse un'ora o poco meno. Nell'anticamera gli ufficiali di servizio si guardavano in faccia perplessi: il generale aveva dato ordine di non essere disturbato e nessuno osava entrare. A un certo punto arrivò dalla linea una comunicazione urgentissima e uno dovette farsi coraggio; bussò e aperse l'uscio. Seduti l'uno di fronte all'altro il generale e il sottotenente conversavano amabilmente. Anzi, per l’esattezza, Suckert parlava e Poppino Garibaldi lo stava a sentire con profondo interesse. Quella sera d'ottobre dunque, sul Piave, l'incomodo subalterno rispose di no al suo capitano, che gli dava un ordine preciso. Il capitano tuttavia cercò di contenersi: finse di non aver rilevato il rifiuto e ripetè Pazientemente l'ordine. Sotto la pioggia, al riparo di un muretto sgretolato, in rigida posizione di attenti, Malaparte ascoltava. Quando il capitano ebbe finito, disse:
“Avevo inteso benissimo, signor capitano. E avevo risposto di no ». Il capitano allora si mise a c dare:
“Ma perché, in nome di Dio?!”.
“ Perchè », rispose il subalterno, “là dove lei mi vuol mandare gli austriaci ci sono già due ore. Andarci come ha detto lei significa esporre gli uomini a una morte inutile. O, nel migliore dei casi, farli catturare come pollastri ».
“Sottotenente Suckert, lei ha paura! », disse il capitano.
E Malaparte rispose:
“Lei pensi quello che le pare. Una cosa comunque è certa: che io oltre il fiume, con gli uomini, non ci vado! ».
Il tempestoso colloquio sí concluse con una minaccia di deferimento alla Corte marziale con una battuta di Malapartte così toscana da suonare eccessiva anche per le orecchie un capitano in guerra.
Il sottotenente Suckert quella era scomparve. Tornò a notte alta e si presentò al capitano. Era fradicio, aveva la giubba strappata e un gran graffio attraverso una gota che gli sanguinava ancora. Buttò ai piedi del capitano un elmetto austriaco e gli disse:
“ Tenga! Sono andato a prenderlo di là, dove gli austriaci ci sono. Se lo conservi per memoria!».
Chi mi racconta queste cose con Malaparte nello stesso battaglione del 52° fanteria per ti gli anni della guerra. E' professor Adriano Lami, che oggi è preside di una scuola media milanese. Malaparte lo ha ricordato in “Battibecco”. Adriano Lami gli era vicino anche in Francia, nel bosco di Courton, a Bligny, il 16 luglio 1918, quando il 52° fanteria sopportò il tremendo attacco tedesco che costò al reparto oltre tremila morti. A quei tempi il sottotenente Suckert non era più l'incubo dei comandanti di compagnia, perchè gli era stata affidata una sezione di lanciafiamme d'assalto, che dipendeva direttamente dal comando di brigata. Fu in quell’occasione che, portando avanti in modo temerario il suo piccolo reparto, Malaparte arrivò in cima alla collina di Bligny e disimpegnò le unità italiane. Si guadagnò in quel giorno la medaglia di bronzo. Nel medesimo giorno fu ferito ed ebbe i polmoni lesi dall'iprite.
Il professor Lami ricorda:
«Non ho mai visto in guerra un ufficiale che curasse la sua uniforme con lo scrupolo con cui la curava Malaparte. Dopo le azioni la prima cosa che faceva era quella di andare a rassettarsi: ricompariva lindo come una ragazza. Non ha mai smesso, neppure per un giorno, di portare nella tasca sinistra della giubba il fazzoletto rosso, insegna dei volontari garibaldini. A Parigi, quando si andava in permesso, camminava per i marciapiedi ed entrava nei locali così impettito, così sicuro di sè, che pareva un comandante di armata. Tutti, uomini e donne, si voltavano a guardarlo ».
Da Adriano Lami ho sentito anche uno dei primi nomi femminili nella vita di Malaparte: Stella di Sernet. Era un nome d'arte, perchè Stella faceva la ballerina in un locale notturno parigino. Malaparte la andava a trovare a casa, nei pomeriggi di agosto; era però molto raro che ci andasse da solo, quasi sempre si portava dietro gli amici. Lami in particolare, anche perchè Lami era un ottimo pianista dilettante e Stella adorava la musica. Mentre i due innamorati facevano conversazione appartati e si bisbigliavano le loro tenerezze, Lami era pregato di mettersi al pianoforte e di suonare Chopin. Dice il professore:
« Si, anche questo mi ha fatto fare. Ma, voi lo sapete, Malaparte non era un uomo al quale si potesse dire di no».
Con Stella tuttavia non ci fu nulla di serio. Era un incontro occasionale, un amore di retrovia. Per quello che se ne sa, la prima donna che contò qualche cosa nella vita di Malaparte fu una nobile russa, che aveva conosciuto nel dopoguerra a Varsavia.
Nella capitale polacca Malaparte andò nel 1919, in settembre, come addetto diplomatico presso la Legazione italiana con il ministro Tommasini. E fu a Varsavia che gli capitò di battersi per la prima volta a duello. Con un ufficiale polacco, un tenente degli ulani che si chiamava Buterlisj.
Di questo suo primo scontro parlava volentieri anche lui e glielo ho sentito raccontare. Non si batterono per ragioni di donne, si batterono per ragioni di onor militare. Nell'atrio di un grande albergo a Varsavia Buterliskj, parlando in francese, aveva detto male dei soldati italiani. Malaparte diceva:
«La vodka polacca è tremenda. Va giù come l'acqua e tradisce. Buterliskj quella sera ne aveva bevuta parecchia e parlava, parlava. Probabilmente sapeva che io lo stavo a sentire ed era curioso della mia reazione».
Se era così, la curiosità del polacco fu soddisfatta presto,perché il giovane diplomatico italiano gli si avvicinò, lo invitò a ripetere e lo schiaffeggio.
Malaparte diceva:
“Mi dovetti alzare sulla punta dei piedi, perché l'ulano era alto, alto che non finiva mai”.
La statura di Malaparte mancava di poco il metro e novanta. Ci si può immaginare dunque che cosa dovesse essere il tenente polacco. Ancora, la i dopo quasi quarant'anni, la cosa che durava di più nella memoria di Malaparte era l'impressione di questa smisurata statura. Diceva:
« Mi sentivo piccolo di fronte a lui, piccolo fino a sembrare ridicolo. Eravamo Davide e Golia. Il gigante era biondo, paffuto, roseo. Con due immensi occhi celesti, dolcissimi e feroci. Lo schiaffeggiai e lui fu costretto a sfidarmi ». Nella qualità di sfidato spettava a Malaparte la scelta dell'arma, e scelse la sciabola. Malaparte usava da maestro anche la spada da terreno, ma data la diversità di statura, la sciabola gli offriva qualche vantaggio. Si batterono il giorno dopo subito, all'alba. Malaparte raccontava :
«Era febbraio, un febbraio limpido e gelido. Mi vennero a prendere sotto casa con una carrozza, che non aveva ancora cominciato a fare giorno. La città era immersa nel sonno e deserta. Le grandi strade silenziose e i palazzi dalle enormi facciate che l'alba cominciava a illividire, in quella mattina mi avevano un'aria sinistra. E più le stradette miserabili della periferia, quando poi ci avviammo verso le porte della città. Uscimmo in campagna che il primo sole toccava la neve con riflessi sanguigni, Dalla neve di una betulla si scrollò un corvo e attraversò il cielo davanti alla carrozza. A me si strinse il cuore. Ma uno dei padrini mi disse: "Sta allegro, è di buon augurio. Non vedi che è volato da sinistra verso destra". Il fatto è che lo avevo francamente paura. L'idea di quel vichingo gigantesco che avrebbe roteato la sua arma sopra la mia testa non mi la- sciava tregua. E quando finalmente fummo giunti nella radura nel parco di una villa, che era stata scelta per lo scontro, l'apparato che vidi non valse certo a tranquillizzarmi. Gli uomini vestiti di nero: padrini, direttore di scontro, medico, apparivano ancora più neri sulla neve candida. E mi parevano tanti beccamorti. L'ulano era già là, a petto nudo, che si esercitava a tirare fendenti a un albero ».
Andò a finire che, alla terza ripresa, Malaparte ferì a una spalla il polacco. Il duello era al primo sangue e l'incontro fu interrotto. Gli avversari si riconciliarono. Da quel momento il tenente Buterliskj fu per Malaparte a Varsavia il più tenero amico.