Da Messina in linea Carlo D'Arrigo 'L'intelligenza artificiale...'

di Carlo D'Arrigo*

La coscienza dell’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale può essere di grande aiuto quando ci libera da compiti ripetitivi, ci aiuta nelle decisioni, ma non può sostituire ciò che ci rende umani: la coscienza, la sensibilità, la capacità di attribuire significati al mondo. I modelli dell’intelligenza artificiale non sono umani, ma pretendiamo di valutarli come se lo fossero. Tendono a dare ottimi risultati nella produzione di testi e immagini, processano moli di dati impressionanti, sono appositamente creati per questo tipo di compiti. Ricordo quando negli anni ‘60 i computer erano chiamati cervelli elettronici, ma di “cervello” non avevano nulla. Un conto è essere in grado di elaborare una grande mole di dati, un conto è esserne consapevoli. 

Fino a qualche anno fa associavamo l’intelligenza alla possibilità di parlare, oggi però le IA sanno parlare ed esprimere concetti di senso compiuto. Ciò che continua a mancare all’IA è la “coscienza artificiale”. Nel 1950 il matematico britannico Alan Turing propose un test per stabilire se una macchina potesse esibire un comportamento intelligente. Il test consisteva in una sorta di gioco in cui un valutatore umano poneva la stessa domanda a due interlocutori, uno umano e una macchina. Se dopo un certo numero di domande non riesce a distinguere la “correttezza” delle risposte, la macchina supera il test e può essere considerata intelligente. Già 75 anni fa Turing, aveva iniziato a farsi delle domande sull’intelligenza artificiale ed era conscio che le macchine sarebbero state in grado di parlare. Ma se facciamo oggi il test di Turing a una qualsiasi “Intelligenza Artificiale” questa la supera. Oggi dobbiamo concludere che la parola non è più un discrimine. 

E se non è più la parola a distinguere l’umano dalle cose, che si fa? Oggi, per essere considerati "intelligenti" o "umani", non basta saper parlare bene, ma bisogna farlo anche con consapevolezza, di sé stessi e del mondo che ci circonda. Insomma: avere una coscienza. Ciò che ci distingue dalle macchine è la coscienza, sebbene la questione non è così semplice da risolvere. Prima di tutto è da definire cosa sia la coscienza. Se prendiamo il dizionario Treccani, dizionario per eccellenza, la definizione di coscienza è: "Consapevolezza che il soggetto ha di sé stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e del complesso delle proprie attività interiori.". 

Ma poi c’è anche l’etica e cioè la capacità di distinguere tra il bene e il male, e poi abbiamo l’Empatia, e cioè il comprendere le emozioni altrui, il pensiero critico, cioè andare oltre i dati e interrogare la realtà individuando le contraddizioni. Sono queste abilità che nessuna macchina può replicare perché si fondano su esperienze vissute, sulla consapevolezza e sull’umanità. Più che cercare ciò che la macchina può fare è il caso individuare ciò che non può fare. 

*Già docente Univ. di Messina  

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