Lipari, 'Prima i turisti poi i lavoratori' di Michele Canalini

di Michele Canalini 

Sono un docente di Lettere, originario delle Marche, che quest’anno ha prestato servizio in un istituto secondario superiore a Lipari. La mia esperienza conclusiva, ora che siamo giunti al termine delle lezioni, può senza dubbio presentarsi come positiva, nei termini di un bilancio personale e del mio bagaglio didattico, ma credo che possa servire raccontare alcune criticità da me riscontrate, anche soltanto in veste di suggerimenti per ovviare a taluni “svantaggi derivanti dall’insularità”, come riconosce l’articolo 119 della Costituzione. Non si tratta, infatti, solo di raccontare un approccio di natura personale ma il tema in ballo è altresì di natura ambientale, con l’intento tuttavia di mettere i problemi sullo stesso piano.

Prima i turisti, poi i lavoratori
Infatti, insegnare a Lipari si è presentato come un’arma a doppio taglio. Alla bellezza paesaggistica si sono affiancati i conosciuti nodi strutturali delle isole minori, tra i quali spiccano i collegamenti marittimi e le difficoltà di ricerca di un alloggio continuativo. Ma se il primo punto ha già in sé il problema a monte della discontinuità territoriale e quello tipico del trasporto su acqua, il secondo punto invece può essere affrontato con politiche di sostegno ai lavoratori (in questo caso della pubblica istruzione sebbene il discorso sia ovviamente valido anche per altri comparti professionali).

Qui la mia esperienza può davvero risultare significativa, perché trovare alloggio a Lipari per un lavoratore non è stato facile in quanto, di norma, il periodo di estensione di un contratto di locazione va dagli ultimi giorni di settembre a fine maggio. Mentre il servizio scolastico, invece, prosegue anche a giugno e quasi tutto luglio, per rientrare come dipendenti a pieno titolo a fine agosto, quando sono calendarizzati alcuni esami di sospensione del giudizio.

Eppure la gran parte delle strutture ricettive e degli appartamenti privati a Lipari programma la prenotazione dei propri locali sulla base invece di un calendario preminentemente turistico. Il mio caso è esemplificativo: l’appartamento dove ho alloggiato mi è stato consegnato a fine settembre con l’obbligo di liberarlo per l’appunto a fine maggio, lasciandomi nei mesi restanti in balia di altre sistemazioni molto più costose e provvisorie, senza dover contare le difficoltà legate a un cambio di abitazione. E credo proprio di poter parlare anche a nome di tanti colleghi non eoliani.

Questa criticità, dunque, ha scoraggiato molti dipendenti a scegliere la permanenza sull’isola, lasciando come unica alternativa quella del pendolarismo su aliscafo o su nave, che si fa forza nondimeno della possibilità di un rimborso economico da parte della Regione Sicilia. Ma senza escludere, di fatto, i tanti disagi dei continui viaggi per mare.

“Si prenda cura dei nostri ragazzi”
Ma c’è un’ulteriore criticità legata a questa forma di “scoraggiamento”: perché la domiciliazione – o la residenza sull’isola – ha incentivato nel lavoratore, almeno così ha fatto in me, un principio di territorialità con il bacino ospitante, ragion per cui un insegnante si sente più parte integrante della comunità e dunque invogliato a restare, se può fermarsi a viverla e a frequentarla nella sua quotidianità. Se vengono meno, invece, i requisiti di una sistemazione duratura, allora il disagio risulta evidente e l’immedesimazione con la comunità locale diventa una chimera.

Restano impressi nella mia mente i commenti a caldo della signora del forno o del titolare di una profumeria di Lipari che, parlando con me e riconoscendo un accento non siciliano, si sono raccomandati di “prendermi cura dei loro ragazzi”, come se gli adolescenti eoliani fossero tutti figli di un’unica comunità.

O come se, d’altro canto, i ragazzi fossero con tono fatalistico abituati a ricevere ogni anno il diritto all’istruzione da fugaci insegnanti, desiderosi di completare il prima possibile il loro anno di “confino scolastico” e di andarsene quanto prima da Lipari.

Una politica di sostegno ai lavoratori insulari
Per questo io credo che debba essere privilegiata una politica di sostentamento a tutti i lavoratori sull’isola, compresi gli insegnanti, soprattutto nei termini di promozione di convenzioni e agevolazioni con pubblici e privati per la disponibilità di alloggi a tempo continuativo. Questa strategia spingerebbe in seconda istanza pure in quella direzione di quella immedesimazione con una comunità e di integrazione con il contesto ospitante, fattori che da sempre si presentano come le soluzioni più efficaci al contrasto del calo demografico e del degrado sociale spesso correlato ai grandi e inarrestabili flussi dei viaggiatori.

E qui ci riallacciamo alla seconda grande criticità, legata alle politiche di ospitalità delle isole minori.

Le Eolie, così come molti altri arcipelaghi, privilegiano il turismo dei mesi estivi come fattore propulsivo dell’economia locale. In termini di marketing, la scelta sarebbe anche accettabile, qualora però fosse contenuta con una connessa pianificazione dei grandi flussi, soprattutto dei turisti di breve e brevissima permanenza. Mi rendo conto che una scelta di tal genere si presenti quale una soluzione “in direzione ostinata e contraria” rispetto a certe dinamiche capaci di far risollevare tutta l’economia locale; ma l’impatto di tali dinamiche, inevitabilmente legato al grande numero dei turisti e degli escursionisti, è spesso negativo sia nei termini dell’ecosostenibilità sia nei termini pure della gestione, a opera dei residenti, di afflussi così stressanti nei mesi estivi.

Il patto per ridurre l’impronta ambientale
È già notizia diffusa il fatto che molte destinazioni balneari italiane abbiano stretto un patto con i turisti per ridurre la loro “impronta ambientale”: una cosa simile potrebbe essere un patto con docenti e lavoratori, per incentivarli alla “restanza” sulle isole favorendone le condizioni di abitabilità, e porterebbe al duplice vantaggio di coinvolgere direttamente il dipendente come soggetto attivo – non più costretto a “subire” condizioni imposte da un libero mercato dell’overtourism selvaggio -; e al secondo vantaggio di promuovere pure la cultura locale perché se c’è una cosa che gli insegnanti sanno fare, più di tante altre categorie, – torno al mio caso – è quella di valorizzare le risorse umane, artistiche e storiche di un territorio che spesso sono sopravanzate dalle più conclamate risorse turistiche.

Conviene davvero non privilegiare i lavoratori?
Non da ultimo, il turismo, specialmente nella sua veste di fenomeno non regolamentato, è responsabile di circa l’8 per cento delle emissioni a livello planetario del gas serra (fonte Sara Gandolfi, Turismo e nuovo clima. Cambio destinazione per metà dei vacanzieri, Corriere della sera, venerdì 5 giugno 2026). Non si tratta più semplicemente di un problema di natura socio-economica ma di una criticità ecosistemica di estensione sia locale sia globale, le cui conseguenze non possono più essere trascurate. “Nel cosiddetto hotspot mediterraneo”, ricorda Sara Gandolfi citando Copernicus, “gli estremi climatici hanno un’intensità e una frequenza superiori ad altre aree del continente europeo”, ragion per cui vanno messe in atto inderogabili politiche di contenimento e di adattamento turistico-climatico.

Dunque, ritornando al punto di partenza del mio racconto, conviene davvero dare più spazio ai turisti rispetto ai lavoratori delle isole minori? Non è forse questo l’altro lato di quella medaglia, che è il simbolo del noto malessere che attanaglia i residenti delle grandi città d’arte d’Italia, spesso costretti ad abbandonare la domiciliazione dei propri luoghi di origine perché travolti da orde inarrestabili di turisti?(trisciarossa.it)

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