Isole di Sicilia, 'gara da 1,5 miliardi per i collegamenti ma con quali porti?' di Davide Starvaggi
di Davide Starvaggi
Ho letto in queste ore della gara da 1,5 miliardi per i collegamenti insulari della Sicilia.
Una cifra importante. Una notizia che, sulla carta, dovrebbe essere motivo di soddisfazione.
Eppure, più la leggo, più mi fermo su una domanda che non riesco a togliermi dalla testa: con quali porti? Con quale visione complessiva del trasporto? E soprattutto, con quale metodo?
Perché modernizzare i collegamenti senza modernizzare le infrastrutture portuali è come comprare un treno ad alta velocità e lasciare i binari degli anni ’70. Produce annunci, ma non cambia niente di strutturale.
C’è poi un tema che sento ancora più urgente, e che riguarda le isole minori.
Dopo le rassicurazioni la necessità è capire con quali processi la Regione sta analizzando lo stato delle cose, come intende riorganizzare concretamente la mobilità, quali priorità ha individuato e con quali strumenti intende realizzarle.
Le parole tranquillizzano per qualche giorno, ma sono i metodi che costruiscono fiducia nel tempo.
Serve un atto di visione all’altezza della cifra che la Regione si appresta a impegnare.
Serve istituire un tavolo permanente sulla modernizzazione del trasporto marittimo. Non una commissione di facciata, ma un vero laboratorio dove la mobilità venga trattata per quello che è: una scienza, una strategia, un diritto da costruire insieme a tutti i territori.
E quel tavolo vale quanto le persone che ci siedono.
Le Autorità di Sistema Portuale devono esserci. Senza di loro non si parla di infrastrutture reali, si parla d’aria.
Le società aeroportuali devono esserci, perché la mobilità insulare non è solo nave o aereo, ma la capacità di combinare i due sistemi in modo intelligente, costruendo connessioni che oggi quasi non esistono.
Ma poi bisogna aprire davvero la finestra.
Campania, Toscana e Sardegna, regioni che hanno affrontato prima della Sicilia processi di riorganizzazione del trasporto marittimo e insulare e dovrebbero quantomeno essere ascoltate con attenzione. Non per copiare modelli, ma per non ripetere errori già fatti altrove.
Il confronto con chi ha già percorso una strada è un risparmio di tempo, di risorse e di sofferenza per i territori.
E poi c’è l’Università.
Forse l’unico soggetto in grado di portare quello che manca quasi sempre nelle decisioni pubbliche: rigore metodologico, analisi indipendente e visione di lungo periodo, sganciata dagli interessi contingenti.
Non un ospite occasionale, ma un pilastro strutturale di questo laboratorio.
Un tavolo dove siedono solo soggetti istituzionali locali rischia di diventare il luogo dove si confermano idee che esistevano già prima di sedersi.
Il confronto diventa davvero utile quando a confrontarsi sono i migliori. Quando arrivano esperienze diverse, competenze che si mettono in discussione e modelli che costringono tutti ad alzare il livello del ragionamento.
Sono fiducioso che questo possa accadere. E confido vivamente che, se accade, venga raccontato ai cittadini con chiarezza e continuità.
Le isole minori meritano uno sguardo più lungo che vada oltre la prossima corsa, oltre la prossima stagione, oltre il prossimo appalto.
Meritano un futuro progettato e non improvvisato.
1,5 miliardi senza visione, senza metodo, senza i soggetti giusti intorno a un tavolo non sono un investimento nel futuro.
Sono una delega in bianco.