Eolie, il tempo negato di Gianluca Giuffrè
di Gianluca Giuffrè
Eolie, il tempo negato: l’ordinanza del sindaco di Lipari, Riccardo Gullo e il paradosso delle isole turistiche. Alle Eolie il tempo non scorre come altrove. Qui la giornata non è divisa in mattina, pomeriggio e sera, ma in arrivi, partenze, cene tardive, rientri all’alba, turni di lavoro che iniziano quando altrove si dorme. È un ecosistema fragile, ma perfettamente funzionante, che da decenni regge l’economia dell’arcipelago.
Per questo la nuova ordinanza del sindaco Riccardo Gullo sugli orari di apertura dei locali non è un semplice atto amministrativo: è un intervento chirurgico sul ritmo stesso delle isole. Il provvedimento stabilisce che bar, pub e ristoranti possano aprire dalle 6 del mattino alle 2, mentre discoteche e sale da ballo devono chiudere alle 3.30, con mezz’ora di deflusso. Una cornice che, sulla carta, sembra ragionevole.
Ma alle Eolie la carta non basta. Qui la cena finisce spesso all’una, e la notte non è un eccesso: è parte integrante dell’offerta turistica e del lavoro di centinaia di persone. A Panarea, l’isola più mondana, la reazione è stata immediata. L’associazione Albergatori, guidata da Salvatore Tesoriero, ha chiesto un confronto urgente: «Non si può applicare la stessa regola a tutte le isole. Panarea non è Lipari, e non è Filicudi».
È il tema della zonalità, l’unico criterio realistico per un arcipelago dove ogni isola ha un’identità economica e sociale diversa. Qui la notte non è un problema da contenere, ma una risorsa da gestire. Gli operatori economici sono andati oltre: una dozzina di imprenditori hanno incaricato l’avvocato Fabrizio Tigano di impugnare l’ordinanza al Tar. La motivazione è semplice: chiudere tutto un’ora dopo la fine delle cene significa lasciare migliaia di turisti senza servizi, e mettere in difficoltà chi lavora fino all’alba. Perché alle Eolie non esiste solo chi fa tardi: esiste anche chi si alza presto, chi prepara le barche alle 5, chi apre i panifici alle 4, chi rientra dal lavoro quando il sole sorge. E per tutti loro, un’isola che spegne le luci troppo presto diventa un luogo più complicato da vivere.
Il sindaco Gullo respinge le critiche: «Siamo più permissivi di Capri o Taormina. Abbiamo allungato gli orari e ad agosto la musica sarà consentita tutti i giorni tranne il lunedì». Ma il nodo non è la permissività: è la coerenza con la realtà del territorio. E la realtà dice che un arcipelago turistico non può essere regolato come un condominio. La tensione non nasce oggi. Qualche settimana fa, a Stromboli, un’altra ordinanza — quella sulla musica — ha portato all’interruzione di una festa privata alla quale partecipava anche Mick Jagger. Un episodio che ha avuto rilevanza mondiale ed è diventato simbolo di un approccio amministrativo percepito come rigido, poco calibrato, incapace di distinguere tra abuso e normalità. Il mondo guarda le Eolie come un luogo di libertà, creatività, incontro. Non come un territorio dove la musica si spegne per decreto.
Anche la Regione, con l’assessore alle Attività produttive, Edy Tamajo, invita al dialogo: «Apprendo con attenzione delle preoccupazioni espresse dagli operatori commerciali di Panarea, dopo l’ordinanza comunale sulla movida. Comprendo le esigenze di tutela dell’ordine pubblico e della quiete dei residenti, ma allo stesso tempo non possono essere ignorate le difficoltà che numerose imprese stanno vivendo, soprattutto in un periodo cruciale come la stagione estiva.
Serve un tavolo con imprenditori e associazioni per trovare soluzioni equilibrate». È un modo istituzionale per dire che la linea del Comune rischia di essere miope. Perché il punto è questo: in un territorio turistico, gli orari non sono un dettaglio. Sono la struttura portante della vita quotidiana. Chi va a dormire tardi e chi si alza presto convivono da sempre alle Eolie. È un equilibrio delicato, ma reale. Spezzarlo con un’ordinanza uniforme significa ignorare la natura stessa delle isole. Le Eolie non chiedono anarchia. Chiedono regole intelligenti, calibrate, differenziate. Chiedono che chi governa conosca i ritmi dell’arcipelago, invece di imporli. Perché qui il tempo non è solo tempo: è economia, identità, lavoro, ospitalità. E un’ordinanza che non lo capisce rischia di spegnere ciò che rende queste isole uniche.