Eolie, come stanno vendendo la loro anima senza saperlo. di Mirko Saltalamacchia
di Mirko Saltalmacchia
L'OMBRA DEI DATI. COME LE EOLIE STANNO VENDENDO LA LORO ANIMA SENZA SAPERLO
Abito nell'arcipelago eoliano. Qui ho imparato cosa significa incanto. Negli anni '80 e '90 l'incanto aveva una forma fisica: era una cartolina. Io le mettevo negli espositori gratuiti in giro per Lipari. Uno scorcio di Pollara, un tramonto a Filicudi. Il turista la prendeva, se la metteva in tasca, la spediva. Quell'immagine rimaneva impressa perché era rara. Poi è arrivato internet. E fu una rivoluzione vera. Ricordo Tiscali in fiera che regalava email a tutti - il mio account ha più di 25 anni. Eravamo Alice nel Paese delle Meraviglie. Scoprivamo siti, trucchi, forum. Internet era un'estensione delle nostre competenze, frutto di anni di studio e sacrifici. Un amplificatore di capacità.
Poi sono arrivati i social. E lì è iniziato il lento declino. Non tecnologico. Antropologico. Ci hanno detto che erano gratis. Non lo erano. Quando un servizio è gratis, il prodotto da vendere sei tu. Il meccanismo è stato di una semplicità brutale e geniale: hanno sfruttato l'egocentrismo. Hanno messo un filtro che ti rende più bello, ti hanno messo su un display e per un attimo ti sei sentito una star di Hollywood. Dopamina pura. Immediata. Gratuita. Da quel momento non hai più voluto essere bravo in qualcosa. Hai voluto essere percepito.
E così abbiamo visto la stessa mutazione in ogni settore: disc jockey che sono al 70% social e al 30% dj, che svuotano le piste di zombie con il cellulare in mano perché non sanno mettere due dischi senza passare da dance a trap. Pseudo fotografi che non sanno cos'è un diaframma ma conoscono 40 filtri. Personal trainer,giornalisti, barman, graphic designer, SCRITTORI. Tutti clonati dallo stesso stampo: la mediocrità. Fino all'evoluzione finale, la sintesi perfetta di questo modello: l'influencer. L'uomo qualunquista che antepone il proprio ego a qualsiasi cosa tocchi: una località, un piatto, un tour. Non produce nulla, ma si appropria di tutto.
All'inizio lo hanno aiutato i bot, like falsi a valanga. Poi, quando le leggi hanno iniziato a limitarli, hanno capito la regola d'oro: il contenuto che genera indignazione viaggia dieci volte di più. Un aliscafo pieno con mare mosso. Un sacchetto di spazzatura per strada. L'algoritmo impazzisce e lo spinge a tutti. Perché l'indignazione tiene incollati. Sembra un giochino innocuo. Non lo è. Quello che fanno questi drogati di visibilità è inquinare l'immagine di un territorio fragile. Ne annacquano la magia. Trasformano luoghi sacri in sfondi per il proprio narcisismo. Ma c'è un secondo livello, molto più grave, che nessuno qui sta guardando. Ogni video, ogni like, ogni secondo in più che passi a guardare quella spazzatura, viene registrato. Non è più profilazione per venderti una scarpa. È quello che gli economisti chiamano surplus comportamentale. È l'eccesso di dati che non serve a migliorare il servizio, serve a costruire un modello predittivo di te.
Cosa ti fa arrabbiare, cosa ti fa sognare, quando prenoti, quanto spendi, con chi viaggi. Un background totale dei tuoi usi e costumi. Quel background viene impacchettato e venduto sul mercato dei comportamenti futuri. A multinazionali, a organizzazioni politiche, a chi vuole prevedere cosa farai prima che tu lo sappia. Noi, alle Eolie, pensiamo di fare turismo. In realtà, stiamo fornendo gratuitamente la materia prima per un altro turismo, molto più grande: il turismo dei dati. Presto arriverà anche qui. NFT di una caletta, esperienze digitali di un tramonto, avatar che visitano Stromboli senza muoversi da casa. E quando arriverà, scopriremo che i server di qualcuno hanno già il controllo dei nostri business, come Booking ha già il controllo delle nostre stanze. Noi avremo solo fornito le immagini gratis.
Fare destinazione non significa prendersi tutto. Significa avere il senso del limite. Un'amministrazione comunale moderna, in un arcipelago fragile, non dovrebbe solo occuparsi di bitumare strade o di multe per divieto di sosta. Dovrebbe fare una scansione del territorio digitale. Certificare chi può raccontare luoghi sensibili e chi li sta sfruttando per puro tornaconto. Perché ci sono siciliani e non, filmmaker improvvisati, che ogni giorno diluiscono l'intensità di un luogo che non gli appartiene. Dobbiamo educare gli eoliani all'uso dei social nelle piccole località. Perché ogni porta che apriamo sul web per far vedere un tramonto, è una porta da cui entra qualcuno che vuole vendere quel tramonto senza di noi. I nostri dati sono un'ombra. E nessuno può sfuggire alla propria ombra.
E allora vi lascio con tre domande, che dovrebbero preoccupare ogni operatore che ha un mutuo sulle spalle: Quanto vale oggi la vostra struttura se Booking decide che domani vale il 30% in meno perché un video di spazzatura è diventato virale? Siete sicuri che i vostri clienti vi scelgano ancora per la magia delle Eolie, o vi scelgono perché un algoritmo ha deciso che siete "instagrammabili" e domani ne sceglierà un altro più instagrammabile di voi? Quando arriverà il mercato dei prodotti digitali legati al nostro territorio - e arriverà - voi avrete qualcosa da vendere, o avrete già regalato tutto gratis in cambio di qualche like?
P.s io faccio produzioni audio dagli anni 90! (C’è quannu va diritta e c’è quannu vaci storta) e non mi sono mai sognato, neanche lontanamente, di sfruttare le isole con la scusa di “farle conoscere”. Gli algoritmi non distinguono il bene dal male. Stranamente però prediligono il male.