Da Tokyo in linea Eliano Fiore. Kawabata Yasunari

di Eliano Fiore*

Kawabata e un viaggio culturale in Giappone
Chi arriva in Giappone con gli occhi già colmi di immagini —i tori vermigli, le insegne di Shinjuku, la folla ordinata che attraversa Shibuya— riparte spesso con la sensazione di aver sfiorato una superficie splendida ed impenetrabile. Esiste però una chiave d'accesso più lenta, più esigente e infinitamente più generosa e porta il nome di Kawabata Yasunari. Il primo Nobel giapponese per la letteratura, nel 1968, non ha mai descritto la propria cultura, ma l'ha fatta, letteralmente, respirare. Le sue pagine non spiegano il Giappone, lo fanno accadere al lettore, attraverso l’atmosfera leggermente rarefatta che permette ai sensi di vibrare nello  spazio bianco fra le parole. Per questo leggerlo prima di partire —o meglio ancora portarselo in valigia— non significa imparare che cosa guardare, ma come guardare.
Nel discorso pronunciato a Stoccolma, intitolato non a caso «La bellezza del Giappone e io», Kawabata non parlò di sé né dei propri romanzi: recitò i versi dei monaci zen Dōgen e Myōe, la luna d'inverno, la neve, i fiori. Fu un gesto programmatico. Davanti all'Occidente che lo premiava, indicò la propria opera come un semplice tramite verso qualcosa di più antico ed impersonale: una tradizione estetica in cui l'io si assottiglia fino a diventare puro sguardo osservante. È esattamente ciò che accade a chi viaggia con i suoi libri: a poco a poco si smette di cercare il Giappone e si comincia a lasciarsene attraversare e divento ciò che si può descrivere come Entronauta.
La grammatica del silenzio
Il primo scoglio, per un lettore occidentale, è il ritmo narrativo. Siamo cresciuti dentro narrazioni che procedono per nessi causali robusti, dialoghi espliciti, conflitti dichiarati. Kawabata lavora per sottrazione: la sua prosa vive di ellissi, di frasi che si interrompono un istante prima di dire, di sentimenti mai verbalizzati e tuttavia completamente presenti, quasi tangibili, riflessi in una lampada, in una montagna, nel bianco di una stoffa. È il non-detto a portare il peso emotivo della pagina; ciò che viene omesso conta quanto ciò che viene scritto, se non, forse, di più. I giapponesi hanno una parola per questo intervallo carico di senso: ma, lo spazio vuoto che non è assenza ma respiro, la pausa che dà forma al suono come il vuoto dà forma alla ciotola.
Come si vive, concretamente, un'esperienza simile? Non visitando di più, ma visitando meno. Il viaggiatore che voglia esperire il ma deve concedersi ciò che il turismo di solito nega: il tempo morto. Sedersi sulla veranda del Ryōan-ji, a Kyoto, davanti al giardino secco dove quindici pietre affiorano dalla ghiaia e —da qualunque punto si osservi— una resta sempre invisibile: il giardino non si contempla, ci si accorda ad esso, come a una frase di Kawabata si arriva solo rallentando. Oppure dormire una notte in un ryokan, dove la stanza è quasi nuda e l'unico ornamento è il tokonoma, la nicchia che ospita un fiore e un rotolo dipinto: un'intera estetica dell'omissione condensata in un metro quadrato. Lì si capisce, senza bisogno di teoria, che il silenzio giapponese non è reticenza: è una forma superiore di confidenza.
Paesaggi dell'anima
Kawabata non usa mai la natura come fondale. Nei suoi romanzi il paesaggio è un'estensione psicologica dei personaggi, uno specchio che restituisce ciò che essi non sanno, o non vogliono perché superfluo, dirsi. L'attacco del Paese delle nevi è forse l'incipit più celebre del Novecento giapponese: il treno esce dal lungo tunnel di confine ed è il paese delle nevi. Quel bianco assoluto che accoglie Shimamura non è meteorologia: è il suo gelo interiore, l'eleganza sterile di un uomo incapace di amare, che la dedizione ardente della geisha Komako illumina per contrasto, come un fuoco nella neve.
Quella corrispondenza si può ancora esperire nei luoghi stessi del romanzo. A Yuzawa, nella prefettura di Niigata, il ryokan Takahan conserva la stanza in cui Kawabata scrisse: d'inverno, quando i tetti scompaiono sotto metri di neve e il vapore delle terme sale nell'aria ferma, il viaggiatore si trova letteralmente dentro la pagina. E capisce che cosa intendesse l'autore quando affidava ai cristalli di ghiaccio, alla Via Lattea, al riflesso di un volto femminile sul vetro del treno il compito di dire l'indicibile.
Più a sud, la penisola di Izu custodisce il paesaggio del racconto che rese celebre Kawabata ventenne, La danzatrice di Izu: il valico di Amagi avvolto nella pioggia, i boschi di cedri, le terme di Yugashima dove lo studente e la piccola danzatrice girovaga si sfiorano senza mai toccarsi. Percorrere oggi quel sentiero, che esiste ancora, significa misurare quanto poco serva a Kawabata per esprimere un’emozione profonda: un ombrello prestato, l'acqua di una sorgente, un addio dal molo di Shimoda. Il paesaggio fa tutto il resto.
C'è poi la lezione più profonda, quella dell'impermanenza. La cultura giapponese ha un nome per la malinconia dolce che nasce dalla caducità delle cose: mono no aware, il pathos delle cose, pilastro tanto della sensibilità buddhista quanto di quella shintoista. Kawabata ne è forse l'ultimo grande interprete: la neve che si scioglie, la falena che muore sulla zanzariera, la bellezza di una donna che sta per sfiorire. Il viaggiatore può cercare questa emozione in momenti precisi dell'anno: la fioritura dei ciliegi in marzo-aprile — non nel culmine trionfale, ma nei giorni successivi, quando i petali cadono a nevicata sul Sentiero del filosofo a Kyoto — i momiji di novembre che incendiano Arashiyama sapendo di durare una settimana, la prima neve contemplata da una vasca termale all'aperto. L'hanami autentico non celebra il fiore: celebra il suo addio.
Il rito e la memoria delle mani
Le trame di Kawabata si sviluppano spesso attorno a pratiche tradizionali, mai trattate come folklore. In Mille gru la cerimonia del tè è un labirinto di codici sociali, colpa e sensualità: una ciotola Shino che conserva la traccia del rossetto di una donna morta diventa il tramite carnale fra i vivi e i defunti e il rito, con la sua coreografia millimetrica, il luogo dove il desiderio si maschera e si tradisce. Chi partecipi oggi a una cerimonia del tè — nelle case da tè di Kyoto o nel raccoglimento di un tempio come l'Engaku-ji di Kamakura, dove il romanzo si apre e dove Kawabata visse a lungo — scopre che ogni gesto, dal modo di ruotare la ciotola all'inchino, è una frase di un linguaggio: non si assiste, si viene letti.
Lo stesso vale per gli oggetti. Nelle pagine di Kawabata le ceramiche e i kimono portano con sé la memoria di chi li ha toccati: il passato, in Giappone, non è mai archiviato, vive nel presente come una presenza domestica. Nel quartiere di Nishijin, a Kyoto —lo stesso dei tessitori di Koto— si può ancora ascoltare il battito dei telai che intrecciano gli obi come tre generazioni fa. E qui il viaggiatore incontra un concetto sottile, l'iki: quell'eleganza sobria e obliqua, teorizzata dal filosofo Kuki Shūzō, che nel vestire il kimono si manifesta in una scollatura appena scostata sulla nuca, in un accostamento di colori spento che vale più di ogni sfarzo. L'iki è charme senza ostentazione, seduzione che si nega: la traduzione estetica, sul corpo, della stessa sottrazione che governa la prosa di Kawabata.
La bellezza e la sua ombra
Resta l'aspetto che più disorienta il lettore occidentale: l'erotismo. Nella Casa delle belle addormentate il vecchio Eguchi paga per giacere accanto a fanciulle narcotizzate che non potrà toccare né svegliare. Nessuna consumazione: solo contemplazione pura, un erotismo interamente visivo e psicologico in cui il corpo addormentato diventa specchio della memoria ed ogni notte riporta al vecchio le donne della sua vita. È il rovesciamento esatto dei canoni occidentali, che vogliono il desiderio come possesso: qui il desiderio è sguardo, e lo sguardo è già congedo.
In questa contemplazione la bellezza si tinge sempre di morte. È il tratto più profondo e più inquietante dell'estetica giapponese che Kawabata consegna al lettore: la ricerca della bellezza assoluta confina con l'autodistruzione, l'estasi estetica e la fine si chiamano a vicenda. Mishima, che di Kawabata fu allievo e ammiratore, portò questo legame alle estreme conseguenze; Kawabata stesso, quattro anni dopo il Nobel, scelse di uscire di scena in silenzio, senza una riga di spiegazione — un'ultima ellissi. Il viaggiatore ritrova quest'ombra ovunque: nel culto del ciliegio che è bello perché cade, nella lama perfetta che è anche strumento di morte, nella patina che rende preziosa una ciotola incrinata.
Alla fine, il viaggio sulle tracce di Kawabata si rivela per ciò che è: non un itinerario ma un apprendistato. Si parte per vedere il Giappone e si impara invece a sostare, a tacere, a cogliere il sentimento nel riflesso di un paesaggio, ad accettare che le cose più importanti restino non dette. Al ritorno, i luoghi visitati sbiadiscono come sempre; ciò che rimane è un ritmo diverso dello sguardo. Ed è forse questo il dono più durevole di Kawabata al suo lettore occidentale: la scoperta che anche nella nostra vita, come nelle sue pagine, lo spazio bianco fra le parole non è vuoto. È lì che abita il senso.
Cinquant’anni di vita vissuta ed esperienze reali mi permettono di soddisfare queste ed altre idee per vivere il Giappone non turistico e vero: vi aspetto su: www.myjapan.tours
*Yamatologo e già direttore Camera Commercio italo-giapponese a Tokyo

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Categoria
turismo

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