Da Roma in linea Francesco Biancheri. Riflessioni sul presepe di 'Supra u Timparuozzu'
Riflessioni sul presepe di 'Supra u Timparuozzu'
di Francesco Biancheri
Sapete cosa rende vivo il presepe, oltre la scena della Natività? Tutta l’umanità operosa che circonda la
Nascita . Ogni personaggio ha un compito, ognuno fa un mestiere nel borgo di Betlemme, che cosi si
avverte vivo . Immaginate ora una Natività senza nessuna forma di vita intorno. Gesù che nasce in qualche
cosa che assomiglia alla spianata di un parcheggio di un centro commerciale. Tutto intorno è buio e freddo.
Perché questa riflessione?
Una domenica di metà dicembre scorso mi sono trovato a Lipari , ho avuto la necessita di recarmi 'supa u
Timparuozzu'. Non era ora tarda, circa le cinque del pomeriggio, ma il vuoto intorno a me aveva qualcosa di
spettrale. Sul Corso, che ho attraversato a piedi i ‘Supa u Chianu’, non c’era anima viva, e non credo ciò fosse
da attribuire a ragioni climatiche, e ‘u Timparuozzu’ era desolatamente vuoto.
Per chi ha poche primavere al suo attivo, vorrei spendere qualche parola su questo quartiere di Lipari dove
ho passato gli anni della mia infanzia .
La via Garibaldi che sale dalla Marina Curta alla Piazza Mazzini era il nodo di collegamento tra l’abitato ed
il porto, dove un tempo facevano scalo in rada anche le navi di linea. Era inevitabile che quella via
ospitasse tanti commerci e mestieri che rendevano il quartiere particolarmente vivo ed attraente .
Soprattutto vivo. La gente aveva un motivo per scendere in strada, per vivere in comunità.
Mi piace ricordare quanti animavano quel ‘presepe’ con le loro piccole ma utili attività.
Il calzolaio Basile, che teneva spesso il suo banchetto di lavoro all’esterno della bottega, La cartoleria o
‘Bazar’ di Pino Biancheri, così chiamata in ricordo dei trascorsi di Pino quale militare nelle colonie Africane,
ma anche per la quantità e varietà di merci poste in vendita, la piccola tabaccheria di Megna che
sprigionava un odore di tabacchi di ogni tipo, la boutique della signora Neva, la compagna del Segretario
comunale Profilio, con i suoi articoli esotici e di buon gusto offerti all’attenzione del turismo degli albori, il
negozio di bombole ed elettricità dei Fratelli Mazza, valenti artigiani e commercianti . A putia di Buttà,
quella dei Lucchese , ‘u bar i Nannina’ con la mescita del vino e con le damigiane impagliate sul bancone con
lo sportellino rosso alla base che proteggeva 'a pinoccia' e il monumentale bar Eolo dei fratelli Italiano con don Ciccino esperto di granite al limone create nel pozzetto girato a mano per diverse ore, il parrucchiere Alleruzzo, la storica farmacia
Cincotta , gestita dalla simpatica e arguta dottoressa Clotilde, che mi salutava ‘ragioniere bello’ …, 'a putia
i Chiofalo con le sue telerie, Bartuluzzu Ruggieri, barbiere e chansonnier, dove mi portava mio padre a
farmi tagliare i capelli ‘all’Umberto’ , e senza possibilità di replica, Filippo China ‘u stagninu’, la casa studio
del dottore Palamara un medico e un gentiluomo degno della Camera dei Lord, un medico che vedeva
l’umanità di chi soffre, sempre disponibile ad onorare la sua professione , la trattoria ‘du Milazzisi’ con i
pochi avventori del tempo: agenti di commercio, operai e quel poco di turismo che allora, tra gli anni 60 e
70 del secolo scorso si avventurava alle Eolie. La vetrina ad angolo verso la ex Pretura , dove erano esposti
modellini di navi. Non credo fosse un negozio, piuttosto la vetrina di un amatore, non ricordo il nome, e u
majazzienui ‘di Peppuzzu u carvunaru’ che attenzionava i clienti ai suoi prodotti ‘sonannu a rugna’
ovvero il guscio di un grande mitile, opportunamente forato, la fabbrica delle gazzose di Fratelli Monti, il
forno di Saja con tutti i macchinari a vista ed il pane in bell’ordine nello scaffale dietro il bancone , il
negozio di articoli marittimi e da pesca di Marturano ed infine l’Albergo Nizza, gestito da mio padre. La
prima struttura ricettiva dotata di acqua corrente in tutti i bagni, di una convenzione con il Touring Club ed
di un indirizzo telegrafico dedicato, come avere oggi una mail, cosa normale , ma pensiamola negli ani 60
del 900 a Lipari. La ho trascorso la mia infanzia, tra arrivi e partenze, giocando nella ‘sala d’aspetto’. Il
mio DNA si è così permeato della vita in albergo, che mi trovò a mio agio in qualsiasi parte del mondo, ed il mio
sogno è rimasto quello di vivere in un albergo piuttosto che in una casa.
Vedete? Vi ho descritto la scena di un ‘presepe’ intorno a cui ruotava una comunità. Nella buia notte di
quella domenica di dicembre non una persona per la via, non un negozio aperto. Ormai solo esercizi ad uso e
consumo della sempre più breve stagione turistica, un tessuto urbano simile ad un artefatto set di un film che
un giorno si girerà,
Comprendo bene che quei piccoli esercizi non avrebbero più ragion d’essere, che la grande distribuzione ed
il commercio on line sopperiscono a tanta parte della domanda, ma così i piccoli borghi (non è un fenomeno
solo Liparese , lo riscontro in molti altri luoghi simili in tutta Italia), lentamente perderanno la loro
caratteristica, il loro tessuto sociale autentico, la loro storia. Bisogna immaginare una qualche forma di
incentivo a chi volesse fare rivivere questo commercio di prossimità, prima di finire per abitare in una grande
e triste “ Truman Show” .
E’ un compito che spetta tanto alla politica quanto alla empatia con il territorio degli Eoliani che ci vivono .
Abbiamo un 'presepe' di rara bellezza, facciamolo vivere di vita propria.
Buon anno!