Da Ravenna in linea Massimo Ristuccia 'I Vespri'

di Massimo Ristuccia

I “Vespri” di Lipari del 1926 (per il testo sottoindicato richiesto ed ottenuto dalla casa editrice di poter divulgare tre pagine non per uso commerciale).
ALESSANDRA PAGANO: «Il confino politico a Lipari 1926-1933», Franco Angeli, Milano 2003. p. 64 – 65 - 66:
Il 28 agosto 1926, a Lipari scoppiò una violenta sollevazione popolare per contrastare l'intento del regime di ripristinare una colonia di coatti comuni a ben undici anni dalla sua soppressione. Questa sollevazione non rappresenta un semplice episodio nell'intera vicenda confinaria, anzi ne costituisce un'importante cesura rispetto al passato, una discriminante che, con l'istituzione del confino di polizia, connoterà Lipari – a differenza di altre isole - come colonia di confinati politici. 

Nella primavera del 1926 si diede mano alla riattivazione di alcuni locali siti al Castello e alla costruzione di due nuovi grandi padiglioni, senza alcuna comunicazione ufficiale alla popolazione; ma questa, intuendone gli scopi, si allertò tentando di fare pressioni sulle autorità con telegrammi e petizioni. Mentre montava un clima d'insofferenza, per provvedere alla vigilanza dei lavori, a Lipari fu inviato il commissario di PS Stagni con alcune guardie al seguito. Ma la presenza di agenti di PS e di carabinieri non riuscì a placare lo scontento della popolazione, spalleggiata anche da alcune figure eminenti dell'isola, a partire dal vescovo Ballo e da alcune organizzazioni religiose come l'associazione delle Dame Cattoliche. Dopo una lunga serie di riunioni e conciliaboli si decise di occupare i locali del Castello, oggetto della discordia.

Il 28 agosto si formò un corteo di donne e bambini alla cui testa si trovava la signora Turchio, presidentessa pro-tempore dell'associazione delle Dame Cattoliche ma, nell'atto di raggiungere il Castello, sull'antica porta della Civita la strada fu loro sbarrata dal commissario Stagni. La testa del corteo cercò ingenuamente di rassicurare il commissario sulla non pericolosità della manifestazione e sulla legittimità di alcune richieste. Ma il commissario rimase irremovibile, pronunciando una frase che si rivelò assai infelice: «Signore mie, tornatevene a casa e andate a fare la calzetta». Alle parole liquidatorie del commissario rispose prontamente il marito di una della Dame Cattoliche, Tommaso Orioles, colpendolo allo stomaco con un gesto istintivo di rabbia.
Il gesto dell'uomo provocò un'ingovernabile confusione che guadagnò al corteo la conquista della Civita del Castello, il quale riuscì, inoltre, ad occupare lo stabile allora disabitato corrispondente all'ex palazzo vescovile, l'attuale Museo Archeologico. Poco dopo, alcuni ragazzi incitarono la folla a demolire le "catapecchie" e le vecchie case medievali; in seguito raggiunsero il campanile della Cattedrale e ne sbarrarono la porta d'accesso suonando le campane fragorosamente. Il suono delle campane chiamò a raccolta i contadini che, armati di forconi e zappe, iniziarono a demolire i vecchi fabbricati.

Il commissario Stagni non esitò ad avvertire la Prefettura di Messina comunicando l'esito della sommossa e richiedendo rinforzi, nonostante che poco dopo il clima tra la popolazione si fosse rasserenato. Così, per presidiare il paese, a Lipari giunse una torpediniera carica di militari e, a quel punto, scattarono i primi arresti: quelli del dott. Francesco De Mauro e di Salvatore Paternò.
In seguito, il vescovo presentò una petizione della popolazione al cardinale di Messina, e questi si attivò presso la Prefettura e il governo affinché fosse trovata una pronta risposta alle pressanti richieste dei liparesi. Così fu, dato che di colonia di coatti comuni non se ne parlò più.
La vicenda, tuttavia, non si chiuse definitivamente, tanto che al Tribunale Civile e Penale di Messina fu istruito un processo con quarantotto imputati «del reato di cui all'art. 424 cap. N. 3 e 425.63 C.P. per aver in Lipari il 28 agosto 1926 in correità fra di loro distrutto fabbricati appartenenti all'amministrazione dello Stato, destinati ad uso pubblico, producendo un danno di £. 85.000 e fabbricati di proprietà ved. Acunto producendo un danno di £. 100.000». Alla fine del processo penale quasi tutti gli imputati furono assolti, tranne alcuni che avevano altri procedimenti in corso.
L'episodio, sul quale occorrerebbe fare ancora luce, testimonia le ragioni profonde dell'insofferenza che la popolazione liparese nutriva nei confronti dei relegati comuni, atteggiamento che condizionò incontestabilmente l'esperienza successiva della colonia di confinati politici.

La sommossa non va accostata ad una semplice “jacquerie”, sviluppatasi tra le file di contadini esasperati o, comunque, all'interno di una massa d'indigenti. Tutt'altro. La sollevazione fu capeggiata da quella che si può considerare l'élite di una comunità, dal vescovo al segretario del Comune, come anche alcuni professionisti. Ma è indubbio che, a dar valore alla sommossa, contribuirono i contadini insieme ad alcuni giovani isolani, perché, evidentemente, la riattivazione della colonia di relegati comuni avrebbe leso interessi che abbracciavano un po' tutti gli strati sociali. Si avvertiva, poi, il bisogno di preservare la comunità da una cattiva reputazione. 
Episodi di questo tipo si ripetono anche oggi, quando si assiste a scene furiose di comunità che insorgono per scacciare qualche mafioso o camorrista, destinato a scontare il soggiorno obbligato in piccoli centri del Meridione. Ma, evidentemente, la sommossa dell'agosto del 1926 è da considerarsi più carica di conseguenze, soprattutto sul piano politico.
L'intervento repressivo delle forze dell'ordine contribuì notevolmente a consolidare l'atteggiamento di diffidenza dei liparesi verso i vari corpi addetti alla sorveglianza dei confinati politici. E, se i lavori di ristrutturazione furono interrotti per il rifiuto mostrato dalla popolazione locale di riattivare la colonia per coatti comuni, essi presero di nuovo corpo circa quattro mesi dopo – nel dicembre del 1926 – quando fu istituita la colonia per i confinati politici.

Da LE NOSTRE PRIGIONI E LA NOSTRA EVASIONE. FRANCESCO F. NITTI prefazione FRANCESCO SAVERIO NITTI. Pag. 155 – 156 - 157: 

…Quando nel 1926, poco prima delle leggi eccezionali, il governo decise di fondare di nuovo a Lipari una colonia di deportati comuni, tutta la popolazione insorse. Al suono delle campane delle numerose chiese dell’isola, suonate dagli stessi preti, la popolazione uscì nelle strade, mentre torme di contadini calavano nel paese dalle coltivazioni dell’interno. Il castello fu assalito da una folla armata di badili, di zappe, di vanghe, di picconi e preceduta da folti gruppi di donne urlanti. Il grido di guerra era « Non vogliamo più coatti comuni! ». In breve il castello fu invaso e le casette e i cameroni altra volta abitati dai coatti e che dovevano secondo le disposizioni del governo, ospitarli di nuovo, furono abbattuti al suolo, fatti in briciole da quella folla infuriata. Per ricondurre la calma dovettero giungere su navi da guerra, truppe e rinforzi di polizia da Messina e da Milazzo. Furono operati anche molti arresti, poi non mantenuti. Un gruppo di cittadini ebbe anche l’idea di telegrafare a Mussolini e a d’Annunzio. A quest’ultimo si chiedeva il suo intervento di poeta perchè l’isola così « poeticamente bella » secondo gli abitanti di essa, non fosse bruttata dalla presenza di quei disgraziati coatti. D’Annunzio rispose con uno di quei suoi telegrammi così simili l’uno all’altro e che, sotto la parvenza di dire tante cose e profonde, non ne dicono alcuna. Fatto sta che i coatti comuni non vennero più e in loro voce vennero i politici. Per noi non solo la popolazione non fece opposizioni, ma accolse la notizia con piacere.

Deportati politici? mi diceva un buon signore di Lipari dopo pochi giorni dal mio arrivo, dopo avermi narrato l’insurrezione contro i coatti comuni. Ma i « politici » sono galantuomini! Hanno delle idee che non sono quelle di « moda » ma poi sono... persone più oneste di tante altre! E infine anche io, aggiungeva, sottovoce, anch'io sono dei « loro ». Ero un elettore dell'on. Di Cesarò. E il duca Colonna Di Cesarò è uno dei capi della democrazia siciliana!
E questi discorsi erano i discorsi di tutti i giorni. L'isola di Lipari conta circa diecimila abitanti, di cui quattro o cinquemila nel paese e il resto nell'interno, divisi nelle contrade di Pianoconti, centro agricolo dell'isola, Acquacalda e Canneto. Canneto è il centro di produzione della pietra pomice. Esistono nell'isola cave numerose e ricchissime di questa pietra. Il minuscolo porto di Canneto è sempre pieno di piroscafi italiani e stranieri che vengono a caricare la pomice in quest'unico centro di produzione europea. E Canneto è unicamente composto di uffici della società di estrazione, della direzione dei lavori, delle abitazioni dei proprietari e delle baracche dei lavoratori. Lipari dovrebbe essere uno dei comuni più ricchi d'Italia per le ingenti tasse che riscuote su tutta la produzione pomicifera. Ma invece ciò non appare se si notano le tante deficienze dei servizi pubblici arretratissimi.

E si deve questo alla pessima amministrazione che ha lunga tradizione, e che col fascismo non solo ha perdurato, ma si è aggravata enormemente. Gli abitanti di Lipari sono di buona indole. Sono dei siciliani come i fratelli che vivono « di faccia » a loro. Ci sono alcune centinaia di pescatori, che vivono una vita miserrima, molti artigiani e lavoranti manuali, un gruppo numeroso di piccoli commercianti, astuti, attivi ed economi. Vivono in Lipari anche alcuni professionisti; due o tre avvocati, alcuni medici, qualche maestro di scuola. 

Ma essi vivono più dei prodotti delle loro terricciuole dell'interno, poichè quasi tutti sono piccoli proprietari, che degli scarsi proventi della loro professione. Una parte notevole della popolazione è formata di ex coatti comuni che hanno sposato donne del popolo di Lipari, scontata la loro pena, e si sono stabiliti in quell’isola. Essi forniscono il maggior contingente alla schiera numerosa delle spie di polizia. Alcuni hanno aperto piccoli negozi, altri lavorano alle cave di pomice, altri sono addetti alla pulizia molto sommaria e primitiva delle strade. Un bravissimo ed onestissimo cittadino, il Sig. Buongiorno, socialista, ci fu amico in segreto fin dai primi giorni. Era stato perseguitato e minacciato, lui liparese, di « confino » in un’isola! Doveva quindi essere molto prudente nei suoi rapporti con noi. Ma sempre ricorderemo la sua fisonomia aperta e leale di brav’uomo e il suo gran cuore…

Categoria
cultura

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