Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. Leggende
di Massimo Ristuccia
DIAVOLI - VULCANI - LEGGENDE - SICILIA - EOLIE
In tanti testi si racconta di “diavoli, vulcani, leggende”, alcuni brevi riferimenti. In Generale
Il fondamento storico generale per tutte le leggende riguardanti il diavolo è il trionfo totale e definitivo del cristianesimo sul paganesimo, per cui il diavolo, nell’immaginazione popolare, diventa « la brutta bestia » (’u bruttu bestia), o « l’avversario » (’u virseriu) scornato e debellato; e talvolta la figura del diavolo viene perfino ridicolizzata e beffata, come già nella leggenda di san Giorgio.
In maniera particolare le leggende diaboliche vengono localizzate sull’Etna, e il motivo è evidente. Se l’Etna, come già abbiamo visto per l’età classica, aveva colpito le menti e acceso le fantasie dei greci e dei latini, non è da stupire che, nell’età medioevale, abbia originato fantasiose leggende e meravigliose storie, che il cristianesimo infarcì di diavoli, mettendo quasi sempre il fuoco etneo in relazione col fuoco infernale.
Nessuna meraviglia, quindi, se il medioevo cristiano considerò l’Etna come una porta dell’inferno, e ne popolò le viscere e i contrafforti di diavoli, di anime dannate, di streghe e di folletti a guardia di tesori incantati. Una poesia popolare, però, dice che i diavoli dell’Etna sono buoni lavoratori, e infatti così li invita alla loro caratteristica attività di fabbri:
Diavuli, ch’abitati Mungibeddu calati eh’aviti a fari ’na jurnata; purtativi l’incunia e lu marteddu, c’è di vuscari ’na bona jurnata
Niccolò Speciale, cronista siciliano del quattordicesimo secolo, che assistette all’eruzione etnea del 1329, asserisce di aver visto i diavoli uscire dal cratere dell’Etna, assumendo vari aspetti, e di averli sentiti predicare orribili menzogne, trascinando così molta gente nell’inferno; e lo storico di Castiglione di Sicilia, Anton Giulio Filoteo De Amedeo, che visse nel sedicesimo secolo, narra (ma con una punta di scetticismo) la leggenda delle anime dannate, convertite in macigni di ghiaccio sulla cima dell’Etna, e rotolanti a valle con lunghi gemiti, finché non cadano nel mare che li inghiotte per sempre.
E il teologo tedesco Praetorius, che scrisse nel 1566, ricorda un’apparizione diabolica sul cratere centrale, sotto forma del dio Vulcano e del suo corteo di ciclopi, poco prima di un’eruzione. Che non soltanto il popolo, ma anche la Chiesa credesse che il cratere dell’Etna fosse una bocca infernale, è provato dal fatto che nella vita di san Filippo d’Agira, scritta dal monaco Eusebio nel settimo-ottavo secolo, è detto che questo santo, sul cadere del quarto secolo, fu consacrato prete in Roma ai tempi dell’imperatore Arcadio, e subito fu mandato in Sicilia per esorcizzare i demoni etnei…
EOLIE
Per quanto concerne le Eolie da vari testi con qualche piccola differenza:
a) la leggenda di Teodorico accolta e descritta da Giosue Carducci nelle sue Rime nuove, per cui il re goto, per le crudeltà commesse contro i cristiani, vien fatto salire su un nero cavallo (che altro non è che un diavolo) e, dopo una corsa vertiginosa, è scaraventato dentro lo Stromboli : Ecco Lipari, la reggia di Vulcano ardua che fuma e tra i bombiti lampeggia de l’ardor che la consuma: quivi giunto il cavai nero contro il del forte springò annitrendo; e il cavaliero nel cratere inabissò.
b) GIOSUÈ CARDUCCI, La leggenda di Teodorico (Rime nuove, 1906). opera originale, solo il riferimento al cavaliere gettato nel vulcano eoliano:
Ecco Lipari, la reggia
di Vulcano ardua che fuma
e tra i bòmbiti lampeggia
de l'ardor che la consuma:
quivi giunto il caval ner
contro il ciel forte springò
annitrendo; e il cavaliero
nel cratere inabissò.
Ma dal calabro confine
che mai sorge in vetta al monte?
non è il sole, è un bianco crine;
non è il sole, è un' ampia fronte
sanguinosa, in un sorriso
di martirio e di splendor:
di Boezio è il santo viso,
del romano senator.
Altra versione riporta: la leggenda di Teodorico accolta e descritta da Giosue Carducci nelle sue Rime nuove, per cui il re goto, per le crudeltà commesse contro i cristiani, vien fatto salire su un nero cavallo (che altro non è che un diavolo) e, dopo una corsa vertiginosa, è scaraventato dentro lo Stromboli :
Ecco Lipari, la reggia di Vulcano ardua che fuma e tra i bombiti lampeggia de l’ardor che la consuma: quivi giunto il cavai nero
contro il del forte springò annitrendo; e il cavaliero nel cratere inabissò.
San Calogero
Durante la sua permanenza nell'isola di Lipari, ebbe anche la visione della morte del re Teodorico († 526) che negli ultimi anni aveva preso a perseguitare quei latini che riteneva un pericolo per il suo regno, fra i quali furono vittime il filosofo Boezio (480-524) suo consigliere, il patrizio romano capo del Senato, Simmaco († 524) e il papa Giovanni I († 526).
Ciò è riportato nei 'Dialoghi' del papa s. Gregorio I Magno, la visione si era avverata nell'esatto giorno ed ora della morte del re, e Calogero vide la sua anima scaraventata nel cratere del vicino Vulcano.
In seguito ad altra visione, Calogero lasciò Lipari per sbarcare in Sicilia a Syac (Sciacca), chiamata dai romani 'Thermae' per i bagni termali, presso i quali sorgeva; convertì gli abitanti e poi decisi di cacciare per sempre “le potenze infernali” che regnavano sul vicino monte Kronios, consacrato al dio greco Kronos, che per i romani era il dio Saturno.
Sul monte Giummariaro, altro nome derivante dagli arabi che lo chiamavano monte “delle Giummare”, dalle palme nane che crescevano sui suoi fianchi e che poi prese il nome di Monte San Calogero, come oggi è conosciuto insieme al nome Cronio, il santo eremita prese ad abitare in grotte e spelonche e intimo ai demoni di lasciare quei luoghi.
Gli 'Atti' dicono che il monte sussultò fra il fragore di urla e poi tutto si quietò in una pace di paradiso; Calogero si sistemò in una grotta adiacente a quelle vaporose, che come a Lipari, anche qui esistono abbondanti.
In detta grotta vi è murata sulla roccia, l'immagine in maiolica di s. Calogero, posta sopra un rustico altare, che si dice costruito da lui stesso; l'immagine è del 1545 e rappresenta l'eremita con la barba che tiene nella mano destra un libro e un ramo-bastone, ai suoi piedi vi è un fedele inginocchiato e una cerbiatta accasciata e ferita da una freccia.
L'immagine si rifà ad un episodio degli ultimi suoi giorni, essendo ormai ultranovantenne, egli non trovava più a cibarsi, per cui Dio gli mandò una cerva, che con il suo delicato latte lo alimentava; un giorno un cacciatore di nome Siero, scorgendo l'animale, prese l'arco e trafisse con una freccia la cerva, la quale riuscì a trascinarsi all'interno della grotta di Calogero, morendo fra le sue braccia.
Il cacciatore pentito e piangente, riconobbe nel vegliardo colui che l'aveva battezzato anni prima, chiese perdono e Calogero lo portò nella vicina grotta vaporosa, dandogli istruzioni per le proprietà curative di quel vapore e delle acque che sgorgavano da quel monte. Il cacciatore Siero, divenuto suo discepolo, salì spesso sul monte a visitarlo, ma 40 giorni dopo l'uccisione della cerva, trovò il vecchio eremita morto, ancora in ginocchio davanti all'altare; secondo la tradizione era morto nella grotta fra il 17 e il 18 giugno 561 ed era vissuto in quel luogo per 35 anni.
Diffusasi la notizia accorsero gli abitanti delle cittadine vicine, che lo seppellirono nella grotta stessa, poi trasferita in altra caverna di cui si è persa la memoria lungo i secoli…
Leggende specifiche siciliane
a) Il diavolo può essere anche beffato, come dimostrano le leggende relative ai « diavoli pinnulini », cioè ai diavoli che stanno sospesi in aria, che si raccontano ad Acireale e dintorni.
b) Vi sono quelle sono quelle che riguardano Pietro Baelardo, o Baialardo, il quale, ancor ragazzo, era capace di imporsi ai diavoli.
c) Per esempio a Ragusa si racconta una leggenda che presenta un’evidente analogia con quella di Pietro Baelardo, perché si narra di un maestro di scuola che teneva i diavoli dentro una tabacchiera e un giorno, avendo dimenticato la tabacchiera a casa, mandò uno dei suoi giovani allievi a prenderla. Il giovane andò ma, come avvenne a Pietro Baelardo, fu vinto dalla curiosità ed aperse la tabacchiera; uscitine i diavoli, egli comandò loro, dato che si trovava in un luogo scarso d’acqua, che costruissero subito cento pozzi: il che fu immediatamente fatto.
SANTI solo due brevi citazioni:
La leggenda di S. Giorgio e il diavolo
a) S. Giorgio è un santo molto venerato in Sicilia, specie nella parte orientale dell’Isola e su di lui v’è una leggenda, quasi una fiaba, che ha degli aspetti interessanti.
b) SAN MICHELE ARCANGELO E LUCIFERO. Questa leggenda, nonostante la sua brevità, è densa di significati. L'episodio più rilevante è la lotta fra San Michele Arcangelo e Lucifero, il cui valore simbolico è la lotta del bene contro il male.
Il racconto, come tutti i racconti popolari, denota semplicità ed ingenuità. Sembra, infatti, che tutta la vicenda si svolga nel cielo sovrastante la Sicilia e che al di fuori della Sicilia non esista nulla.
Non ci viene difficile capirne la ragione. Per i nostri antenati, che non avevano i mezzi per viaggiare con tanta rapidità come facciamo oggi, il loro mondo era l’isola.
Epica Cavalleresca del ciclo Carolingio
Direi che merita menzione anche Malagigi o Malagigio, personaggio dell'epica cavalleresca: un ladruncolo burlone e astuto, abilissimo nel trasformarsi, dotato com'è d'arti magiche e in buon accordo con i diavoli. È tra le figure più felici del Morgante di L. Pulci, dell'Orlando innamorato di M. M. Boiardo e dell'Orlando furioso di L. Ariosto.
Attinto da: vari testi di Giuseppe Pitrè - LEGGENDE DI SICILIA Santi Correnti longanesi editore 1975 - LEGGENDE MEDIOEVALI SICILIANE Francesco Purpura. Trinakria Editrice - Leggende e racconti popolari della SICILIA Nino Muccioli.