Da Milano in linea Alan Marchesi. Economia di guerra: la globalizzazione al bivio

Economia di guerra: la globalizzazione al bivio

di Alan Marchesi*

In un mondo attraversato da conflitti aperti e tensioni latenti, l’economia ha assunto una dimensione bellica permanente. La guerra, oggi, non si combatte soltanto con le armi: si combatte con le sanzioni, con la tecnologia, con le catene di approvvigionamento. Ogni scelta economica, ogni decisione industriale o finanziaria, è ormai anche una mossa geopolitica.
Dalla crisi energetica innescata dal conflitto russo-ucraino al ridisegno delle rotte commerciali tra Asia e Occidente, il paradigma della globalizzazione integrata sta cedendo il passo a una globalizzazione condizionata: un sistema multipolare, fatto di blocchi regionali, alleanze tattiche e logiche di sicurezza nazionale che prevalgono sull’efficienza dei mercati.
Le economie avanzate hanno riscoperto la vulnerabilità delle proprie dipendenze. L’Europa, in particolare, paga il prezzo di una transizione energetica ancora incompleta e di una base industriale esposta ai colli di bottiglia globali. Le catene del valore si accorciano, si regionalizzano, mentre i governi tornano protagonisti della politica economica con strumenti fiscali e industriali in chiave difensiva.
Si afferma così una nuova parola chiave: sicurezza economica. La crescita non è più soltanto una variabile macroeconomica, ma una condizione strategica. La politica industriale torna al centro, con piani di reshoring, incentivi all’autonomia tecnologica e una crescente presenza pubblica nei settori ritenuti “critici”: energia, difesa, semiconduttori, agroalimentare.
Il prezzo di questa trasformazione è l’instabilità. L’inflazione, lungi dall’essere un fenomeno esclusivamente monetario, riflette oggi le tensioni geopolitiche e la frammentazione delle catene globali. Le banche centrali navigano in equilibrio precario: contenere i prezzi senza soffocare la domanda, mantenere la fiducia dei mercati senza sacrificare la competitività delle imprese.
I capitali cercano rifugi sicuri: dollaro, oro, obbligazioni sovrane. Ma la vera partita si gioca sull’innovazione: chi saprà garantire continuità tecnologica e approvvigionamenti stabili determinerà le gerarchie economiche dei prossimi decenni.
Il capitalismo del tempo di guerra non è più orientato solo al profitto, ma alla resilienza sistemica. La sostenibilità, un tempo intesa come obiettivo etico o reputazionale, diventa ora una leva di sopravvivenza economica.
Le imprese che investono in autonomia energetica, in digitalizzazione e in filiere locali robuste dimostrano una capacità di adattamento che vale più dei margini immediati.
In un’economia globalmente militarizzata, il capitale paziente torna virtù. Non vince chi corre di più, ma chi resiste più a lungo.
La guerra globalizzata sta ridisegnando il capitalismo contemporaneo: meno integrato, più strategico, più politico. La sfida per i Paesi occidentali e per l’Italia in particolare, è evitare di subire questo cambiamento, e invece guidarlo.
Servono politiche industriali di lungo respiro, visione strategica e capacità di coordinare il settore pubblico e quello privato in una prospettiva comune.
Il mondo non sta deglobalizzando, ma reglobalizzando secondo nuove logiche di potere. E in questa riconfigurazione, chi saprà coniugare sicurezza, innovazione e coesione sociale potrà trasformare la crisi in una nuova stagione di crescita.

*Esperto Finanziario

Esclusiva per notiziarioisoleolie.it

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