Da Freiburg Germania in linea Michele Sequenzia 'Chi si fida della giustizia'?

di Michele Sequenzia

Caro Direttore,
Chi si fida della giustizia italiana? Come si celebra un processo? Come viene " istruito"? Quanto dura? Quanto ci costa? Chi ci rimette? 
Perché tanti errori giudiziari?  Lo descrive bene Sefano Zurlo , nel suo libro:" Senza Giustizia .Miserie e debolezze delle toghe italiane ( Baldini + Castoldi) .
Ti vengono i brividi, non respiri, ti senti male  leggendo quanto denuncia sul Notiziario l´avvocato  Antonio Marra, "....Sul piano professionale, sono stato di fatto esiliato, escluso da incarichi e opportunità, segnato da una rappresentazione pubblica che mi ha dipinto come colpevole prima di qualsiasi accertamento definitivo". Mi chiedo: ... se fosse capitato a me?
 Da  decine di anni gli italiani assistono  allibiti  al   continuo, quasi giornaliero  "scontro"  tra governo e magistrati.... " Chi governa deve avere piena liberta`"...

Noi non vogliamo essere soggetti ai Magistrati. Questo veleno ondeggiare  lo si legge sui  giornali. Viene ripetuto ossessivamente dalla TV di Stato.  Questo è il messaggio del governo, che ha giurato sulla Costituzione. 
Sempre più la magistratura deve difendersi dall´aggressivita´del  potere politico, in  una antipatica contesa"medioevale"  che fa tanto male, svilisce il diritto, lo indebolisce,  rende la vita di noi  cittadini insopportabile, Odiosa.

Continua l´avvocato Marra:" La mia vicenda ha coinvolto molte persone; alcune di esse, purtroppo, sono decedute nel corso del procedimento, senza poter assistere alla piena affermazione della verità giudiziaria ed all’assoluzione.  Sono stato trattato, nei fatti, come colpevole, in aperto contrasto con il principio costituzionale di presunzione di innocenza, che dovrebbe garantire che ogni cittadino sia considerato innocente fino a condanna definitiva, e non il contrario."
Ma di quale giudice possiamo fidarci se si sono registrate  oltre seimila ingiuste detenzioni?
Trentamila denunce  in tre decenni. Migliaia di vite travolte, spezzate, centinaia di milioni di euro pagati dallo Stato, tutti a carico dei cittadini.
Raccapricciante venire a sapere che l’errore giudiziario non è un’eccezione, ma un sistema,  un fenomeno strutturale. E la responsabilità individuale, chi punisce l´errore ?
In "Senza giustizia" Stefano Zurlo entra nei meandri oscuri del Palazzo, nelle polverose segrete stanze giudiziarie, attraversa corridoi,  consulta cumuli di carte, apre  migliaia  di dossiers,  attraversa chilometri di corridoi mal illuminati. Il Diritto vi giace sepolto, oscurato, mai reso noto. Zurlo usa la torcia, illumina angoli nascosti, cerca documenti "censurati"  , murati, non disponibili, condannati all´oscurita´, censurati,  proibiti, vietati, dove nessun giornalista ha potuto accedervi. Prove cancellate. Proibite. Segreti di Stato, lettere mai  pubblicabili, dossiers  politicamente pericolosi. 

Censurati. Se la giustizia italiana spesso è cieca, è anche tragicamente sorda. Secondo il sito Errori Giudiziari, in Italia, tra il 1991 e il 2024, sono stati 31.949 i casi accertati di malagiustizia. In media  di 940 l’anno. Una spesa per lo Stato che, tra indennizzi e risarcimenti,  di  987 milioni 675 mila euro, una media di circa 29 milioni euro l’anno.    Il governo ne tace l´esistenza, lo ignora . Un pesante bilancio, oltre a quarant’anni dall’ingiusta condanna per associazione camorristica di Enzo Tortora, onesto giornalista, ritenuto pericoloso malavitoso, subito incarcerato, messo in gabbia,  come mandante  mafioso, divenuto simbolo di tanta ingiustizia.
Dietro ogni numero c’è una vita spezzata : vittime, esseri umani la cui esistenza è stata rovinata da un errore dello Stato, spesso riconosciuto troppo tardi. Sono tanti uomini e donne vittime di " oscure macchinazioni ", basate  su "false piste",  ben articolate  , fasulle testimonianze, insufficientemente o male verificate, che  il giudice trasforma  un  innocente in un colpevole."
"La giustizia è una cosa difficile. Professionisti e dilettanti vi si comportano come se giocassero le loro sentenze a testa o croce." . Andre´ Cayatte 

Coraggiosamente scopre l´esistenza molti casi di malagiustizia arrivati avanti alla Sezione disciplinare del Csm: indagini sbagliate, detenzioni ingiuste, facili  assoluzioni che lasciano sgomenti, sanzioni lievi a fronte di errori devastanti. Un viaggio degli orrori...documentato tra sentenze, statistiche e storie umane che mette a nudo le contraddizioni di un sistema incapace di punire davvero chi sbaglia.    Il rischio esiste di un cattivo giudizio quando la magistratura  si trasforma in un contropotere ,  in  una corporazione». Lo assistiamo da decine di anni, un duello tra governo e magistrati.... 

Sempre più la magistratura entra in conflitto con il potere politico, una lotta senza fine che oscura il diritto, rende la vita dei cittadini orrenda. dove non esiste per esempio su temi come l’immigrazione, dove le leggi vengono vagliate alla luce della Costituzione, dei trattati internazionali o delle norme europee. Ma è anche una corporazione, perché all’interno tende a proteggere sé stessa. Ci sono dinamiche di gruppo, amicizie, equilibri che talvolta rendono difficile sanzionare davvero chi sbaglia».

Un libro necessario mentre il Paese discute di riforme, responsabilità e separazione delle carriere. Perché senza responsabilità non può esistere giustizia.
Si stimano circa mille errori l’anno, quindi tre casi al giorno di persone che finiscono in carcere ingiustamente o che subiscono gravi errori giudiziari. I numeri sono scolpiti nero su bianco nel libro-inchiesta di Stefano Zurlo Senza giustizia. Miserie e debolezze delle toghe italiane (Baldini + Castoldi). Un’analisi impietosa sulla giustizia italiana, con cifre che fanno tremare le vene e i polsi e che lasciano l’amaro in bocca.

Zurlo, nel suo ultimo libro lei sostiene che l’errore giudiziario non sia un fatto accidentale bensì strutturale del nostro sistema. Qual è la radiografia della giustizia in Italia?
«La radiografia è più o meno quella che già conosciamo, forse persino peggiore. Si stimano circa mille errori l’anno, ma i numeri precisi non li sa davvero nessuno».
Ci parli dei numeri che ha potuto verificare.
«Io ho riportato un dato certo: 5.933 ingiuste detenzioni risarcite tra il 2017 e il 2024. Ma attenzione: il fatto che siano state risarcite significa che lo Stato ha riconosciuto l’errore. In molti altri casi il risarcimento non arriva, perché si sostiene che l’imputato non abbia collaborato o non abbia risposto agli interrogatori. Il malessere del sistema però non si misura solo dagli errori: si vede anche nei processi lunghissimi, nelle sentenze altalenanti e nelle vicende della sezione disciplinare del Csm».
Nel libro emergono episodi piuttosto imbarazzanti proprio legati alla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura.
«Sì, racconto vicende che hanno dell’incredibile. Detto questo, l’ultimo Csm guidato da Fabio Pinelli mi sembra abbia cambiato passo: è più severo rispetto al passato. Ufficialmente si dice che la percentuale di condanne disciplinari sia molto alta, ma bisogna vedere su quale base viene calcolata. Molti procedimenti vengono chiusi prima con un non luogo a procedere o con la dichiarazione di irrilevanza del fatto. In questi casi non entrano nelle statistiche delle condanne. Non è un cavillo: cambia completamente la percezione dei numeri. Negli ultimi tempi, comunque, qualche segnale di maggiore severità c’è stato».
Poche condanne disciplinari segnalano un certo grado di corporativismo nella magistratura?
«Io dico sempre che la magistratura è per metà un contropotere e per metà una corporazione».

Si spieghi meglio, per favore.
«È un contropotere perché spesso entra in conflitto con il potere politico, per esempio su temi come l’immigrazione, dove le leggi vengono vagliate alla luce della Costituzione, dei trattati internazionali o delle norme europee. Ma è anche una corporazione, perché all’interno tende a proteggere sé stessa. Ci sono dinamiche di gruppo, amicizie, equilibri che talvolta rendono difficile sanzionare davvero chi sbaglia».
Le riforme in discussione possono cambiare qualcosa?
«Nessuna riforma è la panacea. Però alcuni snodi sono importanti, e quello disciplinare lo è sicuramente. Portare il giudizio disciplinare fuori dal Csm significherebbe renderlo più indipendente e meno condizionato da logiche interne. C’è chi teme che così il potere politico possa intervenire più facilmente. Per esempio, Gherardo Colombo mi diceva che con una riforma del genere forse non sarebbe stata possibile un’inchiesta come Mani Pulite. Io non sono convinto: i rapporti tra politica e magistratura sono sempre stati molto più complessi e intrecciati di quanto si racconti».
Un altro punto centrale è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
«Per me è un passaggio logico. In un sistema accusatorio il giudice deve essere davvero terzo. Oggi la situazione è un po’ come se l’arbitro appartenesse alla stessa squadra di uno dei giocatori. Separare le carriere significa completare un percorso iniziato con il codice di procedura penale del 1989 e con la riforma costituzionale del giusto processo del 1999».
Zurlo, lei scrive di errori giudiziari da molti anni. Da dove nasce questo interesse?

«All’inizio mi colpiva il fatto che tutti parlassero della magistratura, soprattutto negli anni delle grandi polemiche politiche, ma pochi andassero a vedere concretamente cosa succedeva. Quando chiesi per la prima volta gli atti disciplinari del Csm, all’epoca guidato da Nicola Mancino, la richiesta fu accolta con grande fastidio. Da lì ho iniziato a guardare dentro il sistema».
Uno dei primi casi che seguì fu quello di Daniele Barillà, un uomo rimasto in carcere per anni per uno scambio di persona.
«Sì, fu un caso che mi colpì tantissimo. Arrivai perfino a parlarne con Francesco Saverio Borrelli, che all’epoca era l’uomo simbolo dell’inchiesta di Mani Pulite. Anche lui mi disse che probabilmente c’era un innocente in carcere. Eppure, quella vicenda rimase ferma per anni, finché non si scoprì che l’arresto era stato davvero frutto di uno scambio di persona. Sono storie che ti fanno capire quanto sia fragile il sistema».
Che cosa ha cercato di raccontare con Senza giustizia?
«Ho cercato di mettere insieme diversi filoni: gli errori giudiziari, le ingiuste detenzioni, il funzionamento della sezione disciplinare e più in generale i problemi strutturali della giustizia italiana. Non è un attacco alla magistratura».
E che cos’è, invece?
«È il tentativo di raccontare criticamente un potere che per molto tempo è stato poco indagato. Quando ho iniziato a scriverne, vent’anni fa, parlare di errori giudiziari sembrava quasi un tema marginale. Oggi invece l’opinione pubblica è molto più consapevole del problema, e questo è già un passo avanti».

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