Balneari & Concessioni di Claudio Chisu
di Claudio Chisu
Sei in una località marittima. Prestigiosa o popolare non conta. Non contano neppure le dimensioni del centro urbano: città o villaggio turistico. Non fa differenza.
C’è un locale in spiaggia, costruito sopra l’arenile: il proprietario paga pochissimo di canone di affitto al Demanio. Dall’altra parte, a poche decine di metri di distanza, lo stesso identico locale che si trova sul suolo comunale pagherà molto di più. Anche 6/7 volte di più. Come mai? É il paradosso dei paradossi: chi sta in spiaggia usufruisce della parte più pregiata dello Stato praticamente gratis mentre chi sta vicino alla spiaggia (o in centro, o in periferia, non importa) pagherà molto di più al Comune.
A Lignano Sabbiadoro una concessione balneare di 750 metri quadrati paga 3.377 euro l’anno; in centro urbano cento metri per i tavoli di un ristorante costano 13.650 euro. In Italia succede ovunque. Eppure è il mare a dare valore a una località turistica.
A Taormina 22 metri quadrati di tavolini in piazza costano circa 4.200 euro; uno stabilimento con bar e ristorante, quasi 800 metri quadrati sulla spiaggia, 5.847. A Portonovo 289 metri quadrati di terreno comunale costano 8.734 euro, mentre 886 metri di demanio marittimo 3.378. A Sperlonga cento metri per i tavoli possono costare da 12 mila a 27 mila euro; uno stabilimento da circa 1.540 metri quadrati paga 5.394 euro.
E così via: sulle spiagge lo Stato usa da decenni tariffe nazionali molto più basse, scollegate dal valore commerciale reale dell’arenile.
Questo sistema ha anche una protezione politica. I concessionari sono organizzati in associazioni di categoria e ogni aumento dei canoni o nuova gara può ridurre il valore delle attività che gestiscono. Protestano, trattano con i governi, chiedono proroghe.
Nel febbraio 2026 anche l’Antitrust ha chiesto che il canone delle concessioni venga legato al «reale valore economico e turistico» della spiaggia: carta straccia, lettera morta. La politica continua a dar retta ai balneari e del bene collettivo se ne frega.