Alicudi quaranta volte di più di Guido Riunno

Alicudi quaranta volte di più

di Guido Riunno*
Si racconta — e nelle Eolie tutto si racconta, perché le storie viaggiano meglio delle navi — che quando gli uomini venuti da Roma posarono sul fondo del mare il lungo cavo sottile che avrebbe dovuto portare la velocità alle isole, Eolo guardò dall'alto e non disse niente. Non disse niente quando la nave di posa lasciò Filicudi e stese il filo fino ad Alicudi. Non disse niente quando gli uomini risalirono a bordo soddisfatti e partirono. Aspettò.
Aspettò come aveva aspettato con Ulisse, quella notte nel porto tranquillo, mentre i compagni rovistando nell'otre credevano di trovare oro.
Poi mandò un vento. Non un vento grosso — non fu necessario. Un piccolo vento sottile, del tipo che fa strisciare le reti sul fondo, che fa ballare i pesci nell'acqua torbida, che porta le nasse qualche metro fuori posto. Quel che bastava.
Il cavo si ruppe prima che un solo bit vi passasse dentro.

Gli isolani lo scoprirono qualche giorno dopo, come sempre si scopre: aspettando qualcosa che non arriva. La velocità non arrivò. Le videochiamate rimasero impossibili. Il mondo rimase lontano quanto era sempre stato. Qualcuno andò al porto a guardare il mare e disse quello che tutti pensavano ma nessuno voleva dire: Eolo non vuole.
E stavolta i vecchi, quelli che sanno leggere i segni, non dissero qualcosa di diverso. Dissero la stessa cosa. Dissero che Eolo aveva voluto proprio questo — che per la salvezza di Alicudi, per la sua sopravvivenza come luogo ancora vivo nel senso più antico della parola, l'isola rinunciasse alla velocità. Che il silenzio non era un difetto da correggere ma il dono più prezioso che un dio potesse fare. Che gli uomini venuti da Roma non capivano, come non capivano i compagni di Ulisse quando aprirono l'otre: credevano di trovare oro, trovarono tempesta.

Alicudi senza la velocità era ancora Alicudi. Alicudi con la velocità del mondo sarebbe diventata qualcos'altro — qualcosa di meno.
Eolo aveva protetto la sua isola. Come sempre.
Ma i vecchi aggiunsero una cosa, sottovoce, come si dice alle Eolie quando si parla di ciò che viene dopo.
Dissero che il cavo era un avvertimento minore. Un sussurro. La cosa piccola che precede la cosa grande, per chi ha orecchie per sentire. Perché se Eolo si era disturbato per un filo sottile che portava parole e immagini — cose leggere,
cose d'aria — cosa avrebbe fatto di fronte a chi voleva violare il mare stesso? Non passarci sopra con una barca, come Ulisse. Non attraversarlo con un cavo. Ma entrare dentro. Succhiarlo.
Strapparne le viscere, separarne il sale dalla carne, restituirgli uno scarto velenoso che avrebbe strisciato sul fondo per chilometri, soffocando tutto quello che Poseidone aveva posto lì nei millenni.
Efesto nel suo cratere non rise. Questa volta rimase in silenzio. E il silenzio di un dio è più pesante di qualsiasi tuono.
Ulisse, se fosse passato di qui adesso, avrebbe virato largo. Lui aveva imparato — tardi, a caro prezzo — che esistono luoghi dove gli dei non perdonano la seconda volta.
Gli eoliani sono più furbi di Ulisse. Loro i segni li leggono prima.

Nei mesi scorsi ho studiato quello che accade nel mondo quando si costruisce un dissalatore su un'isola piccola. Ho trovato dati che nessun documento del progetto sembra aver considerato.
Il primo è questo: l'impianto di Hassyan a Dubai produce acqua dissalata a 30 centesimi al metro cubo. Il costo più basso del mondo. L'impianto previsto ad Alicudi produrrà acqua a circa 12 euro al metro cubo. Quaranta volte di più. Stessa tecnologia, stesso principio fisico, stessa osmosi inversa. La differenza è una sola: Hassyan produce 545.000 metri cubi al giorno, Alicudi produrrà 108.
Non è un problema di corruzione o incompetenza. È matematica. Un tecnico specializzato, una
membrana da sostituire, un'analisi chimica costano uguale che si producano cento metri cubi o centomila. Su cento metri cubi, quei costi fissi diventano il peso dominante del prezzo finale. È per questo che la dissalazione funziona dove funziona — e non funziona dove non funziona.
L'esperienza globale ha prodotto una conclusione chiara: la dissalazione regge quando si verificano sei condizioni. Scala enorme. Nessuna alternativa reale. Un gestore solido. Energia a basso costo. Una rete di distribuzione efficiente. Infrastrutture logistiche stabili. Israele soddisfa tutte e sei — copre il 70% del fabbisogno idrico con cinque grandi impianti. Perth in Australia
soddisfa tutte e sei. Il Comune di Lipari, con tre commissari ad acta negli ultimi cinque anni e un gestore che non riceve i pagamenti da mesi, ne soddisfa quante per il dissalatore di Alicudi?
Eppure c'è un dato che il progetto non considera, o finge di non vedere. Prima di costruire qualcosa di nuovo, sarebbe utile chiedersi come è stata gestita la cosa vecchia.

Da cinquantanove anni — dal 1967, per legge dello Stato — il Ministero della Difesa è responsabile del rifornimento idrico delle isole minori siciliane. Non lo fa con proprie navi: le affida a privati. Per decenni l'affidatario è stata la Marnavi S.p.A. di Napoli, società della famiglia Ievoli. Il contratto più recente, per il 2023, valeva 23,7 milioni di euro per 1,4 milioni di metri cubi d'acqua. Nessun direttore dell'esecuzione è mai stato nominato, come la legge richiederebbe. Nessuno ha verificato in modo sistematico che i contratti venissero rispettati. Nel 2023 la Procura di Barcellona Pozzo di Gotto ha concluso le indagini: secondo l'accusa, per sei anni — dal 2016 al 2021 — Marnavi avrebbe rendicontato più acqua di quella realmente scaricata nelle cisterne delle isole. Quarantaquattro persone indagate, danno erariale stimato in 555.000 euro, ipotesi di reato di frode e truffa aggravata ai danni dello Stato. Poco dopo, Marnavi ha comunicato che non avrebbe partecipato alla nuova gara. Le amministrazioni comunali delle Eolie si sono dichiarate preoccupate.

Stiamo parlando di un'operazione logisticamente elementare: caricare acqua in un porto, trasportarla, scaricarla. Niente membrane, niente osmosi inversa, niente condotte sottomarine, niente monitoraggio della salamoia, niente bilancio energetico. Una nave, un porto, un tubo.
Eppure in sessant'anni non si è riusciti a farlo in modo verificabile, economicamente sostenibile e penalmente ineccepibile.
Ora lo stesso Comune di Lipari — quello con tre commissari ad acta negli ultimi cinque anni, quello il cui gestore idrico non riceve i pagamenti da mesi — si appresta a gestire simultaneamente quattro nuovi impianti a osmosi inversa su quattro isole diverse, con membrane da sostituire ogni tre-cinque anni, condotte sottomarine esposte alle correnti invernali e all'attività sismica, scarichi di salamoia da monitorare in habitat prioritari europei, e un fabbisogno energetico che su isole non collegate alla rete nazionale significa generatori diesel.
La domanda non è se la dissalazione funzioni. Funziona, dove funziona. La domanda è più semplice: chi gestirà questi impianti? Con quali risorse, con quale personale, con quale sistema di controllo? Le stesse domande che non si sono mai poste per la nave cisterna — e che quella nave, alla fine, ha risposto da sola.

C'è poi un elemento che il progetto non affronta. Il dissalatore prevede due condotte sul fondo del mare. Sono esposte agli stessi rischi di qualsiasi infrastruttura sottomarina: ancore di imbarcazioni, correnti invernali, attività sismica su una delle dorsali vulcaniche più attive del Mediterraneo. Alicudi ha già sperimentato cosa significa rompere un'infrastruttura sottomarina. Si chiama fibra ottica PNRR: posata a dicembre 2024, mai entrata in funzione, mai riparata. Se si rompe la fibra si perde internet. Se si rompe la condotta di presa del dissalatore si perde l'acqua —in inverno, quando il molo è chiuso.
In California la Coastal Commission ha respinto all'unanimità un impianto da un miliardo e quattrocento milioni di dollari dopo sei ore di audizioni pubbliche. In Israele — il paese dove la dissalazione funziona meglio al mondo — mille residenti hanno protestato contro la localizzazione di un nuovo impianto con una frase che ho riletto più volte:
«Non siamo contro il dissalatore, siamo contro questo posto, scelto senza considerare altre opzioni.»

L'alternativa esiste. A Vulcano, sessantacinque chilometri da Alicudi, lo stesso Comune di Lipari gestisce un dissalatore che produce 400.000 metri cubi l'anno. Alicudi ne consuma 8.000: il 2% di quella produzione. Il gestore — SOPES — rischia il fallimento per mancanza di entrate, non di acqua. Nessun documento pubblico risulta aver mai valutato questa opzione.
Il cavo della fibra è rimasto rotto. Gli dei hanno parlato. Gli eoliani, si dice, i segni li leggono prima.
Guido Riunno è fotografo. Con l'associazione culturale Fuori Campo ha realizzato il progetto «Poche persone, molti segni»
sull'isola di Alicudi.

Note ai dati citati: Costo Hassyan Dubai: IDA — International Desalination Association 2024. Costo operativo impianti siciliani: Fondazione Univerde, audizione Camera dei Deputati, 7 marzo 2024. Sei condizioni strutturali: sintesi da Environmental Science & Technology 2024, Scientific American (Sorek II Israele), Water Corporation Australia. Fibra ottica Alicudi: ANSA novembre 2023, Il Post dicembre 2024, MIMIT febbraio 2025; stato attuale da testimonianza diretta residenti.
California Coastal Commission: Associated Press, ottobre 2022. Citazione israeliana: Mateh Asher Regional Council, 2023.
Produzione Vulcano: dati SOPES 2025. Contratto Marnavi 2023: decreto Ministero della Difesa, 16 maggio 2024. Inchiesta
penale: Giornale di Sicilia, 31 ottobre 2023; Il Post, 10 maggio 2024. Legge 378/1967: Gazzetta Ufficiale della Repubblica
Italiana.

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