Superga, la tragedia che rese immortale il Grande Torino di Bartolino Ferlazzo

di Bartolino Ferlazzo

Superga, la tragedia che rese immortale il Grande Torino a 77 anni di distanza rimane immutato il ricordo della sua grandezza
Nel silenzio, il cielo che diventava scuro, una la folla, Immensa. Cinquecentomila persone, forse di più. Era il 6 maggio del 1949, un venerdì. Si fermava Torino,si fermava l’Italia. Si svolgevano,nel tardo pomeriggio, i funerali delle vittime della tragedia di Superga.

Nello schianto di due giorni prima, contro il terrapieno della Basilica sulla collina che sovrasta la città, aveva perso la vita una delle più forti squadre mai viste su un campo di calcio, quella granata il Torino degli Invincibili, insieme ai suoi accompagnatori, a tre giornalisti e ai membri dell’equipaggio del trimotore G-212 delle Avio Linee Italiane. Trentuno morti. Per poter essere seguito da più gente possibile, il corteo funebre aveva compiuto un giro lunghissimo,. 

I feretri erano usciti da Palazzo Madama e caricati su alcuni camion, avevano imboccato via Roma, attraversato piazza San Carlo, raggiunto piazza Carlo Felice, girato in corso Vittorio Emanuele II, preso corso Re Umberto, via Alfieri, piazza San Giovanni e infine erano arrivati davanti al Duomo. Un milione di occhi piantati su quel percorso, e deserte tutte le altre strade, Torino era isolata dal resto del mondo. Tutti gli esercizi commerciali e non erano chiusi, si fermarono per qualche ora anche i treni in partenza da Porta Nuova e gli aerei che decollavano dall'aeroporto di Caselle, per rispetto ai caduti di Superga, non si fermava solo la Torino granata ma l'intera città. Al momento della benedizione la facciata della cattedrale aveva perso tutta la sua luce, era diventata pallida, e così l’intera piazza. Si faticava a vedere, anche per la pioggia che inzuppava tutti i presenti. Come due giorni prima, in aria.

Cos'era successo, per provocare una tale tragedia e ammantare di lutto un'injtera città, una regione, l'Italias. Alle 17.02 di mercoledì 4 maggio l’equipaggio aveva chiamato per l’ultima volta la torre di controllo di Torino. Il pilota – che di cognome faceva Meroni, per dire come la storia granata sia piena di ricorsi del destino,un paio di decenni dopo moriva il grande Meroni ala destra di enormi qualità – contava di virare di 290 gradi di prua per allinearsi sulla pista di atterraggio. Ma il forte vento di libeccio aveva spostato la rotta dell’aereo e l’altimetro, guasto, segnava 2000 metri quando invece il G-212 viaggiava a 600, com'era possibile tutto questo, p'erché non funzionava. Improvvisamente, dalla nebbia mista a pioggia, sbucò la basilica. Alle 17.05 la torre di controllo chiamò l’equipaggio. Non ci fu risposta. (da Gazzetta dello Sport).-

Alle ore 17.03 del 4 maggio 1949 l'aereo Fiat G.212 della compagnia aerea ALI, che riportava a casa l'intera squadra del "Grande Torino", si schiantò per la fitta nebbia contro il muraglione posteriore del complesso architettonico di Superga, causando la morte di tutti i 31 passeggeri. La squadra del Torino, che stava rientrando da Lisbona dopo una partita amichevole con la squadra del Benfica per festeggiare l'addio al calcio del capitano della squadra lusitana José Ferreira, era considerata una delle più forti del mondo in quel periodo, aveva vinto cinque scudetti consecutivi negli ultimi sette anni (i campionati '43-'44 e '44-'45 non furono disputati a causa della guerra) e i suoi giocatori costituivano la gran parte della squadra della Nazionale Italiana. Nello schianto persero la vita tutti i 31 passeggeri: l'intera squadra del Torino calcio, formata da 18 giocatori, i suoi dirigenti ed accompagnatori, i membri dell'equipaggio. Le loro salme furono esposte a Palazzo Madama. Torino si fermò completamente nel giorno dei funerali, ai quali parteciparono quasi un milione di persone. La squadra del Torino fu proclamata vincitrice a tavolino del campionato, ricevendo così il suo quinto scudetto, nonostante mancassero ancora quattro giornate prima del suo termine. Alle partite successive la squadra del Torino inviò la sua formazione giovanile e altrettanto fecero gli avversari di turno, per rispetto e solidarietà.

Sul muraglione posteriore orientale del complesso architettonico di Superga, nel punto dello schianto, sorge ora la lapide che commemora le vittime. I segni dell'impatto dell'aereo sono ancora visibili, ancora oggi,su parte del muraglione, non più ricostruita dopo l'incidente. Lo sgomento fu enorme ed il compito più triste di tutti toccò a Vittorio Pozzo, commissario tecnico della Nazionale Italiana, che dovette procedere al riconoscimento delle salme dei suoi ragazzi.

Nell'incidente persero la vita: i giocatori Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Giulio Schubert e gli allenatori Egri Erbstein, Leslie Levesley, il massaggiatore Ottavio Cortina con i dirigenti Arnaldo Agnisetta, Andrea Bonaiuti ed Ippolito Civalleri.

Morirono inoltre tre dei migliori giornalisti sportivi italiani: Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport), Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo) e Luigi Cavallero (La Stampa) ed i membri dell’equipaggio Pierluigi Meroni, Celeste D’Inca, Celeste Biancardi e Antonio Pangrazi. Una lunga, ininterrotta processione rese omaggio alle bare allineate a Palazzo Madama e mezzo milione di persone partecipò ai funerali il 6 maggio 1949. L'intera città di Torino si strinse attorno alla squadra, vero simbolo di un'epoca.

Erano presenti alle esequie rappresentanze di tutte le squadre italiane e di molte squadre straniere, un giovane Andreotti in nome del governo ed il Presidente della Federazione Gioco Calcio, Ottorino Barassi, che fece l'appello della squadra come dovesse scendere in campo. Scrisse Indro Montanelli: "Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta."

Di quella grande squadra si salvarono solo tre giocatori che per svariati motivi non parteciparono alla trasferta portoghese: il secondo portiere Renato Gandolfi che cedette il posto a Dino  Ballarin, Sauro Tomà infortunato al ginocchio e Luigi Gandolfi, un giovane del vivaio granata. Si salvarono anche Ferruccio Novo, alle prese con una brutta broncopolmonite, ed il grande telecronista Nicolò Carosio che rimase a casa per la cresima del figlio.

La stagione 1948/49 fu portata a termine dalla formazione giovanile del Torino, che disputò le restanti quattro gare contro le formazioni giovanili delle altre squadre. Il Torino vinse tutte le rimanenti partite, chiudendo il campionato 1948/49 con 60 punti, cinque di vantaggio sull’Inter, seconda in classifica. Ma fu un trionfo amaro, segnato dall’indelebile ricordo della tragedia.

Il 26 maggio 1949 venne organizzata allo stadio Comunale una partita il cui incasso era destinato ai familiari delle vittime. Contro il grande River Plate si schierò il Torino Simbolo, un gruppo di undici fuoriclasse prestati da tutte le squadre, che indossarono la maglia granata. Per il Torino Simbolo giocarono: Portieri: Sentimenti IV (Juventus), Difensori/Centrocampisti: Manente (Juventus), Furiassi (Fiorentina), Annovazzi (Milan), Giovannini (Inter), Achilli (Inter), Pietro Ferraris II (Novara),Attaccanti: Nyers I (Inter), Boniperti (Juventus), Nordhal III (Milan), Hansen (Juventus), Lorenzi (Inter).

Per il River Plate giocarono:Portieri: Amadeo Carrizo, Héctor Grisetti, Difensori/Mediani: Norberto Yácono, Ricardo Vaghi, Santiago Kelly, José Ramos, Néstor Rossi, Lidoro Soria, Attaccanti: Juan Carlos Muñoz, Ángel De Cicco, Roberto Coll, Alfredo Di Stéfano, Ángel Labruna, Félix Loustau.

In un Comunale al limite della capienza la partita-spettacolo terminò 2-2. Aveva così inizio il dopo-Superga.

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