Rubrica Religiosa a cura di Don Gaetano Sardella. Una relazione che custodisce l’umano

di Gaetano Sardella

Una relazione che custodisce l’umano
Il contesto è ancora quello delle controversie di Gesù a Gerusalemme. Ce lo dice quel versetto iniziale che, con poche parole, evoca le trame che si stanno svolgendo attorno a lui, e che di lì a poco porteranno alla sua condanna: “I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per tentarlo…”. L’espressione “si riunirono insieme” che potrebbe sembrare la semplice descrizione di un fatto, contiene in realtà un riferimento preciso, una citazione letterale di Salmo 2,2 LXX: “I principi si sono radunati insieme contro il Signore e contro il suo Messia”, citato in Atti 4,26 in riferimento alla vicenda di Gesù: “Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù che hai unto, Erode e Ponzio Pilato”.

A queste trame di violenza che si svolgono attorno a lui, Gesù risponde solo con la mitezza della sua parola; in questo caso esponendo addirittura il comandamento dell’amore. Se ci pensiamo bene, è davvero straordinario e quasi paradossale. Anche di fronte a chi fa di tutto per coglierlo in fallo, a chi gli manifesta odio e vuole il suo male, Gesù manifesta l’amore di Dio e del prossimo, “insegnando la via di Dio secondo verità”, senza far distinzioni di persone (cf. Mt 22,16), come dicono di lui proprio i farisei. Così facendo applica alla lettera Levitico 19,8: evita la vendetta e il rancore, ma continuando il dialogo pratica l’amore del prossimo, a fondo perduto, senza alcuna garanzia che questo suo comportamento possa aprire una breccia nel cuore dell’altro.Scegli Agende

In questo Gesù è un grande modello per noi. In mezzo ai conflitti occorre evitare sia di far finta di nulla sia di lasciarsi prendere nella logica ontrappositiva, ma “sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento per un nuovo processo” (Papa Francesco, EG 227).Tutto questo ci insegna ad assumere un atteggiamento proattivo, come Gesù, che con mitezza accetta di prendere il conflitto su di sé, sulla propria stessa persona, scegliendo di vivere l’amore fino alla fine.

A prescindere dal fatto che la domanda posta a Gesù dal dottore della legge è fatta con intenzione maligna (“per tentarlo”), si tratta comunque di una domanda legittima. Diciamo pure di una domanda essenziale nel cammino di un credente. A quel tempo era comune porre ai rabbi domande di questo tipo. Cercare il “primo” ossia il “principale”, “il più grande” dei 613 precetti della Torah, quello che li riassumeva tutti, era proprio uno dei compiti degli interpreti della Legge, anche se alcuni non ammettevano che ciò si potesse fare, sostenendo che i comandamenti avessero tutti lo stesso valore. Chi lo ammetteva dava soluzioni diverse: molti consideravano come centrale il comandamento del sabato; altri come rabbi Hillel, sintetizzavano la Torah con la regola d’oro (“Ciò che è odioso per te, tu non farlo al tuo prossimo”).

Da parte sua, Gesù risponde al suo interlocutore citando Deuteronomio 6,4 come “primo” comandamento, ma ne aggiunge subito un secondo “simile al primo”, e dice “da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i profeti”, lasciando intendere che, sebbene distinti, sono in realtà due comandamenti indissociabili, che formano un unico principio che dà unità alla Scrittura. L’uno richiama l’altro e non può stare mai senza l’altro. Il primo è il fondamento, l’origine, quello che dà unità al credente che ama Dio con cuore indiviso; il secondo è quello che, aprendo il rapporto agli altri, al prossimo, lo preserva da ogni rischio di idolatria e di narcisismo, in fin dei conti ne certifica l’autenticità. Perché “chi non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20).

C’è quindi un ordine nell’amore: un primo e secondo comandamento dell’amore. Eppure entrambi sono “secondi” rispetto all’amore accolto in dono da Dio. Non per nulla le parole di Deuteronomio 6,4, citate integralmente nel parallelo di Marco 12, sono precedute dall’invito al primato dell’ascolto: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno. Tu amerai…”.

nsiamo al Dio misericordioso che “fa piovere su cattivi e buoni” (Mt 5,48), o alla parabola dei due debitori, dove chi ama di più è proprio chi si riconosce perdonato di più (cf. Lc 7,41-43). L’amore di Dio è ciò che colma il cuore del credente e gli permette di “traboccare” in concreto amore fraterno; per parafrasare un detto di Gesù, nasce dalla pienezza di un cuore abitato dall’amore di Dio (cf. Mt 12,34).

Per questo nel duplice comando evangelico dell’amore, come lo troviamo riformulato in Giovanni 13,34 essenziale è il “come io vi ho amati”, che richiama il “come in cielo così in terra” del Padre nostro. E questo non fa che ribadire e trarre le estreme conseguenze di un principio che era già stato posto nella Legge di Mosè: “Siate santi come io sono santo!” (Lv 19,2). Io vi ho manifestato la mia santità attraverso il mio amore per voi: voi fate lo stesso! Ciò che precede è sempre ciò che Dio compie per noi, e che quindi rende possibile a noi agire allo stesso modo.Libri Cristiani

L’associazione dei due comandamenti di Dio e del prossimo come sintesi di tutta la Torah non era sconosciuta al giudaismo del tempo. Ciò che caratterizza Gesù è la chiarezza della sintesi che egli opera, “senza separazione e senza confusione”, tra amore di Dio e amore del prossimo, oltre all’assoluta centralità che il tema assume nel suo insegnamento. Qui è il centro sulla base del quale ogni comandamento sta o cade. Gesù dice: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i profeti” (v. 40); lett.: stanno appesi, sospesi, la Legge e i profeti. L’immagine è suggestiva perché configura il duplice comando dell’amore come ciò che “sospende”, solleva, “rende leggera” tutta la Legge, secondo le parole di Gesù: “Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,30). L’amore è una specie di fondamento capovolto, una forza che sostiene tutto dall’alto.

Evocando questa stessa immagine di leggerezza Jacopone da Todi, il grande poeta francescano del ‘200, paragona i due precetti dell’amore a due ali: “Anema che desideri andare ad paradiso…/ De caritade adórnate, ch’ella te dà la vita,/ e dui ale com

 

 

Categoria
religione

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