Rai, di tutto di meno...

di Federico Lo Schiavo

Ultimamente sento comunicati, leggo note ufficiali, ascolto parole dei giornalisti e delle giornaliste USIGRai che sembrano prudenti ma che in realtà gridano.
“Il servizio pubblico sta venendo meno.”
“La Rai rischia di diventare il megafono della maggioranza.”
“Preoccupazione per l’informazione in vista del referendum costituzionale.”

E allora mi chiedo: davvero pensiamo che tutto questo sia solo una questione di punti di vista politici? Davvero riduciamo tutto a “ognuno ha la sua idea”?
Perché qui non si sta discutendo di opinioni.
Qui si sta parlando di controllo.

Il controllo del mezzo di comunicazione più potente che esista.
Più potente dei social, più potente dei giornali, più potente di qualsiasi comizio.
La televisione.
Quella che entra nelle case senza chiedere permesso.
Quella che parla mentre cucini, mentre ceni, mentre ti addormenti.

La TV non ti chiede di cercarla.
Lei ti trova.

E chi controlla la TV, controlla il racconto della realtà.
Non la realtà, il racconto.
E spesso basta quello.

La storia non è nuova.
È vecchia, antica, persino noiosa per quanto è ripetuta.
Ogni regime, ogni sistema autoritario, ogni dittatura ha fatto la stessa cosa:
prima mette le mani sull’informazione, poi dice che lo fa “per il bene del Paese”.

Lo faceva il fascismo.
Lo faceva Stalin.
Lo fanno tutti quelli che hanno paura di una cosa sola:
che qualcuno racconti un’altra versione dei fatti.

E allora si comincia piano.
Non con la censura esplicita, quella fa rumore.
Si comincia con le nomine.
Con gli spazi tolti.
Con i tempi sbilanciati.
Con il linguaggio addomesticato.
Con la normalizzazione.

Non ti dicono “questo non lo puoi dire”.
Ti fanno capire che forse è meglio non dirlo.

E quando arrivano i referendum, le riforme, le scelte cruciali, l’informazione dovrebbe essere una cosa sola:
pluralista, completa, onesta, scomoda.

E no, non è allarmismo.
Non è ideologia.
È memoria storica.

Il servizio pubblico non appartiene al governo.
Non appartiene all’opposizione.
Non appartiene ai partiti.
Appartiene a chi paga il canone.
Appartiene ai cittadini.
Appartiene anche a chi non è d’accordo.

Quando il servizio pubblico smette di disturbare il potere, non diventa neutrale:
diventa utile al potere.

E allora sì, la preoccupazione non solo è legittima, è necessaria.

Perché quando il controllo dell’informazione diventa invisibile, è già tardi.

La democrazia non muore con un colpo di Stato. Muore con un telecomando in mano
e l’illusione che “tanto è sempre stato così”.

Categoria
opinioni

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