Lipari, 'non parliamo solo di una scuola occupata' di Federico Lo Schiavo VIDEO

di Federico Lo Schiavo

Oggi non parliamo solo di una scuola occupata.
Oggi parliamo di una generazione che ha deciso di non restare in silenzio.
Perché il silenzio è comodo.
È comodo per chi governa, per chi amministra, per chi rimanda, per chi promette.
Ma è soffocante per chi vive ogni giorno dentro quelle aule fredde, che perdono acqua dal soffitto, senza una palestra, senza spazi, senza sicurezze.
Questi ragazzi non hanno occupato per saltare le lezioni.

Hanno occupato perché vogliono che quelle lezioni abbiano un senso.
Hanno occupato perché studiare in un edificio che non rispetta le norme di sicurezza non è educazione, è rassegnazione.
Perché fare educazione fisica senza una palestra non è adattamento, è rinuncia.
Perché passare ore al freddo o al caldo estremo non è sacrificio, è mancanza di rispetto.
E soprattutto hanno occupato perché vivere su un’isola non deve significare vivere con meno diritti.
Essere isolani non è folclore.
È affrontare ogni giorno problemi che altrove non esistono: trasporti incerti, collegamenti ridotti, servizi limitati, opportunità dimezzate.

È dover correre per prendere un aliscafo.
È perdere ore di scuola per una corsa tagliata.
È dover lasciare la propria terra anche solo per vedere un film o curarsi.
Eppure questi ragazzi non stanno chiedendo privilegi.
Stanno chiedendo normalità.
Stanno chiedendo quello che dovrebbe essere garantito ovunque:
sicurezza, dignità, ascolto.

La loro protesta è composta, consapevole, articolata.
Non nasce dalla rabbia cieca, ma da anni di attese, richieste formali, tentativi civili rimasti senza risposta.
Quando ogni porta resta chiusa, quando ogni canale ufficiale si rivela inutile, allora la protesta non è più una scelta estrema: diventa l’unica voce rimasta.
Questi studenti non stanno bloccando la scuola.
La stanno difendendo.

La stanno difendendo dall’abbandono, dall’indifferenza, dall’idea che tanto “qui è sempre stato così”.
Perché il cambiamento nasce proprio quando qualcuno ha il coraggio di dire che così non va più bene.
E oggi questi ragazzi stanno facendo qualcosa di raro:
si stanno assumendo una responsabilità collettiva.
Stanno parlando non solo per loro stessi, ma per chi verrà dopo.
Per chi entrerà in quelle aule tra cinque, dieci, vent’anni.
E allora sì:
questa occupazione non è una colpa.
È un atto di maturità civile.

È la dimostrazione che una generazione troppo spesso definita apatica, superficiale, disinteressata,
in realtà sa essere lucida, profonda e coraggiosa.
E se oggi qualcuno si sente disturbato, infastidito, messo in difficoltà,
forse è perché finalmente qualcuno ha deciso di rompere il silenzio comodo.
Perché il futuro non si aspetta.
Il futuro si pretende.
E oggi, a Lipari, degli studenti stanno facendo esattamente questo:
pretendendo rispetto, dignità e ascolto.

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