Da Torino in linea Daniele Sequenzia. Il cammino della speranza
di Daniele Sequenzia
Caro Direttore,
oggi tutti partono, ci sono infinite offerte, soggiorni e vacanze da favola, " all included"...chi per Europa , Americhe, Oceania, scelgono l'hotel, il menu, il condizionatore, il mare, i monti..e il divertimento... e se ne vanno felici e contenti , c'è sempre piu' ressa negli aeroporti.
Ma se leggi cosa scrivevano, fin dai primi anni del secolo scorso, i nostri emigrati, i nostri bisnonni, ti viene da piangere.
Come siamo diventati egoisti e superficiali! Ci siamo dimenticati il nostro passato, le nostre origini ? I tanti sacrifici dei nostri nonni e bisnonni?
Negli ultimi anni dell'Ottocento e subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, l'Italia si spopola, si parte, spinti dal bisogno, dalla fame, il meridione diventa un " deserto".
Molti italiani , moltissimi siciliani, furono costretti ad emigrare. Soprattutto dopo la " conquista di Trento e Trieste", costata 600.000 morti.
Anche i miei nonni furono costretti ad abbandonare le loro case. Chi andava in America, chi in Australia. Erano in miseria. Il viaggio per nave durava mesi , nella totale insicurezza.
Nella propria autobiografia, Frank Capra (1971) descrive il viaggio in America a bordo del piroscafo “ Germania “ come “tredici giorni di miseria e fetore, imprigionati in un oscuro steerage.”
Sui grandi piroscafi transoceanici, il termine steerage poteva indicare ogni parte della nave riservata ai passeggeri che viaggiavano alla tariffa più economica e che, di solito, si trovava nei ponti più bassi. “ Privo di ogni confort, affollato da emigranti terrorizzati che piangevano e vomitavano”.
Nel 1894 Edmondo De Amicis viaggiò da Genova in Argentina a bordo del piroscafo “ Nord America” insieme a 1600 emigranti italiani. Pubblicato nel 1889, il romanzo sull’Oceano, che racconta i ventidue giorni di quel viaggio, ottenne uno straordinario successo e divenne un modello obbligato per coloro che si accingevano a scrivere della traversata transoceanica. Sia nelle situazioni che nella scelta lessicale, lo scrittore ligure utilizza l’immagine classica dell’inferno dantesco per descrivere la condizione di estrema sofferenza dei passeggeri di terza classe. Questo modello letterario è stato spesso adottato dagli stessi emigranti in riferimento alla propria esperienza: “Se Dante avesse conosciuto ciò ch’erano le terze classi de’ transatlantici nel 1885, per certo ne avrebbe descritta una e l’avrebbe allogata nell’inferno e vi avrebbe inchiodato i peccatori de’ più neri peccati “ .
Nelle parole di De Amicis, la nave, con il suo carico di risentimento , per le pesanti ingiustizie economiche e sociali, appare come un piccolo Stato: l’aristocrazia viaggia in prima classe, la borghesia in seconda, la gente comune, gli emigrati, alloggia in terza classe, il comandante e gli ufficiali rappresentano il governo e la magistratura. Un medico di bordo così
scriveva nel suo rapporto : "L'igiene e la pulizia sono assai carenti. Poca cura personale , nessuno si lava, rischi di malattie. Manca lo spazio, molti dormono per terra, manca l'aria".
Le cuccette di paglia degli emigranti venivano ricavate nei corridoi, senza finestre, e ricevevano poca aria per lo più attraverso i soli boccaporti. L'altezza da terra dei corridoi era di un metro e sessanta. Non ci si poteva muovere Nei dormitori spesso promiscui, era frequente sentirsi male, non si riposava, si soffriva la claustrofobia, la mancanza d'aria, la pessima alimentazione, senza acqua, molti soffrivano di problemi bronchiali , avevano la febbre.
Non esistevano cure per chi stava male. La fame faceva stragi. Molti venivano gettati in mare. Ovunque si avvertiva la mancanza delle più elementari norme igieniche . L'acqua era razionata. La conservazione dell'acqua potabile veniva tenuta in casse di ferro rivestite di cemento. A causa del rollio della nave il cemento tendeva a sgretolarsi intorbidando e avvelenando l'acqua che, venuta a contatto con il ferro ossidato, assumeva un colore rosso e veniva consumata così dagli emigranti non essendo previsti distillatori a bordo.
L'alimentazione a bordo è cosi descritta. In una lettera un emigrato scrive: “ Sono le otto del giorno dopo l’imbarco i capi tavola sono chiamati a prendere le razioni di burro e di pane da distribuirsi agli altri durante la settimana; orrore… cominciano le disillusioni… il pane che ci viene distribuito farebbe rabbrividire perfino i cani; esso è fatto di crusca, segale, pepe, seme di lino e mille e mille altre porcherie. … La sera … ci hanno dato il the. Figuratevi un poco d’acqua sudicia e senza zucchero; nessuno di noi l’ha potuto accostare alla bocca …si guasta il distillatore di bordo … per dei giorni non beviamo che acqua veramente marcia e piena di vermi che per buona sorte (dico per buona sorte perché non al certo per precauzione) trovavasi in diverse botti che servivano come per zavorra nel bastimento… un macchinista russo che trovasi a bordo tenta e riesce di accomodare la macchina” (Diario di 117 giorni di viaggio da Amburgo all’Australia, 1876).
Ma alla fine dell’Ottocento qualcosa cambia. Il mito dell’Italia si sgretola rapidamente di fronte all’arrivo in massa di persone disperate, per lo più analfabete, poco o per nulla qualificate, che sbarcano in cerca di fortuna, disposte a tutto, e che provengono da un paese ritenuto afflitto da decadenza economica, corruzione e attaccamento a istituzioni invise quali quelle cattoliche e monarchiche. Per la prima generazione di italiani che mette piede negli Usa, quindi, l’integrazione risulta difficile, da un lato per il legame radicale con la cultura, gli usi e i costumi della terra d’origine, così diversi e distanti da quelli d’oltreoceano, dall’altro per la barriera di diffidenza, pregiudizi e autentico razzismo che devono affrontare.
«Si attengono ai loro costumi e modo di vestire tradizionali ostinatamente – si legge sull’“Illustrated Buffalo Express” nel 1891 in un articolo intitolato Piccola Italia di Buffalo – anche dopo essersi stabiliti in America». Considerazione, questa, seguita da stereotipi e luoghi comuni del tipo: «sotto il bel cielo azzurro e sole perpetuo della Bella Italia sono addirittura più pigri di quello che sono qui. Il dolce far niente sembra il loro stato naturale».