Da Tokyo in linea Eliano Salvatore Fiore. Shin-Zen-Bi
Shin-Zen-Bi
di Eliano Salvatore Fiore*
Osservatorio Giappone. Verità, Bontà, Bellezza: lo slow-tourism come via di conoscenza estetica
Nella tradizione estetica giapponese, il concetto di shin-zen-bi —il trittico di Verità (shin), Bontà (zen) e Bellezza (bi)- costituisce uno dei fondamenti filosofici attraverso cui la cultura nipponica ha organizzato la propria relazione con il mondo. Riecheggia l'antico concetto greco del καλὸς καὶ ἀγαθός, ma ha aspetti e risvolti diversi. Non si tratta di una formula astratta ma di una modalità percettiva che permea architettura, giardini, cerimonie, calligrafia, cucina, perfino il modo di disporre i fiori in un vaso. Comprendere autenticamente il Giappone significa apprendere a guardare con gli occhi dello shin-zen-bi, e questo apprendimento non avviene in otto giorni di tour organizzato con lo scopo di "vedere".
Lo slow-tourism, nella sua accezione più profonda, non è semplicemente il contrario del turismo veloce, il mordi-e-fuggi dello hic et nunc. Ovviamente non è questione di rallentare i passi nei musei o di trascorrere qualche notte in più in destinazioni considerate esotiche. È una diversa epistemologia del viaggio, un modo di conoscere che vuole privilegiare l'immersione alla rassegna, la comprensione alla documentazione fotografica, la presenza viva all'accumulo di esperienze più o meno divertenti. In questo senso, lo slow-tourism e lo shin-zen-bi sono compatibili in modo quasi naturale poiché entrambi richiedono disponibilità al tempo, all'attenzione e —soprattutto— alla trasformazione interiore che ogni autentico incontro culturale produce.
"Ma ga arimasu" —traducibile con "c'è un momento propizio". Il Giappone insegna che la bellezza non si catturama si attende.
Il viaggio come incontro: Alexandra David-Néel e la via orientale
Prima di addentrarsi nel cuore del trittico shin-zen-bi, vale la pena evocare una figura che poche altre incarna con altrettanta forza l'idea di viaggio come immersione totale nell'alterità: Alexandra David-Néel (1868–1969), orientalista, antropologa, esploratrice e scrittrice belgo-francese, prima donna occidentale ad aver penetrato Lhasa travestita da mendicante tibetana nel 1924, a cinquantasei anni suonati. La sua vicenda biografica è straordinaria non solo per l'impresa fisica, ma per la qualità dell'intenzione che la animava, infatti David-Néel non viaggiava per conoscere i luoghi, ma per incontrare le persone, le pratiche, i sistemi di pensiero. Studiò il tibetano, il sanscrito, il cinese. Visse per anni in monasteri himalayani. Non cercava l'esotico, cercava la comprensione. È in questa tensione che va letta la sua frase più famosa e, per i nostri fini, più illuminante:
"Celui qui voyage sans rencontrer l'autre ne voyage pas, il se déplace.": Chi viaggia senza incontrare l'altro non viaggia: si sposta.
Alexandra David-Néel: laprima donna occidentale ad entrare a Lhasa
La distinzione tra "voyager" e "se déplacer" —tra viaggiare e spostarsi— è di una precisione filosofica che nessuna traduzione riesce a rendere pienamente. Spostarsi è un atto fisico e comporta la variazione di coordinate geografiche, l'accumulo di chilometri, il cambio di fuso orario. Viaggiare, nel senso profondo che David-Néel intende, è un atto relazionale e trasformativo che obbligatoriamente comporta l'incontro reale con l'altro, con la sua lingua, con il suo sistema di valori, con il suo modo di stare nel mondo. E questo incontro —quando avviene— cambia chi lo compie.
Il turismo di massa produce quasi esclusivamente déplacement. Le cifre sono eloquenti: un turista medio che visita il Giappone trascorre nel Paese intorno ai dieci giorni, si muove tra destinazioni codificate, consuma esperienze pre-confezionate, interagisce con giapponesi il cui ruolo è precisamente quello di mediare l'incontro senza che l'incontro avvenga davvero. Torna a casa con migliaia di fotografie e con una comprensione del Giappone che è, nella migliore delle ipotesi, quella di un catalogo illustrato. David-Néel avrebbe detto che si è spostato, non che ha viaggiato.
David-Néel trascorse quattordici anni in Asia prima di raggiungere Lhasa. Quattordici anni di studio, di pratica meditativa, di apprendimento linguistico, di vita condivisa con comunità locali. Quello era il suo "slow-tourism" — ante litteram ed in forma estrema. Il modello che proponiamo è ovviamente meno radicale, ma la qualità dell'intenzione che lo anima non è diversa, cioè la disponibilità a lasciarsi trasformare da ciò che si incontra.
Shin: la verità delle cose
Il primo elemento del trittico —shin, la verità— si manifesta nel turismo lento come invito a cercare l'autenticità dietro la rappresentazione, a non accontentarsi dell'immagine quando è disponibile la sostanza. Visitare il Ryōan-ji di Kyoto quando aprono i cancelli all'alba, prima dei pullman, prima del rumore delle lingue che si accavallano, è un'esperienza radicalmente diversa dall'attraversarlo di corsa tra selfie stick e audioguide. La verità del giardino di pietra non risiede nella sua fotografia, ma nel silenzio che genera, nello spazio mentale che crea, nel quesito irrisolvibile su quante pietre si possano vedere contemporaneamente — una questione che non è geometrica ma filosofica, e che richiede tempo per dispiegarsi.
Lo slow-tourist che pratica shin non cerca la conferma di ciò che già sa sul Giappone —i ciliegi in fiore, il monte Fuji innevato, le lanterne di Nara— ma si espone all'inaspettato, come il vicolo senza nome di un quartiere ordinario di Osaka, la conversazione improvvisata con un artigiano lacquerista di Wajima, il sapore di un tofu che cambia radicalmente la comprensione di cosa sia la semplicità. È esattamente l':incontro con l'altro" di cui parlava David-Néel, certamente non l'altro come curiosità folkloristica, ma l'altro come specchio attraverso il quale si comincia a vedere sé stessi in modo diverso.
C'è in shin una dimensione epistemologica che merita di essere esplicitata; il Giappone, come ogni grande civiltà, possiede una sua "verità" interna — un modo di organizzare l'esperienza, il tempo, lo spazio, la relazione tra individuo e collettività — che non è accessibile attraverso la fruizione superficiale. Richiede disponibilità a mettere in sospeso le proprie categorie interpretative, a guardare senza tradurre immediatamente, a tollerare per un momento l'incomprensione come condizione necessaria di una comprensione più profonda. È un esercizio intellettuale che il turismo di massa non consente e che lo slow-tourism, correttamente inteso, deve invece mettere al centro della propria proposta.
Zen: la bontà come relazione
Il secondo elemento del trittico —zen, la bontà, intesa come virtù etica e come qualità delle relazioni— trasforma il turismo in un atto di reciprocità. Il Giappone è una civiltà profondamente relazionale: il concetto di omotenashi, l'ospitalità totale, non è uno slogan pubblicitario ma un codice etico che regola ogni interazione, dalla più formale alla più casuale. Chi ha vissuto in Giappone abbastanza a lungo sa che l'omotenashi non è servizio, ma è una forma di rispetto che implica l'attenzione all'altro nella sua integralità, la capacità di anticiparne i bisogni senza che vengano espressi, il ritiro del proprio ego per fare spazio a quello dell'ospite.
Il turista di massa viola questo codice strutturalmente perché è troppo veloce, troppo rumoroso, troppo orientato all'acquisizione per inserirsi nel ritmo relazionale giapponese. Ma la violazione non è soltanto pragmatica — non riguarda solo il fastidio che produce nelle comunità locali. Riguarda il fatto che il turista di massa non incontra l'omotenashi, semmai ne riceve una versione addomesticata, confezionata per l'industria turistica, svuotata della sua sostanza relazionale. Anche qui, nel linguaggio di David-Néel: si sposta, non viaggia.
Lo slow-tourist che pratica zen si ferma, saluta, chiede permesso, ringrazia. Comprende che entrare in un tempio non è entrare in un'attrazione turistica ma significa entrare nello spazio spirituale di una comunità viva che continua a pregare, a celebrare, a raccogliersi in silenzio anche quando i turisti sono presenti. Questa consapevolezza etica non è moralismo, è la precondizione perché l'incontro culturale possa avvenire realmente, anziché essere simulato. L'altro di David-Néel diventa accessibile soltanto a chi è disposto ad incontrarlo nei suoi termini, non nei propri.
Bi: la bellezza come forma di conoscenza
Il terzo elemento —bi, la bellezza— è forse il più radicale nella sua implicazione epistemologica, e quello che più direttamente connette il trittico shin-zen-bi alla tradizione del viaggio come pratica conoscitiva che David-Néel incarnava. Nella tradizione estetica giapponese, la bellezza non è ornamento ma rivelazione. Il wabi-sabi, l'estetica dell'imperfezione e dell'impermanenza e il mono no aware —la malinconica consapevolezza della transitorietà delle cose, quella particolare qualità emotiva che i giapponesi identificano nel cadere dei petali di ciliegio— sono strumenti cognitivi prima ancora che estetici. Insegnano a percepire la realtà nella sua profondità temporale, a vedere nella foglia caduta non la perdita ma il ciclo, non la fine ma la continuità.
Vi è qui un'assonanza profonda con l'esperienza di David-Néel nel mondo tibetano-buddhista: l'impermanenza non come tragedia ma come chiave di lettura del reale, la bellezza non come possesso ma come epifania momentanea che si offre a chi sa aspettare. "Ma ga arimasu" —"c'è un momento propizio"— è la versione giapponese di questa stessa saggezza: la bellezza ha il proprio tempo e chi si muove troppo velocemente la manca sistematicamente. Il turista che attraversa il giardino karesansui di Ryōan-ji in cinque minuti, fotografia e via, non ha incontrato il giardinoma semplicemente si è spostato attraverso di esso.
Lo slow-tourism che si nutre di bi diventa un'educazione sentimentale nel senso più letterale del termine, un'educazione dei sensi alla percezione della bellezza non ovvia, non spettacolare, non gridata. Un giardino zen non è bello perché è pittoresco, è bello perché richiede di essere guardato a lungo, finché non si comincia a capire il rapporto tra la pietra e il vuoto, tra la materia e il nulla — e questa comprensione, quando arriva, è di una qualità diversa da qualsiasi informazione acquisita tramite audioguida. È conoscenza incorporata, vissuta, trasformativa.
"Coloro che non hanno tempo per la bellezza finiscono per avere soltanto la sua fotografia."
Verso un turismo come pratica culturale
La convergenza tra slow-tourism e shin-zen-bi, illuminata dalla lezione di Alexandra David-Néel, suggerisce un modello alternativo di fruizione del Giappone che non è élitismo ma metodologia. Non si tratta di turismo riservato a pochi, si tratta di turismo strutturato in piccoli gruppi e in modo radicalmente diverso, guidato da persone con conoscenza profonda e radicata dei mores, capace di creare le condizioni perché l'incontro autentico con la cultura nipponica — quello che David-Néel chiamerebbe "voyager" e non "se déplacer" — sia realmente possibile.
Questo modello richiede mediatori che abbiano fatto dell'incontro con il Giappone una pratica di vita, non una mera competenza professionale. Persone che abbiano avuto il tempo —e la disposizione interiore— di lasciarsi trasformare da ciò che hanno incontrato e che per questo siano in grado di aprire porte che altrimenti rimangono chiuse, non perché siano nascoste, ma perché richiedono una fiducia che si costruisce in anni, non in minuti. È esattamente il tema del terzo articolo di questa serie.
Il Giappone vissuto, non semplicemente visitato
*Professore, studioso italiano, storico dell'arte, iamatologo e gemmologo residente in Giappone dal 1975 e già direttore generale Camera di Commercio italiana in Giappone
Eliano.fiore@myjapan.tours
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