Da Roma Francesco Biancheri. Eolie dopo i 'jochi i fuocu'

Eolie dopo i ‘jochi i fuocu’

di Francesco Biancheri

Quando questo articolo vedrà la luce il sipario sarà calato sulla “festa” per antonomasia che simbolicamente chiude la stagione e fa volgere lo sguardo verso il cielo settembrino. I turisti, che sempre per minor tempo soggiornano sull’isola fanno i bagagli, si spera portando con se un desiderio di ritorno. Qualcuno “cunta” i picciuli, altri i debiti ancora da onorare, qualcuno organizza le proprie vacanze in paesi caldi ed esotici dopo avere vissuto l’estate dietro un bancone, una cucina, una reception, al timone di una barca o sotto l'ombrellone. Come una casa dove è stata fatta una festa, e gli ospiti vanno via, ora ci possiamo sedere esausti su una poltrona, circondati dai resti dei festeggiamenti e riflettere. La mia riflessione parte da un documentario della “ Pathe Film” degli anni 60 del 1900 che raccontava Lipari di quel tempo. L’arrivo del piccolo aliscafo “Freccia del Sole” poco più grande di un motoscafo della Laguna Veneta, la vita della gente semplice, le case diruite e talvolta disabitate. Ricordo bene questi scenari. I vicoli solitari, i “scecchi” a Santa Lucia , la motobarca “Nenzyna” di Melo Marturano che portava merci e passeggeri a Vulcano. Una esperienza simile che ho rivissuta, con nostalgia, molti anni dopo partendo da Tolone alla volta dell’Ile du Levant in Francia.

Ho girato questo documentario a mio figlio, che frequenta Lipari più di me. Mi ha chiesto se era una fiction oppure era un documentario reale. Gli ho risposto che ritraeva una realtà del tempo, e così mi ha chiesto “ma ci siamo persi qualcosa allora”.

La conversazione risale a Pasqua, ci ho riflettuto un bel po'. Da un punto di vista del benessere, no poiché le condizioni degli isolani del tempo non erano assolutamente delle migliori, ma dal punto di vista delle relazioni umane si. Abbiamo perso la solidarietà. 

Un tempo la comunità era la vera ricchezza dell’isola. Su un’isola nessuno è davvero autosufficiente. Chi andava per mare sapeva di poter aver bisogno degli altri. Nei momenti difficili nessuno restava solo. Feste, lavoro, lutti, perfino i conflitti, tutto apparteneva a una stessa vita collettiva. Si litigava, ma si restava sempre comunità.

Oggi questo patrimonio si è indebolito. Non per una sola causa, ma per una somma di cambiamenti. Il turismo ha portato benessere e visibilità, e questo non si può negare. Ma quando un’economia dipende quasi esclusivamente da pochi mesi l’anno, tutto il resto arretra rispetto alle esigenze della stagione. Il risultato è una contraddizione evidente, d’estate le isole sono sovraccariche ,e d’inverno si svuotano di energie, di giovani e di prospettive. Ma un luogo che rende difficile la vita ai residenti finisce per impoverire anche l’esperienza di chi lo visita.

Il nodo, però, non è solo economico. È soprattutto culturale e sociale. Una comunità si indebolisce quando prevale l’interesse individuale, quando il confronto diventa scontro permanente, quando ogni problema divide invece di unire. Si perde il “noi” e resta solo l’“io”.

Su un’isola questo pesa ancora di più. Lo spazio è limitato, le relazioni sono inevitabili, le scelte ricadono su tutti. Non esistono problemi davvero individuali, un trasporto inefficiente, una sanità fragile, un territorio trascurato, un giovane che parte riguardano l’intera comunità. Quando si perde questa consapevolezza, si spezza un equilibrio costruito in generazioni.

Le Eolie non possono ridursi a una cartolina. Le cartoline sono belle, ma immobili. Un’isola, invece, deve essere viva. E una comunità è viva quando i giovani possono immaginare un futuro lì, quando gli anziani non si sentono soli, quando i servizi funzionano, quando il confronto non diventa conflitto. Per fortuna ,il senso di comunità non è scomparso del tutto. Esistono ancora gesti di solidarietà, volontariato, impegno silenzioso. Ma restano frammenti, se non diventano patrimonio condiviso. Si tratta di recuperare uno spirito che ha permesso a un Arcipelago di resistere alle difficoltà facendo leva sulla forza del “noi”. Perché nessun sviluppo economico, nessuna stagione turistica, nessun investimento può sostituire una comunità coesa.

Eppure , in materia di solidarietà la storia è antica. Mi piace riportare testualmente uno stralcio dell’intervista che l’archeologa D.ssa Martinelli, ha rilasciato poco tempo fa, cito testualmente :” La storia delle Eolie contiene anche una lezione sorprendentemente attuale sulla convivenza. Le isole sono state abitate «in continuità dal 5500 a.C. fino ad oggi», nonostante una difficoltà fondamentale: «non hanno acqua». Eppure sono arrivate nuove popolazioni, migranti e influenze culturali che hanno trasformato progressivamente la cultura locale. «Il valore della convivenza e dell’adattabilità alle risorse naturali del territorio è un importante insegnamento per l’umanità».”

Ed ancora quanto ha scritto l’archeologo Zuchtriegel, Direttore dell’area archeologica di Pompei , nel suo libro “quando gli dei lasciarono il mondo“ : “ già gli antichi Romani sapevano che la perdita della memoria non fortifica un popolo ... Chi vuole spezzare un popolo, aumenta le su probabilità di successo nella misura in cui distrugge sistematicamente la memoria culturale“ (op.cit. Edizioni Feltrinelli pag.117)

La stessa consapevolezza può aiutare a leggere le sfide ambientali del presente. «La storia e la geografia sono fondamentali per conoscere la nostra vita futura». Sapere che il territorio cambia e che l’umanità ha attraversato un percorso lunghissimo significa imparare a guardare con maggiore rispetto al patrimonio culturale e ambientale.

Il futuro delle nostre isole non dipenderà solo dai turisti che arriveranno, ma dalla capacità degli Eoliani di tornare a riconoscersi parte dello stesso destino. Perché un’isola non è solo mare e paesaggio, è soprattutto le persone che la abitano. E se la comunità torna a essere una scelta consapevole e quotidiana, allora anche il mare più bello non sarà più solo uno sfondo, ma parte di una vita che continua a valere la pena di essere vissuta.

 



 

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