Da Ravenna in linea Massimo Ristuccia 'Rosselli sull'isola'
di Massimo Ristuccia
CONTROCORRENTE 1962 N 30. PARRI ESTER RICORDO DI ROSSELLI A LIPARI.
La fotografia di Carlo Rosselli a Lipari è del 1927 da Istituto nazionale Ferruccio Parri , fondo AICVAS n. 262 – sez.fot. , s.4.ss.11,img.1. Riproduzione Vietata.
(Ricordo, tra l’altro, che esiste una cartolina corrispondenza tra Ester Parri e Miriam Roselli, rispettive consorti di Ferruccio Parri e di Carlo Rosselli, cartolina ed. cappa datata 8 giugno 1929, Lipari sbarcadero e Monte Rosa, pubblicata già tempo fa).
Più che a Milano nel periodo di "Quarto Stato" o nel novembre 1926 quando nelle ansie per la preparazione della fuga di Filippo Turati saliva ad ogni ora del giorno col suo passo elastico e leggero i quattro piani della nostra casa, più che al processo di Savona, io ricordo Carlo Rosselli a Lipari. L'essere Lui inviato in questa ridente isola e Parri a Ustica gli era pesato come una ingiustizia, anzi come una fattura, e quando nell'aprile del 1928 lo raggiungemmo gli parve, e lo disse, che Lipari fosse diventata casa sua, come lo era stata la cella di Savona per tanti mesi. A Lipari era il signore di una rustica villa dal portico a pianterreno, la scala esterna, il pergolato di uva nera gigante, l'orto arido trasformato in giardino fiorito dalle piante annuali più gentili e più rapide a crescere "perchè, diceva, la villeggiatura sarebbe stata di breve durata".
Ma il pianoforte sul quale cercava le melodie più care, molti libri per trascorrere le lunghe ore di sole di vento di pioggia, molta bianca carta per fermare i sogni le meditazioni le ricerche di nuove verità non gli potevano bastare. Vedo Rosselli in casa, per le strade bian- che acciottolate di Lipari, al mare, sempre con quel suo sorriso cordiale eppure assente che solo gli amici comprendevano; per tutti era il giovin signore che per i molti doni avuti dal destino potendo fare quasi tutto ciò che voleva, aveva scelto di occuparsi di politica, della cosa meno facile, meno redditizia, e anche meno divertente in quel tempi, col suo animo. Ma quando giungeva a casa con la posta o parlava con mio marito o con i pochissimi che sapevano tutto di Lui, non sorrideva, o meglio la sua bocca del sorriso aveva solamente la piega, amara; allora mi pareva un grande bambino troppo grave e sapiente.
Una mattina dell'estate 1928 giunse a casa nostra appena pochi minuti dopo le otto – era l'ora di libera circolazione – con due lunghe graffiature al viso, una mano ferita e un vestito fradicio in un pacco. Appariva stanco, eccezionalmente stanco e non sorrideva. – E' andata male, però non sono stato visto de nessuno: mi può asciugare questa roba? Dopo un caffè cominciò a parlare: ancora lo rivedo sul tavolo della grande stanza quasi vuota con l'ampio balcone verso il ridente Piano Conte, ma quando uscl aveva ritrovato la sua agilità e un pallido sorriso.
Fallito il primo tentativo di fuga riprese a nuotare a passeggiare a dar pranzi agli amici, a coprire di quella sua minuta regolare scrittura fogli e fogli che doveva accuratamente nascondere per sottrarli alle perquisizioni. Non sapeva far discorsi inutili, non sapeva perder tempo. Camminava rapido e leggero con quel suo passo lievemente ondeggiante come se avesse sempre dovuto passare da un lavoro ad un altro, ad un altro ancora. Nelle riunioni di amici era sempre il capo, naturalmente: del giovane capo aveva l'entusiasmo, la freschezza, la rapidità. Accanto ai suoi capelli quasi biondi quelli di mio marito erano candidi, come di un padre: li guardavo e perdevo il filo del discorso.
A dicembre giunsero il Mirtillino, e la mamma che sul finire della primavera erano andati in Inghilterra a gettare le fila della fuga: il loro ritorno significava che per tutto l'inverno non ci sarebbero state novità. Era una giornata calda col cielo altissimo e così azzurro che le case parevano candide contro il verde dei monti, di fronte al mare. Rivedo Rosselli col Mirtillino per mano: alto e robusto si piega sul bimbo biondo e rosa incapucciato di angora bianco e gli sorride come un papà felice: ma quando il piroscafo s'allontana alza gli occhi e ne segue la scia.
Altri mesi di comprensione silenziosa. L'inverno e la primavera del 1929 furono lunghi, anche se il Mirtillino, che sorrideva come il suo papà, cinguettava le prime parole e la famiglietta nella rustica villa pareva proprio felice. Passarono i mesi. Al principio dell'estate minuziosi piani furono concertati con l'estero, con mio marito e con gli amici: il Mirtillino e la mamma partirono da Lipari. L'ansia e l'attesa non consentivano a Rosselli di godere della luce, del sole, del cielo che facevano dell'isola un meraviglioso paese azzurro verde e oro dove tutti lo amavano.
Per rassicurare la direzione sulle sue intenzioni tranquille e placide passava lunghe ore sulla spiaggia, faceva lunghe nuotate e al ritorno portava il mio bimbo a cavalluccio per la ripida salita di Sant'Anna fra alte siepi di fichidindia, invitava a pranzo gli amici, seguiva le vicende dei confinati e sorrideva. Il direttore della colonia in risposta ai consigli di attenta sorveglianza venutigli da Roma scrisse: — Da Lipari non pensano di scappare neppure le mosche. — Ma il direttore sapeva che Rosselli nuotava come un delfino e scherzava sulla spiaggia mangiando i fichi zuccherini che Bartolo dal viso di efebo portava appena colti. Il giorno precedente quello della fuga si era particolarmente divertito a vuotare un cestino credendo che fossero miei. Quando me ne ringraziò col tono scherzoso del ragazzo che ha fatto una monelleria e sentì che erano di un amico comune, e per questo glieli avevo lasciati finire, venne fuori con una risata alta chiara e contagiosa e infantile che fece alzare la testa al mio bambino che giuocava con la sabbia e voltare la testa al milite di guardia con la baionetta innestata. Mancavano poche ore alla fuga, questo nostro segreto ci pareva più grande del mare.
Quel giorno fece colazione con noi, tornando a casa salutò il mio bambino: — Quando ti rivedrò mi dirai buon giorno e buona sera invece di "giongiono" e "bosessa" e sarai il compagno di Mirtillino. — Si fermò a metà della scala e sorrise, si fermò presso il cancello e si volse a salutare. Alla sera poco dopo le venti eravamo appoggiati al muretto di S. Giuseppe mio marito, il bimbo ed io, Rosselli poco distante da noi. Udimmo lontano nel mare il battito lieve di un motore; senza parlare ci avviammo verso casa. Sulla strada del Diana ci passò accanto, ci salutò appena, ci oltrepassò e si volse a guardarci. Il ricordo del suo viso di quel momento è il ricordo più vivo che ho di Lui: ansia, speranza, senso di liberazione, tensione nervosa facevano del suo sorriso una smorfia dolorosa così viva e forte e umana che non ho più dimenticata. Non ho più visto Carlo Rosselli.
Altri diranno dell'intelligenza, del coraggio, della fede Sua: io non posso che ricordare la sua ricca umanità, che gli consensiva in carcere di curare come fratello l'amico ammalato, di giocare coi bimbi, di sonare con tocco delicato il piano forte, di dare senza misura a chi ne aveva bisogno. Ora non porta più bimbi a cavalluccio e non suona più l'Eroica, e non vede questa Italia fremente stanca e combattuta ma libera dal nemico che lo odiò, Lui che non sapeva odiare perchè era buono e giovane e virtuoso. La sua fine crudele accanto al Fratello fu uno di quei freddi delitti che non si possono vendicare se non con l'opera di tutta la vita. Le madri e le mogli che non dimenticano vorrebbero che il Suo esempio fosse legge per tutti.
Ester Parri