Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. Malaparte 11° parte
di Massimo Ristuccia
LE AVVENTURE DI MALAPARTE RIVISTA TEMPO N. 37 DEL 1957. 11 parte.
Il tragico E ASSURDO DESTINO DI Jane Zuiwgart rappresentò una delle più dolorose esperienze nella vita di Curzio Malaparte. Si conclude con questa puntata la narrazione delle avventure di uno dei personaggi più sorprendenti della nostra epoca, fino alla partenza per il fatale viaggio in Estremo Oriente e al ritorno in patria per incontrare la morte. Di FRANCO VEGLIANI.
A Roma, nel "Cimitero degli inglesi", dove sono le tombe Keats e di Shelley, è sepolta, sotto un grande cedro, una fanciulla di straordinaria bellezza Jane Zuiwgart, americana nazionalità e danese di origine morta suicida all'ospedale San Camillo nella notte tra 12 e il 13 luglio 1950.
Una barca di pescatori aveva raccolto Jane in mare al largo di Ostia, a un miglio poco meno dalla spiaggia, tardo pomeriggio del 10 luglio. Il mare, in quel pomeriggio, calmissimo, e i pescatori avevano scorto, a pochi metri dalla loro prua, una giovane donna che si dibatteva in acqua con lente e disordinate bracciate nel disperato tentativo di tenersi a galla. Una voce esausta invocava aiuto, in inglese. Issata a bordo, la giovane era abbattuta sul fondo della barca e aveva pronunziato in italiano, una sola parola appena percettibile: “Dormire!”. Poi aveva perduto conoscenza.
Poichè la ragazza indossava un costume da bagno da nuatatrice e aveva i capelli biondo oro raccolti nella cuffietta di gomma, era stato ovvio pensare a una bagnante forestiera spintasi troppo al largo colta da malore o vinta da fatica. Ma la respirazione artificiale, iniziata subito e proseguita a terra, non dava nessun risultato: la donna non prendeva i sensi, gli occhi rimanevano serrati, il pallore era sempre cadaverico. Solo segno di vita era il polso, batteva, ma in modo sempre più fioco. Appena più tardi circa un'ora dopo, quando, in un punto solitario dell'arenile in linea retta quasi dalla zona di mare nella quale la giova era stata raccolta, si erano trovati i suoi vestiti, la borsetta, e accanto alla borsetta due tubetti vuoti di sonnifero, si era capito che a ridurre la ragazza in quelle condizioni non era stato il mare.
Jane Zuiwgart era campionessa di nuoto: aveva ingerito sonnifero prima di tuffarsi, poi si era spinta a larghe bracciate verso il mare aperto. Si era trovata sulla rotta del peschereccio proprio nel momento in cui il sonnifero aveva cominciato ad agire e le forze la stavano abbandonando. Se non ci fosse stata questa circostanza fortuita, il mare avrebbe restituito il suo corpo chissà quando e chissà dove.
All'ospedale di San Camillo fu portata a tarda sera. I medici avevano messo subito in opera tutto quanto era o in loro potere per salvarla. Ma la lotta contro la morte si era dimostrata subito disperata. Troppo tempo era stato perduto prima che ci si accorgesse che ad ucciderla non era stato il mare, ma il veleno.
Malaparte fu informato verso l’alba che Jane era per morta e del modo della morte. Gli telefonò in albergo la padrona della casa nella quale la ragazza abitava, e il cui indirizzo era stato trovato nella borsetta. Gli disse:
“Signor Malaparte, la signorina Zuiwgart è a San Camillo in punto di morte. Si è uccisa. Telefono a lei perchè, che io sappia, a Roma la signorina non conosceva che lei ».
Jane Zuiwgart aveva incontrato Malaparte a Capri nel maggio di quello stesso anno 1950. La ragazza veniva dall’america e diceva di essere fuggita perchè la volevano internare in una casa di cura. Diceva che la giudicavano inferma di mente perchè aveva tentato di uccidersi. Certo è che Jane era stata vittima di un drammatico incidente automobilistico, a seguito del quale aveva riportato la frattura del cranio e aveva dovuto subire un difficilissimo intervento chirurgico: portava la calotta d'argento.
Tutti a Capri avevano notato Jane per la sua eccezionale bellezza, era alta, bionda, con grandi occhi colore dell’acciaio, carnagione luminosa forme sottili e perfette, ma che per la maniera goffa e inelegante in cui vestiva. Soltanto quando si metteva in costume da bagno appariva in tu il suo splendore. Pochissimi però le avevano parlato, perchè la ragazza era schiva, scontrosa, amava la solitudine non dava confidenza a nessuno. E Malaparte stesso non le aveva mai rivolto la parola, fino al giorno in cui la aveva incontrata, alla Marina Grande, appoggiata a una colonna d'ormeggio, che piangeva disperatamente.
Lo scrittore le si era avvi nato e aveva voluto sapere cagione di quel pianto. Jane dapprima si era chiusa in un caparbio silenzio e alle insistenze di Malaparte aveva tentato di fuggire. Con gran pazienza e con molta dolcezza Malaparte la aveva trattenuta e la aveva confortata, parlandole in inglese. E Jane finalmente aveva confessato il perchè della sua disperazione. La polizia le aveva intimato di abbandonare l'isola entro le ventiquattro ore. Avrebbe dovuto presentarsi a Napoli al Consolato americano. Tra i singhiozzi Jane aveva concluso:
«Se mi presento al Consolato mi mettono sopra un aereo e mi rimandano in America. Io non posso tornare in America, perchè laggiù mi vogliono fare del male!”. E M parte aveva detto:
“Non si disperi, signorina. Adesso vada a dormire tranquilla. Domattina mi attenda qui, e andremo insieme alla polizia. Vedremo quello che si può fare”.
Così era stato. Il giorno dopo avevano varcato insieme la soglia dell'ufficio di polizia e Malaparte aveva chiesto al commissario il perché dell’arcigno provvedimento. I funzionario era stato esplicito:
“Cosa vuole signor Malaparte” aveva detto “spiace anche a me mostrarmi cosi vero. Ma la signorina ci risulta priva di mezzi di sussistenza. Non può rimanere a Cari. Bisogna che al rivolga alle autorità consolari».
La replica di Malaparte non si era fatta attendere neppure un attimo. Aveva detto:
“Le sue informazioni, signor commissario, non sono esatte. La signorina Zuiwgart non è priva di mezzi di sussistenza. Non può esserlo, perchè è ospite mia a Capo Massullo ».
«Da quando? aveva chiesto il commissario.
“Da questo momento! “ va risposto sorridendo Malaparte. E il Commissario si era stretto nelle spalle e aveva revocato il provvedimento. Ci volle un po’ perché Jane riuscisse a capire quello che era effettivamente accaduto e in quale senso era mutata la sua sorte. Quando lo capì pianse di consolazione.
E poco più di un ora dopo, Maria Montico aveva visto arrivare lungo il sentiero la bella americana seguita da un ragazzotto caprese che portava la sua frusta valigia e un biglietto di Malaparte con le istruzioni del caso. Lui, Malaparte, tornò a casa soltanto verso sera, quando fu sicuro che la giovane ospite aveva fatto in tempo ad ambientarsi . Maria Montico dice:
“La ragazza era convinta di aver incontrato un angelo, come in un film. E si innamorò come ci si innamora degli angeli. Malaparte, al solito, prevedere le conseguenze dei gesti. Andò a finire che un mese gli toccò scappare da casa di notte, alla maniera dei ladri. Parti per Roma e lasciò qui, a me, quella poverina, che se prima non era tanto sana, allora pareva fosse diventata matta del tutto”.
A Roma Malaparte prese alloggio all'Hotel de la Ville e neppure una settimana dopo, lo raggiunse una telefonata di Maria che lo informava come Jane avesse lasciato Capo Massullo insalutata ospite è per ignota destinazione. Ignota, ma non certo imprevedibile. Infatti, il giorno appresso, quando al mattino uscì dall’albergo trovò in strada Jane che che lo aspettava, con il più tenero sorriso di questo mondo, ma fermamente decisa a non lasciarselo scappare. E davvero per prima cosa gli aveva detto:
“Tu mi devi sposare!”.
Era cominciata così una delle storie più tristi, più desolate, più avvilenti che si possa immaginare a conclusione in amore assurdo e non corrisposto. Un faticoso e degradante cammino per entrambi. Amore a parte, lo scrittore non aveva però abbandonato Jane al suo destino, non la aveva lasciata sola in balia di Roma. Anzi la aveva affidata a delle sue amiche, a Mari Teresa Colonna di Stigliano perchè la portasse in giro facesse conoscere le meraviglie della città; aveva pregato Egle Monti che si occupasse del guardaroba della ragazza che lasciava sempre molto a desiderare, a Roma peggio che a Capri, e stonava troppo con la sua bellezza. Ovviamente non era di questo che aveva bisogno; e anzi simili attenzioni, paterne e distaccate, non facevano altro che esasperare di più la ragazza, dare nuova e più malvagia esca alla sua passione. E Jane aveva cominciato a spiare Malaparte, a perseguitarlo, a farsi trovare dovunque sulla sua strada. E Malaparte, s'era dovuto nascondere, aveva dovuto fuggire, s'era visto costretto a riempire la sua giornata di menzogne e di sotterfugi.
S’era arrivati così alla sera dell’8 luglio. Rientrando in albergo, dopo cena, Malaparte era stato avvisato che Jane era nell'atrio e lo attendeva. Per evitarla, lo scrittore era salito in camera passando da ingresso di servizio. E Jane rimasta là, accovacciata in una poltrona, fino all'alba, scuotendosi ogni volta che la bussola dell’ingresso girava. Nessuno aveva avuto il coraggio di mandarla via. Se ne era andata da sola, e come allucinata rigida come uno spettro, mentre faceva giorno; ma prima di andarsene aveva lasciato un biglietto per lui. Era una pagina tenera e disperata, ma di insulti e di preghiere, e finiva con queste parole:
“But I love you, damned!". Ma ti amo, dannazione! Nella lettera non si parlava di suicidio.
Altre cose erano accadute nel giorno e mezzo che era intercorso tra quella notte e l'ora in cui Jane aveva deciso di togliersi la vita. La ragazza era stata derubata della borsetta in cui teneva tutti i suoi soldi, i pochissimi soldi che aveva e che le servivano per sopravvivere e per fuggire, il giorno in cui avesse deciso di fuggire, senza doversi consegnare al Consolato del suo Paese. Malaparte però non poteva saperlo, all'alba dell'11 luglio, quando la voce sconosciuta al telefono lo informò freddamente che Jane aveva preso il veleno ed era stata raccolta morente nel mare di Ostia.
Per più di due ore restò come paralizzato. Poi la sua disperazione, il terrore per quello che era accaduto, il rimorso, eplosero come un uragano. Pianse, gridò, invocò. Finalmente chiamò al telefono Egle Monti. Le disse quanto era accaduto e si raccomandò a lei:
“Io non ho il coraggio di andare a vederla. Vai tu. Non lasciare sola: Non deve morire sola!”.
Egle Monti era rimasta all’ospedale fino a mezzogiorno. Neppure per un attimo Jane aveva ripreso conoscenza. I medici non avevano speranze, dicevano che la fine non era imminente. E dopo mezzogiorno era andata in albergo a prendere Malaparte. Dice:
“Pareva un vecchio di cent’anni. Aveva il volto disfatto, i capelli spettinati, gli abiti in disordine. Ripeteva: "L'ho uccisa io! L'ho uccisa lo!". E ancora lo ripete all'ospedale, gridando al punto che lo dovemmo far tacere con la forza, lo Orfeo Tamburi, che intanto sera aggiunto a noi”.
All'ospedale, il lettino in cui Jane giaceva senza conoscenza era il primo di una corsia, dietro una parete di vetro. Malaparte non osò varcare la parete, vi si appoggiò e pianse. Poi all’'improvviso si riscosse, fuggì. Ma prima di andar via chiamò Egle Monti e le disse:
“Tu resta qui, non la lasciare. Io aspetterò giù in automobile. Ma mi devi promettere che se riprende conoscenza, ache per un attimo, mi chiami. Se riprende conoscenza, la sposo”.
Jane morl, come s'è detto, nella notte tra il 12 e il 13. Dal torpore mortale del sonnifero non si risvegliò mal.
Per lei Malaparte volle un funerale degno. Alla tomba sotto il grande cedro, nel "Cimtero degli inglesi" la accompagnarono, oltre Malaparte e i suoi amici più intimi, dodici fanciulle della migliore società romana, vestite sei di bianco e sei di nero.......