Da Freiburg-Germania in linea Michele Sequenzia. 'Caro Gennaro complimenti...'
di Michele Sequenzia
Caro Gennaro, complimenti!
Sempre piu' interessanti le tue interviste. Assai stimolante quella con il prof . Gaetano Cipolla, vero gentiluomo siciliano, che ha dedicato la sua vita allo studio e alla conoscenza della lingua siciliana.
"La Sicilia in sintesi è un gran mix di culture, è il frutto di tredici dominazioni diverse, delle quali abbiamo preso il meglio ed il peggio" ( Andrea Camilleri)
Vorrei solo aggiungere qualche mia riflessione.
Praticamente, tutto il regionalismo italiano è ricchissimo di dialetti, non sappiamo come parlavano i Sicani , i Siculi e gli Elimi ed i Fenici. Il siculo-arabo (o arabo siciliano) è stato un dialetto della lingua araba parlato in Sicilia e a Malta tra il IX e il XIV secolo.
Ma andiamo per ordine
Prima dell'unità, 1861, l'italiano " colto", è parlato e scritto , in generale, solo da studiosi, poeti, letterati, " quelli che hanno studiato" , dominante casta dirigente. Al contrario, Il popolo , la grande massa , poco curata, poco istruita, spesso analfabeta, non parla e non conosce e non scrive in italiano. Parla solo in dialetto
Fra il 1880 e il 1915 oltre quattro milioni di italiani, dopo una disastrosa guerra, costata milioni di vittime, sono costretti ad emigrare, arrivano per nave ad Ellis Island,senza il minimo auto, poveri cristi, senza futuro, affamati dopo settimane di tragica navigazione,finalmente sono in America .
Il 90 % degli emigrati siciliani, come descritto da Francis Ford Coppola, non sanno rispondere ai doganieri, non hanno documenti italiani, nessuno parla inglese, nessuno parla italiano. L'emigrato si esprime come puo'. Parla in " dialetto", imparato a casa fin dall'infanzia, che nessuno a New York conosce.
Sanno solo il nome del loro paese. Corleone.. Molti sono fanciulli, senza genitori. Sono rinchiusi in un recinto. Non hanno mezzi. Sottoposti a quarantena, senza assistenza e senza alcun diritto. Nessun giornalista è ammesso.
Nessuno puo' aiutarli. Molti vengo respinti.
Il dialetto è l'unica lingua degli emigrati siciliani , costretti a cerca il pane, fino alla lontanissima Australia.
Siamo nel 1860. In Casa Savoia ,malgrado l'annessione , grazie ai valorosi Mille "picciotti" di Garibaldi, del Napoletano e della Sicilia , sconfitti i Borbone, il siciliano, come il napoletano, erano " perfettamente sconosciuti"... nessuno a Torino , li parlava, tutta la classe dirigente di Palazzo Reale e di Palazzo Madama, come negli esclusivi circoli aristocratici savoiardi , usava " il Piemontese", con le inflessioni di Chambery. Il Conte di Cavour , primo ministro, puntualmente a pranzo al ristorante "del Cambio", in Piazza Carignano, ordinava il solito menu, ma.... " cucinato solo alla piemontese".
Cento anni dopo, l'Avvocato Giovanni Agnelli, come suo nonno, il potentissimo Senatore del Regno , promotore del Fascismo, Patron assoluto della Fiat, parlava eslusivamente in piemontese e scriveva in italiano. I dirigenti della Fiat ,i manager internazionali, come gli operai, parlavano solo in Patois -Piemontese. A Mirafiori imperava il Piemontese, lingua dominante. Le promozioni dei Quadri Dirigenti , come negli esclusivi circoli militari, erano basate, ancora ieri, sull' ottima conoscenza del " Piemontese".
Dal 1821, fino al 1866, durante le tre guerre d'indipendenza, i comandi militari savoiardi usano solo il patois Piemontese. Con la presa di Porta Pia,nel 1870, gli ordini dei caporali del Generale Cadorna, sono impartiti in " Piemontese". "Ch'a cousta l'on ch'acousta Viva l'Aousta"
Durante il ventennio fascista, Benito Mussolini, inizia lo smantellamento, sin dalle elementari, dei dialetti. Ogni bambino, futuro combattente fascista, deve sapere , fin dalla nascita, parlare in italiano.
Il principio dell’autarchia, degli " eredi dell'impero romano", applicato all’economia, viene esteso anche alla politica linguistica: l’italiano doveva essere puro, privo di contaminazioni esterne.
Con Mussolini, nel mirino finiscono i vari dialetti, considerati una minaccia per l’identità nazionale e per l’uniformità linguistica. Il regime vuole un italiano omogeneo, da Bolzano a Caltanissetta, che rafforzi il senso di appartenenza all'Era "fascista" . Dopo la lingua, sono discriminati tutti coloro ritenuti "differenti", i non appartenenti alla "razza non ariana". Errore madornale, sradicare le abitudini linguistiche , castrare i genuini sentimenti delle varie comunità italiane, la base spirituale, familiare e sociale, del vivere comune. Si distrugge , si annienta un ricchissimo, insostituibile patrimonio vitale.
Mussolini, non si limita a bandire tutte le parole straniere: inizia un’intensa propaganda per diffondere l' uniformità linguistica, con particolare attenzione alle regioni dove coesistevano più lingue, come il Trentino-Alto Adige, in Istria e Dalmazia,e in Valle d'Aosta.
Già dal 1923 viene avviata una politica di italianizzazione forzata nelle nuove regioni, possedimenti ex austro-ungheria. Tutto avviene senza tener conto dei vari esistenti nazionalismi. Un’operazione che distrugge secolari legami,dove il dialetto è l'unico modo di intendersi.
L'Italia diventa Impero nel 1936. Guai a pronunciare una parola in francese, o inglese. Il professore d'italiano diventa un vero aguzzino, fioccano bocciature. Molti disertano la scuola dell'obbligo. Aumenta il numero degli analfabeti.
il Regime, non demorde, avvia una intensa propaganda giornalistica, di probizioni e censure.
«Basta con gli usi e costumi dell'Italia umbertina, con le ridicole scimmiottature delle usanze straniere. Dobbiamo ritornare alla nostra tradizione, dobbiamo rinnegare, respingere le varie mode di Parigi, o di Londra, o d'America. Se mai, dovranno essere gli altri popoli a guardare a noi, come guardarono a Roma o all'Italia del Rinascimento… Basta con gli abiti da società, coi tubi di stufa, le code, i pantaloni cascanti, i colletti duri, le parole ostrogote.»
(Benito Mussolin Il Popolo d'Italia, 10 luglio 1939[)
I giornalisti debbono uniformarsi. Sono obbligati a prendere la tessera fascista. La stampa è sotto processo. Inizia la censura con la chiusura di tutti i giornali in lingua diversa da quella italiana .
Il fascismo caccia il dialetto veneto, impone l' Italiano nella Venezia Giulia e in Dalmazia, dove secolare è il trilinguismo , tollerato ampiamente da Vienna, i cognomi italiani sono da secoli " sposati" con quelli sloveni e croati, eliminate tutte le storiche istituzioni nazionali slovene e croate , convissute pacificamente. Il fascismo scatena solo odi e persecuzioni. Si creano pericolose fratture.
Abolito il ricchissimo dialetto-lingua veneziana, nobile lingua di scrittori, poeti, architetti, giudici amministratori, parlata dai Dogi della Serenissima, da secoli, amata da Trieste, lungo tutta l'Istria, con Pola e Fiume, da Zara fino a Smirne, sstoricamente il veneziano è stato parlato lungo tutta la Crimea.
Il regime vuole l'ordine. Le scuole , da Aosta fino a Siracusa, sono tutte italianizzate, gli insegnanti debbono essere iscritti al partito fascista, spesso sotto pagati, mal trattati, vengono rapidamente trasferiti , licenziati o costretti a emigrare, posti duri limiti all'accesso degli sloveni e croati al pubblico impiego, soppresse centinaia di associazioni culturali, sportive, giovanili, sociali, professionali, decine di cooperative economiche e istituzioni finanziarie, case popolari, biblioteche, ecc. Partiti politici e stampa periodica vennero posti fuori legge,eliminata la possibilità di qualsiasi rappresentanza delle minoranze nazionali, proibito l'uso pubblico della loro lingua. Le minoranze slovene e croate cessarono così di esistere come forza politica.»
(FONTE: Relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena istituita nell'ottobre 1993 sulla base di uno scambio di note intercorso tra i Ministri degli esteri italiano e sloveno.)
NOTIZIARIOISOLEOLIE.IT
3 luglio 2026
L'intervista del Notiziario al prof. Gaetano Cipolla. La cultura per il dialetto siciliano nel mondo
Il 31° viaggio, la Sicilia in ogni luogo, la parola più usata, il padrino di Al Pacino,