Se l'acqua non è potabile si deve pagare la metà e la Cassazione non dà torto a due utenti gelesi

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato da due utenti di Gela, stabilendo che l’erogazione di acqua non potabile integra una violazione degli obblighi contrattuali. La Suprema Corte ha cassato con rinvio la decisione del Tribunale di Gela, che dovrà riesaminare la vicenda. Secondo i giudici, la fornitura di acqua non idonea al consumo umano costituisce «un bene difforme rispetto a quello pattuito» con gli utenti.

Le utenze in questione hanno ricevuto per anni acqua priva dei requisiti di potabilità e i titolari avevano chiesto la restituzione del 50 per cento degli importi versati. Sia il gestore di sovrambito, Siciliacque, sia quello di ambito, Caltaqua, si erano opposti, sollecitando il rigetto e invocando la prescrizione. La Cassazione ha ritenuto fondate le argomentazioni dei legali degli utenti, gli avvocati Lucio Greco e Mario Greco. A Gela, da tempo, l’acqua fornita dal gestore privato Caltaqua viene utilizzata esclusivamente per usi domestici e per l’igiene personale; la non potabilità ne preclude l’impiego a fini alimentari. Nonostante ciò, le bollette riportano tariffe piene.

Categoria
giudiziaria

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