Rubrica Religiosa a cura di Don Gaetano Sardella 'Il racconto di Massa e Meriba'

di Gaetano Sardella

In un cammino quaresimale non potevano mancare due dei simboli primordiali della letteratura biblica, nata nel clima arido e assetato del Vicino Oriente antico: la sete e l’acqua. Gli ampi territori stepposi, l’estensione del deserto, la mancanza di pioggia per buona parte dell’anno… tutto ha contribuito a trasformare l’acqua e la sete – necessità primordiali – in simboli della situazione dell’essere umano davanti al desiderio ardente di appagamento e di felicità. E, ultimamente, la situazione dell’uomo davanti a Dio.

Prima lettura: Es 17, 3-7
Il racconto di Massa e Meriba, riportato nella prima lettura dell’Esodo, è uno dei più stimolanti, perché provoca interrogativi che mettono in discussione le stesse fondamenta della fede. Da una parte c’è un popolo assetato, che chiede acqua da bere alla guida che lo ha condotto fuori dall’Egitto; dall’altra c’è Dio, che ha già dato segni inequivocabili di fedeltà, ma sempre di nuovo viene messo alla prova e sempre di nuovo viene contestato. Al centro una questione fondamentale, sempre attuale di fronte alla fame e alla sete di miliardi di uomini, di fronte al cielo chiuso e al mondo arido: «Dio è in mezzo a noi, sì o no?».

La risposta a questa domanda non è sempre scontata e la Bibbia, nel suo complesso, affronta il problema della presenza di Dio in diverse maniere, a seconda dell’interlocutore e della sincerità della sua ricerca. Ma la prima lettura di oggi mette in evidenza come l’interrogativo possa nascere anche da una situazione di colpevole cecità. Quello del deserto è un popolo che ha occhi ma non vede, orecchi ma non ode. Immemore delle grandi opere di Dio, rimpiange il passato, la schiavitù e la sicurezza dell’Egitto, dimenticando che JHWH – e non altri – lo ha tratto fuori dalla schiavitù, gli ha aperto una strada nel deserto e lo ha salvato dai suoi nemici. Chiuso nei suoi miopi criteri, Israele non osa sperare in Colui che ha il potere di far scaturire l’acqua dalla roccia e far piovere pane dal cielo. Si è costruito un dio a propria immagine e somiglianza, visibile e tangibile, abbandonando «la sorgente di acqua viva per scavarsi delle cisterne screpolate che non conservano più l’acqua» (Ger 2,13). Rinchiuso nella sua ottusità, il popolo di Dio non sa più chi è Dio e non osa più sperare.

A questa miopia il Signore, ancora una volta, viene incontro: «Ecco io starò là, davanti a te, sulla roccia». La roccia, nella Bibbia, richiama sempre Dio stesso, fondamento solido su cui costruire e su cui l’uomo può sempre e comunque contare. Dio è la roccia da cui scaturisce l’acqua che disseta e il popolo non ha bisogno di abbandonarsi a sogni forse più tangibili, ma del tutto illusori, aggrappandosi a un idolo, per poter soddisfare la propria sete. Ritorna il problema centrale della Bibbia: alla Sapienza invisibile, che tutto provvede, l’uomo preferisce il suo idolo, costruito con un materiale che alletta, perché si tratta di potere, ricchezza, celebrità. L’uomo ha paura dell’assenza, non può vivere di sola Parola: meglio l’ingannevole certezza di un illusionista a cui ricorrere. Proprio a motivo di ciò, Israele piomberà in una delle crisi più gravi della sua storia, facendo l’amara esperienza che negli idoli non c’è salvezza. Nell’esilio, nella peggiore delle siccità mai piombate sul popolo ribelle, Israele comincerà a riflettere sulle cause della catastrofe. Abbandonato a sé stesso dagli idoli sordi e muti, lontano dalla terra e dalla vita, comincerà di nuovo ad avere fame e sete di Dio. Una storia sempre attuale.

Il Vangelo: Gv 4,5-42
Alludendo all’episodio di Massa e Meriba, nella prima lettera ai Corinti, l’apostolo Paolo afferma: la roccia che accompagnava gli ebrei nel deserto era il Cristo (1Cor 10,4). L’incontro di Gesù con la donna di Samaria al pozzo di Giacobbe ha il suo perno centrale proprio su Cristo, acqua che placa la sete di pienezza, che ogni uomo porta dentro.

A confronto con Nicodemo (il protagonista dell’episodio precedente) che era un ebreo ortodosso, nobile e titolato, la samaritana è una di quelle figure feriali di cui è strapiena la letteratura biblica. Donna, anonima e straniera, con il suo carico di passioni insoddisfatte, senso pratico e astuzia, incontra Gesù spinta da una quotidiana necessità. La Bibbia parla di altri incontri avvenuti nei pressi di un pozzo d’acqua: lì Giacobbe aveva incontrato Rachele, Mosè le figlie del sacerdote di Madian, tra cui la sua futura sposa… È strano che Gesù – contro tutte le convenzioni relative a un rabbi ebreo nei confronti di una donna, per di più samaritana – prenda lui per primo la parola, intavolando una discussione sulle Scritture e sulle tradizioni del popolo di Dio. Forse, l’inno del Dies irae offre, teologicamente, la migliore delle ragioni, quando in una delle strofe canta: «Quaerens me sedisti, lassus», «cercandomi, ti sei seduto (sul pozzo), stanco». Per cercare l’uomo, il Verbo di Dio entra nella quotidianità e nella sete umana, chiedendo alla donna acqua da bere.

Dopo la prima scontata risposta della donna, Gesù passa a un livello superiore: «se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato acqua viva». È evidente il rimando alla storia di Israele, con il popolo assetato che avrebbe dovuto cercare nella parola di Dio l’acqua di sorgente che disseta i bisogni umani, invece di scavarsi cisterne screpolate, senz’acqua. A una donna che, nella sua esistenza, ha cercato continuamente un’acqua dissetante, senza mai trovarla, Gesù presenta se stesso come l’acqua viva che disseta per sempre.

La domanda che, a questo punto, nasce spontanea nella donna è una domanda cruciale nel vangelo di Giovanni: «Signore… da dove hai dunque quest’acqua viva?». Molte volte, nel racconto giovanneo, sorge l’interrogativo da dove venga Gesù (7,27; 8,14), ma molti non riescono a capirlo. Solo chi crede ha la chiave per comprendere, il mezzo per attingere. Ed è quello che Gesù tenta di far comprendere alla donna nell’ultima parte del discorso. La situazione dell’uomo è quella di chi non ha, e la donna lo mette in evidenza con la sua storia personale, affermando due volte di non avere marito. Con cinque mariti, ora si trova nella situazione di non averne. È evidente che questa condizione deficitaria ha un valore simbolico: non solo i samaritani, né solo gli ebrei, ma ogni uomo si trova nella situazione di chi non ha, ed è chiamato ad attingere acqua dalla parola di Dio che sgorga viva dalla persona di Cristo. Nel Verbo incarnato, a ogni uomo che ha sete è data la speranza di un’acqua sorgiva, che sgorga dalla roccia. L’evento di un Dio fatto carne libera gli uomini dall’aridità della loro condizione: tutti gli uomini, senza distinzione, perché quest’acqua disseta ebrei e samaritani, donne e uomini, santi e peccatori…

La brocca dimenticata dalla donna, alla fine del suo colloquio con Gesù, non è un particolare insignificante. La brocca è il passato, l’andirivieni dell’esistenza alla ricerca di un’acqua che possa dissetare. Ora è diverso. L’incontro con il Messia, a conclusione del suo travagliato cammino, ha aperto alla donna (e a tutti quelli che cercano acqua) una prospettiva nuova sul senso della vita.

Categoria
religione

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