Messina, 'il femminicidio di Daniela Zinnanti'. Di Fabio Mazzeo
di Fabio Mazzeo
I deboli di cuore, i fragili di nervi, stiano lontani dalle pagine della Gazzetta del Sud che raccontano la storia della donna uccisa a Messina. Sono del mestiere e percepisco il dolore dei colleghi che hanno dovuto misurarsi con le parole. Quello del giornalista è un mestiere durissimo quando bisogna raccontare un fatto così. Quando capitava a me, lavarmi le mani diventava un’ossessione, così come buttare subito in lavatrice gli abiti della giornata, come se ciò che avevo visto si fosse appiccicato addosso.
L’assassinio di Daniela Zinnanti è un femminicidio, parola che già da sola dice tutto dell’infamia. Ma in questo caso gli elementi del delitto aggiungono rabbia alla rabbia.
Nel racconto dei bravissimi Sebastiano Caspanello e Nuccio Anselmo c’è l’incubo violento in cui Daniela ha vissuto gli ultimi anni della sua vita. E c’è anche il peso di una responsabilità che non può essere ignorata. Per anni abbiamo detto alle donne che bisogna denunciare, ribellarsi, resistere. Daniela lo aveva fatto. Aveva denunciato. Aveva resistito. Aveva cercato protezione.
I resoconti dei colleghi ricostruiscono, passaggio dopo passaggio, questa trama di violenza: le botte, il coltello schivato, le denunce. E Nuccio Anselmo tocca il punto più insopportabile quando scrive che per evitare questo delitto sarebbe bastato applicare il braccialetto elettronico ordinato dal giudice per il suo aggressore agli arresti domiciliari. Se quel dispositivo fosse stato disponibile, forse la mano dell’assassino si sarebbe fermata e Daniela sarebbe ancora viva, con due mesi davanti per prepararsi a diventare nonna.
Il braccialetto non c’era. Non disponibile. Finito.
Nel bellissimo e sofferto pezzo di Nuccio Anselmo c’è tuttavia una cosa che non riesco ad accettare, non questa volta, quando scrive che “adesso c’è un’altra vita spezzata che pesa su tutti noi”. Capisco bene da quale parte del cuore arrivi quella frase, è un impegno civile che Nuccio, come me, come quasi tutti, avverte, sente. Ma questa volta no: io non riesco ad accollarmi questo delitto e questo dolore. Voglio sentirmi libero e ancora dalla parte giusta delle storie di violenza sulle donne quando suggerirò in ogni forma per me possibile di ribellarsi, chiedere aiuto, denunciare.
Daniela Zinnanti aveva fatto ciò che da anni chiediamo alle donne di fare. Non è mancato il suo coraggio. È mancata la protezione. E quando una donna denuncia e viene lasciata senza gli strumenti che dovrebbero salvarla, la responsabilità non può essere sciolta nel generico “tutti noi”. Ha nomi, funzioni, omissioni precise. Questa volta l’esame di coscienza e i conti li lascio fare a loro