Lost in corruption

di Marina Turco

Lost in corruption.

Parafrasando il titolo di un grande film.

Qualche giorno fa sono stata a salutare per l’ultima volta un’amica che se n’è andata troppo presto. Una ragazza di straordinario valore e umanità, di grande cultura giuridica, dotata di una fede intelligente e di una preziosa caratura morale.

Ci aveva unite, diciannove anni fa, una vicenda di sanità. Una comune amica mi aveva chiamata sapendo che mi occupavo della materia oncologica per ragioni personali. Mi raccontò la storia complicata di una giovane donna con una diagnosi di tumore, incinta di un bambino che a sua volta presentava un quadro che avrebbe richiesto un immediato intervento chirurgico alla nascita.

Una famiglia meravigliosa davanti a una montagna da scalare e già da settimane sballottata da un ospedale all’altro, senza che si riuscisse a trovare il bandolo della matassa su chi e su come avrebbe potuto aiutarli ad affrontare un doppio caso in un solo corpo. Incontri con medici: la operiamo prima. Anzi no, dopo. Prima lei, poi suo figlio. Oppure: poi vediamo, la mandiamo lì oppure resta qui e la spostiamo là. Il regno della confusione. Smarrimento assoluto.

Alla prima conversazione con questa mamma, già avanti nella gravidanza, ho pensato solo a tentare una strada: scrivere a un oncologo medico di origini ebree, primario a Milano, con il quale avevo avuto un carteggio. I nostri specialisti spesso bravissimi, ma altrettanto spesso irraggiungibili. Altri invece, per giunta blasonati, pronti a rispondere a un’illustre sconosciuta.

Ebbene, preparai una dettagliata relazione sul caso e scrissi di nuovo al professor Aron Goldhirsch. Trascorsero — non scherzo — dieci minuti e il medico mi rispose con poche parole:

“Cara Marina, riferisca alla signora che la prenderemo in carico noi. Il caso richiede un approccio multidisciplinare. Ci occuperemo di lei e del figlioletto. La metta subito in contatto con me”.

La battaglia di questa madre è andata avanti da allora. Diciannove anni di amore, scritti negli occhi di quel figlio che ho visto pieno di orgoglio accanto alla sua mamma per l’ultima volta.

Perché racconto questa storia? Un po’ per rendere omaggio a una persona di straordinario livello, con la quale ho avuto alcune delle conversazioni più profonde della mia vita. E un po’ perché oggi, a maggior ragione, le avrei urlato di fare le valigie per far nascere quel figlio dove il diritto alle cure è meno guastato dal virus endemico della corruzione e dall’ingordigia che arricchisce molti medici e allunga le liste d’attesa.

Fate attenzione al lavoro che sta facendo Giacinto Pipitone sul Giornale di Sicilia sull’attività intramoenia che va a spron battuto nei reparti siciliani mentre la gente resta in fila mesi per una visita. È uno scandalo. E non è meno grave di quelli svelati dalla procura di Palermo e da altre procure siciliane. Mazzette per tutto: per le invalidità, per le forniture, per contribuzioni ad associazioni.

Aggiungo e mi avvio alla conclusione. Dando fondo a tutto il garantismo possibile e in attesa di fatti che smentiscano le ipotesi di reato: ci si sarebbe dovuti fidare di un super potente manager che, alla domanda, ha risposto di essere stato all’oscuro dei precedenti penali per mafia di un suo compaesano, incontrato più volte e in diverse circostanze per ragioni di lavoro?

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