Eolie, il moltiplicatore del turismo di Valentina Marino
di Valentina Marino
In un piccolo arcipelago come le Eolie, il moltiplicatore del turismo è evidente: un euro speso in un albergo, in un ristorante o in un’agenzia non si ferma lì. Diventa lavoro per dipendenti, fornitori, trasportatori, commercianti, artigiani, elettricisti, idraulici, manutentori e professionisti. Circola, genera altro reddito e sostiene famiglie che, apparentemente, con il turismo hanno poco a che fare.
A Lipari questo meccanismo è ancora più importante perché, negli anni, le altre fonti di economia si sono progressivamente azzerate e drasticamente ridotte: la Pumex non esiste più, la pesca è ormai marginale, mentre il peso occupazionale della pubblica amministrazione e dei servizi pubblici si è fortemente assottigliato.
Piaccia o meno, oggi è soprattutto il turismo a portare dall'esterno quel denaro che poi si distribuisce sul territorio. Per questo occorre una buona dose di miopia per trasformare proprio chi investe, produce reddito e garantisce posti di lavoro nel nemico da additare. Le storture del turismo vanno governate, certamente.
Ma governare è cosa ben diversa dal demonizzare. E soprattutto, prima di colpire l’unico motore rimasto acceso, sarebbe opportuno chiedersi cosa accadrebbe se si spegnesse anche quello.
È qui che entra in gioco la responsabilità di chi amministra. In un territorio tanto fragile servirebbe la prudenza del buon padre di famiglia: conoscere gli equilibri economici del proprio paese, tutelare ciò che produce valore, correggere ciò che non funziona e perseguire il bene comune.
Quando,invece, un’amministrazione sembra avulsa dal territorio e dalle sue dinamiche, il rischio è che la politica smetta di risolvere i problemi e cominci a crearne di nuovi.
Ancora più grave è quando il confronto viene sostituito dai proclami sociali, magari lanciando accuse e impedendo poi il contraddittorio. Perchè un chiarimento senza possibilità di replica non è un confronto: è un soliloquio. E scegliere di parlare soltanto dove si può decidere chi abbia diritto di rispondere, tradisce una concezione quantomeno autoritaria del confronto pubblico: il dissenso non si confuta, si silenzia.
Ed è forse questo l’aspetto più desolante: la pochezza che prende il posto della politica. Il bene comune scompare dietro le sfide personali, i problemi reali diventano pretesti per proclami e chi lavora viene trasformato nell’avversario da colpire.
Un paese non si governa a colpi di post e non si amministra silenziando le repliche. Si governa conoscendo il territorio, ascoltando chi lo tiene in piedi e avendo anche l'umiltà di sostenere un contradditorio. Altrimenti non è soltanto l'economia a impoverirsi: si impoverisce, molto piu' pericolosamente la qualità stessa della democrazia.